Tutti abbiamo il dovere di verificare ciò che leggiamo prima di trasformarlo in una convinzione e ciò che ascoltiamo prima di trasformarlo in una condivisione. È una regola semplice, ma sempre più difficile da rispettare. Viviamo dentro un flusso incessante di informazioni, immagini, video, commenti, titoli e dichiarazioni. Ogni giorno siamo chiamati a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è documentato da ciò che è soltanto raccontato, ciò che è informazione da ciò che è propaganda.
La velocità con cui una notizia può circolare ha reso tutto più complicato. Una fotografia fuori contesto, un video manipolato, una frase estrapolata, un titolo costruito per suscitare indignazione possono raggiungere migliaia di persone prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di verificarne l’attendibilità.Per questo dobbiamo imparare a fermarci. Per chi, poi, è un personaggio pubblico questo dovere è ancora più grande.
La responsabilità dei personaggi pubblici
Un attore, un cantante, uno sportivo, un influencer, un giornalista o un politico dispone di qualcosa che gli altri non hanno nella stessa misura: una capacità straordinaria di amplificare un messaggio. Una sua frase può diventare un titolo, una fotografia può essere rilanciata migliaia di volte, una condivisione può trasformare una voce anonima in una notizia apparentemente autorevole.
Una persona famosa che condivide una falsità non si limita a sbagliare: offre a quella falsità la propria credibilità, la propria visibilità e la fiducia del proprio pubblico. Può trasformare una voce in una convinzione, un sospetto in una certezza, una manipolazione in un fatto apparentemente acquisito. Insomma, la credibilità è un moltiplicatore.
La notorietà non è una certificazione di verità
Quando una notizia arriva da una fonte sconosciuta siamo, almeno in teoria, portati a essere più prudenti, quando arriva da qualcuno che conosciamo, ammiriamo o seguiamo da anni, le nostre difese possono abbassarsi. Il ragionamento diventa: “Se lo ha pubblicato lui, avrà verificato”; “Se lo dice lei, qualcosa di vero ci sarà”, ma non è così.
La notorietà non è una certificazione di verità. Il talento non produce automaticamente competenza in ogni campo. Un campione dello sport non diventa esperto di medicina perché è famoso. Un grande artista non diventa automaticamente autorevole in materia economica o geopolitica. Un personaggio televisivo non acquisisce, insieme alla popolarità, una patente di attendibilità universale, ecco perché la prudenza, per chi è esposto pubblicamente, non è un optional ma una responsabilità.
Non si chiede a un personaggio pubblico di essere infallibile. Nessuno lo è. Si chiede solo di essere consapevole delle conseguenze delle proprie parole. Prima di rilanciare una notizia, verificare la fonte. Prima di commentare un video, controllarne il contesto. Prima di accusare qualcuno, accertarsi che i fatti siano reali. Prima di trasformare un’interpretazione in una certezza, distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo. Sono comportamenti elementari per chiunque. Ma diventano ancora più importanti quando a metterli in pratica – o a non metterli in pratica – è una persona seguita da centinaia di migliaia o milioni di persone.
Quando un errore diventa collettivo
Perché un errore di un personaggio pubblico può diventare un errore collettivo, può essere ripreso dai suoi follower, rilanciato da altri utenti, raccolto dai media, trasformato in un nuovo contenuto e infine separato completamente dalla sua origine. A quel punto nessuno ricorda più da dove sia partito. Rimane soltanto la convinzione che “lo hanno detto tutti”. La ripetizione di una notizia non rende vera una falsità, il numero delle condivisioni non ne aumenta l’attendibilità, il numero dei follower di chi la diffonde non costituisce una prova. Non è accettabile, dunque, invocare la propria ingenuità, non è sufficiente dire “non lo sapevo”.
Certo, essere ingannati può accadere a chiunque. Ma chi dispone di una grande capacità di influenzare gli altri deve assumersi anche il dovere di verificare ciò che mette in circolazione.La libertà di espressione non significa libertà dalle conseguenze della propria espressione.
Al contrario: più grande è la capacità di influenzare, maggiore deve essere la consapevolezza della responsabilità. Questo vale in modo particolare quando si affrontano temi delicati: salute, sicurezza, cronaca, conflitti, questioni sociali e politiche. In questi ambiti una frase pronunciata con leggerezza può alimentare paura, odio, diffidenza o false convinzioni. E quando quella frase proviene da una persona molto conosciuta, il suo peso può essere enorme.
Per questo un personaggio pubblico dovrebbe considerare il “non lo so” una risposta legittima. Dovrebbe poter dire “devo verificare”, “non ho elementi sufficienti”, “questa notizia non è confermata”. Non sarebbe un segno di debolezza, sarebbe un segno di responsabilità. Dovremmo anzi recuperare il valore del dubbio in una società che premia continuamente la rapidità, la sicurezza ostentata e la reazione immediata.
La responsabilità di chi ha una grande visibilità
La comunicazione digitale ci spinge a commentare tutto, subito, ma non tutto deve essere commentato. Non tutto deve essere condiviso. La prima forma di responsabilità è quindi fermarsi e verificare prima di parlare: questo vale per tutti, ma vale ancora di più per chi ha una voce che può raggiungere milioni di persone, perché una persona comune può cadere in una trappola mediatica, mentre un personaggio pubblico, quando ci cade, rischia di portarci dentro anche tutti quelli che si fidano di lui. E allora la questione non è chiedere ai personaggi pubblici di essere perfetti, ma di comprendere il privilegio e il peso della propria visibilità.

