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Etna, quando l’eruzione diventa un sistema da gestire: “Non è l’Islanda e non è per tutti”

Etna, quando l’eruzione diventa un sistema da gestire: “Non è l’Islanda e non è per tutti”
Etna, foto di Mirko Messina – Bùum

Come il turismo sta cambiando il vulcano e il modello “Bùum”: intervista a Mirko Messina, guida vulcanologica ex assegnista di ricerca all’Ingv

L’Etna è diventata troppo facile da raggiungere. Negli ultimi anni questa accessibilità, amplificata dall’esplosione dei social network, ha cambiato il modo di vivere il vulcano. Un tempo scalarlo era una conquista che richiedeva giorni di cammino, oggi è una tappa dove recarsi in poche ore.

A raccontare al QdS.it questa trasformazione è Mirko Messina, guida vulcanologica del progetto “Bùum”, con alle spalle un percorso scientifico come assegnista di ricerca all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e un’esperienza all’ente di monitoraggio delle isole Canarie a Tenerife. “Ho lavorato tre anni all’Ingv occupandomi anche dell’aspetto scientifico relativo all’Etna e allo Stromboli”, racconta. Due vulcani vicini, ma profondamente diversi anche dal punto di vista del sistema turistico.

L’overtourism (sovraffollamento di una località) non rappresenta un fenomeno isolato al nostro caso. L’esplosione del turismo sui vulcani attivi, sottolinea l’esperto, va inserita in un mutamento più ampio. Basta osservare la quantità di contenuti dedicati per comprendere quanto l’immagine del vulcano sia diventata un elemento attrattivo capace di moltiplicare il desiderio di visitarlo.

Dalla conquista dell’Etna al turismo mordi e fuggi

Fino a meno di un secolo fa, raggiungere la cima dell’Etna richiedeva giorni di viaggio. “Si partiva da Catania a dorso d’asino fino a Nicolosi, poi gli ultimi 500-600 metri nei rifugi con bivacchi dove lasciare gli animali e si saliva a piedi. Una conquista vera e propria”, ricorda.

“Oggi in due appena due o tre ore – tra auto, funivia e bus – sei a 3.000 metri. È diventato un turismo mordi e fuggi. Talmente alla portata di tutti che si sono perse la sua bellezza primordiale e quella conquista”.

Al posto della spettacolarità subentra la spettacolarizzazione. Qualcuno sale sull’Etna, fotografa un cratere o una colata lavica e condivide. Con il passaparola online, la stessa esperienza viene desiderata da un numero sempre maggiore di visitatori che si concentrano negli stessi luoghi “come un’esplosione nucleare che dall’atomo si espande all’infinito”.

L’Etna non è l’unico vulcano a dover affrontare questa trasformazione. Messina cita l’Islanda, il Volcán de Fuego in Guatemala e il Kawah Ijen in Indonesia, esempi di aree in cui la presenza crescente di visitatori si intreccia con il tema della sicurezza.

Il principio di fondo è semplice: più persone vengono esposte a un fenomeno naturale potenzialmente pericoloso, maggiore diventa la complessità della sua gestione.

 “Non è la tappa di un tour”

L’interesse per gli aspetti scientifici riguarderebbe ancora una percentuale limitata di visitatori. Il turista medio considera l’Etna una tappa intermedia della vacanza in Sicilia accanto a una passeggiata in centro a Catania, alla Val di Noto, a Taormina o a una degustazione di vini.

“Un meccanismo che stiamo provando a sradicare”, favorito dalla nascita delle ascese turistiche legate alla funivia dagli anni Settanta e che ha progressivamente accompagnato il passaggio verso il turismo di massa.

In questo contesto si inserisce l’esperienza di Bùum, realtà nata con l’obiettivo di proporre un modo diverso di vivere il vulcano. In passato il gruppo aveva in gestione il rifugio Citelli e l’idea era quella di creare un punto base per le guide vulcanologiche, sul modello dei rifugi alpini del Nord Italia, da usare per le escursioni riducendo così anche l’utilizzo dei mezzi a motore per favorire l’esplorazione a piedi.

“Il primo anno andava molto bene”. Il progetto termina non per scelta del gruppo. Bùum ha dovuto quindi riorganizzare la propria attività e confrontarsi anche con il mondo dei fuoristrada, continuando però a proporre ai visitatori alternative a piedi e itinerari meno battuti.

Quattromila persone al giorno sul versante Sud

La criticità non risiede solo nel numero complessivo di visitatori, ma anche la loro concentrazione negli stessi punti, con conseguenze anche ambientali. In estate, secondo quanto riferito dalla guida, sul versante sud possono arrivare dalle 3 alle 4 mila persone al giorno, mentre sul versante Nord si parla di un massimo di circa 200-300 visitatori quotidiani.

Questo alimenta la pressione sulle due principali stazioni turistiche, lasciando relativamente meno conosciute Etna Ovest o la zona fuori da Piano Provenzana.

L’impatto sul vulcano

“Migliaia di persone al giorno che si riversano all’interno di una delle aree vulcaniche più attive al mondo” producono inevitabilmente un impatto. A incidere sono i sentieri, il passaggio dei mezzi a motore e la pressione esercitata sulla flora e sulla fauna. “Tanti animali hanno cambiato le proprie abitudini diventando da diurni a notturni per evitare il contatto con la folla”.

“Migliaia di persone al giorno all’interno di una delle aree vulcaniche più attive al mondo” producono inevitabilmente un impatto. A incidere sono i sentieri, il passaggio dei mezzi a motore e la pressione esercitata sulla flora e sulla fauna. “Tanti animali hanno cambiato le proprie abitudini diventando da diurni a notturni per evitare il contatto con la folla”.

A incidere in un’area protetta sono anche i mezzi diesel usati per le escursioni, pur essendo autorizzati dal Parco dell’Etna e dai Comuni. Un altro problema è rappresentato dai rifiuti. “Una carta di una brioche, un fazzoletto, una sigaretta: piccoli oggetti moltiplicati per migliaia di persone”. Lo stesso vale per gli oggetti utilizzati durante l’inverno: “Una slitta di plastica che si rompe, rimane sepolta nella neve ma riemerge in estate. L’impatto ambientale c’è ed è inutile nasconderlo”, sottolinea.

E il problema della consapevolezza non riguarda soltanto l’ambiente.

Dal livello del mare a 3000 metri: prepararsi

Un altro aspetto è legato alla preparazione dei visitatori, molti dei quali si presentano a 1.800 metri con pantaloncini e maglietta, senza considerare che il percorso può portarlo fino a circa 3.000 metri di quota. “Proviamo a spiegargli che deve essere attrezzato quantomeno da escursionismo base”, evidenzia.

Anche la preparazione fisica viene talvolta sottovalutata. Mirko racconta di aver assistito negli ultimi anni a diversi casi di persone che, raggiunta l’alta quota, hanno accusato malori: “Non si è abituati alla mancanza di ossigeno”. Il passaggio dal livello del mare a circa 3.000 metri in meno di due ore può infatti rappresentare uno stress.

Per questo Bùum sottopone i partecipanti a una scheda preliminare nella quale possono indicare eventuali problematiche di salute. L’obiettivo è comprendere quale percorso possa essere più idoneo e, quando necessario, evitare itinerari potenzialmente rischiosi.

Creare consapevolezza sulle azioni

Ridurre il numero dei visitatori sarebbe irrealistico. “Cosa dovresti dire a chi arriva? Oggi l’Etna è chiusa? È piena?”. La strada indicata è piuttosto quella della consapevolezza: informare chi visita il vulcano sull’impatto delle proprie azioni e spiegare cosa significhi trovarsi all’interno di un’area naturale così particolare.

Un lavoro di divulgazione e istruzione che dovrebbe riguardare anche chi vive ai piedi dell’Etna e che spesso, secondo la sua esperienza, conosce meno di quanto si potrebbe pensare il territorio. “Ma non può farlo solo la guida, che sta a contatto con il cliente per un lasso di tempo breve”.

Bùum propone un turismo omogeneo, diffuso e responsabile: “Siamo quattro soci che condividono la stessa filosofia. Per noi la comunicazione con il cliente, di cui si occupa Alessio Marino, è importante. Cerchiamo di capire tutto quello che è il background del cliente”.

L’esempio dell’Islanda: quando l’eruzione diventa un sistema da gestire

Un confronto interessante arriva dall’Islanda, dove l’intervistato ha lavorato e studiato in passato. Quando si verificano eruzioni fissurali, spiega, il sistema islandese prevede la chiusura dell’area e un coordinamento tra servizio meteorologico e le figure istituzionali. Nel giro di poche ore o giorni possono essere organizzati sentieri, aree di parcheggio e presidi con volontari incaricati di mantenere l’ordine e segnalare eventuali violazioni dei percorsi stabiliti.

Il principio è quello dell’escursionismo libero e consapevole: chi vuole può affrontare la montagna autonomamente, purché sia adeguatamente equipaggiato e rispetti i limiti stabiliti. Dove invece è necessario un accompagnamento, entrano in gioco le guide. “L’Etna non è l’Islanda. E la montagna è di tutti ma non è per tutti”, è uno dei principi ribaditi da Bùum. Una differenza di approccio rispetto all’Etna: il problema non sarebbe soltanto individuare le aree da chiudere, ma anche riuscire a gestire quelle che possono continuare a essere visitate in sicurezza.

“Non possiamo restare confinati a una certa mentalità che porta a chiudere tutto perché non abbiamo il modo e la consapevolezza di gestire una situazione che ci invidiano in tutto il mondo”, sostiene. Anche perché, secondo la sua esperienza, la chiusura totale può produrre effetti inattesi: se una determinata zona viene interdetta, alcune persone possono cercare percorsi alternativi per raggiungerla.

La geologia per raccontare la montagna

Non tutte le guide vulcanologiche sono laureate in geologia, anche se il percorso formativo prevede una preparazione specifica sulla vulcanologia. “Il cliente apprezza molto quando la mia narrazione vira sugli aspetti scientifici. Mi dicono che non è il solito racconto sull’Etna”.

L’obiettivo è andare oltre la semplice descrizione del paesaggio e stimolare il desiderio di conoscenza scientifica: “Perché quella roccia o il gas del vulcano ha quel colore? Perché esistono quattro crateri e non uno? Mi piace farli interrogare”, racconta. “E la soddisfazione più grande arriva quando, a fine giornata, i visitatori ringraziano perché sono riusciti a entrare, anche solo per qualche ora, nel mio mondo”.

“Non è un luogo per tutti”

Infine, la questione ritorna al punto di partenza: come continuare a far conoscere l’Etna preservandola? La risposta, per la guida, parte dall’educazione.

“Insegnando al visitatore a portare rispetto del posto in cui viviamo, potrebbe essere un buon inizio”. Il riferimento è anche ad altri luoghi del mondo nei quali il rapporto con la montagna è costruito su una maggiore considerazione culturale e simbolica. L’esempio citato è quello del Monte Fuji in Giappone, considerato quasi un luogo sacro.

L’idea è quindi cambiare progressivamente la percezione del vulcano: non una semplice attrazione ma un ambiente naturale complesso, fragile da affrontare preparati. “Bisognerebbe far capire alla gente che non è un luogo alla portata di tutti. È un lavoro immenso pensabile a lungo termine, ma se non iniziamo a lavorarci ora, nei prossimi anni questo luogo diventerà sempre più devastato”.

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