CATANIA – Agatino Cariola è professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Catania. Il QdS lo ha intervistato per meglio comprendere la legge che ci accompagnerà, salvo imprevisti, nella cabina elettore nel 2027.
Iniziamo da una valutazione complessiva di questo Stabilicum…
“Da più parti si è trovato sbagliato che, proprio alla fine della legislatura, la maggioranza parlamentare abbia fatto una legge che, inevitabilmente, tenta di intervenire sul risultato delle prossime elezioni a proprio favore. Si dice spesso che le leggi elettorali dovrebbero essere fatte con gli occhi bendati, cioè non conoscendo il possibile risultato elettorale che ne conseguirà. Invece, da anni, si assiste a maggioranze che elaborano leggi fatte a propria misura e nel proprio interesse, quasi a preconfezionare il voto degli italiani. Questa legge presenta, inoltre, vari profili di discussa legittimità costituzionale”.
Di cosa si tratta?
“Il primo è quello sul quale tutti gli analisti sono d’accordo, e cioè il grande numero di firme richieste ai nuovi partiti politici per potersi presentare le elezioni. È passato da 1.200 a 6.000 per ogni collegio in cui il simbolo sarà presentato: raccolta da fare in pochissimi giorni. Il che significa che l’attuale classe politica vuole rimanere isolata dal resto del Paese e restringere l’accesso alle nuove formazioni politiche. Questo è un vulnus alla democrazia. È una notazione che fanno i costituzionalisti di tutte le tendenze e di diversi orientamenti politici. Profilo ulteriore è il rispetto delle pari opportunità tra uomini e donne nell’accesso alla rappresentanza politica, sul quale tutto si dichiarano convinti. Occorreva un meccanismo che tutelasse perché le donne le quali scontano scarsa visibilità in termini di notorietà, con la conseguenza che sono poco rappresentate in Parlamento. L’attuale legge prevede fondamentalmente un unico meccanismo di riequilibrio della rappresentanza che è quello della presenza di donne nel listino: esiti che scatterebbe solamente in caso in cui una coalizione raggiungesse il 42% e che è veramente troppo poco ad assicurare il riequilibrio della rappresentanza. Ripeto che esso è un valore costituzionale nel quale tutti ci riconosciamo”.
Aspetti più tecnici?
“Il forte premio di maggioranza del 55% attribuito in ciascuna Camera alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti; è un premio che permette alla maggioranza che vince le elezioni di raggiungere quasi da sola la quota dei due terzi dei membri di ciascuna Camera. Questa è la soglia con la quale si elegge il Presidente della Repubblica, ma soprattutto i giudici costituzionali e i membri del Csm. Così facendo, la maggioranza che vince le elezioni occuperebbe i luoghi del controllo, compreso quello giurisdizionale. Dalla rivoluzione francese in poi gli ordinamenti costituzionali si reggono sul principio di separazione dei poteri. Chi vince le elezioni non occupa tutto, ma è controllato da altri poteri. Se questi poteri vengono nominati da chi vince le elezioni, tutto il meccanismo si inceppa. Si arriva così ad un meccanismo di dittatura della maggioranza: il che è problematico sotto il profilo costituzionale. L’altro elemento critico è l’indicazione del Presidente del Consiglio dei Ministri a opera delle coalizioni che si presentano alle elezioni, addirittura come requisito di ammissibilità della presentazione delle liste. Questa è una forma di elezione diretta del Presidente del Consiglio che oggi è esclusa dalla Costituzione. La Costituzione non prevede l’elezione diretta del Premier; non c’è l’elezione diretta del Capo del Governo. La nomina del Presidente del Consiglio è il frutto di un procedimento che muove dall’accordo dei partiti e giunge alla designazione ad opera del Presidente della Repubblica. Lo dice l’articolo 92 della Costituzione. L’attuale sistema consente molta flessibilità politica, come alla fine è opportuno che ci sia. Ricordiamo che i partiti sono espressione delle culture politiche del Paese e da essi sono tratti sindaci, governatori regionali, presidenti del consiglio come della repubblica. È normale che essi si assumano la responsabilità delle loro scelte ed indichino i loro esponenti migliori, donne e uomini. Sarebbe del tutto possibile stabilire una diversa formula che veda il Presidente del consiglio eletto dal popolo, ma ciò si fa con una complessiva riforma costituzionale, che per esempio risolva il problema del rapporto tra un Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento e un Capo del governo eletto pressoché in maniera diretta, non in maniera surrettizia”.
Perché il Presidente della Repubblica ha firmato immediatamente la legge, nonostante questi possibili rilievi di incostituzionalità?
“In tutte queste occasioni i Presidenti della Repubblica, non solo Mattarella ma anche in precedenza altri Presidenti, hanno firmato subito le leggi sulle quali è più forte la lacerazione nel mondo politico lasciando poi ad altre sedi la definizione del conflitto politico prima ancora che giuridico. Bene ha fatto Mattarella a firmare la legge permettendo tra l’altro a gruppi di cittadini di promuovere ricorsi affinché le questioni problematiche della legge arrivino presto in Corte Costituzionale. Inoltre, se il Presidente della Repubblica avesse rinviato la legge, si sarebbe dovuto attendere ancora dei mesi perché la legge avrebbe dovuto essere di nuovo approvata dalla Camera e dal Senato. Nel frattempo c’è la legge finanziaria che incombe: ricordiamoci che siamo in ritardo nell’affrontare la legge di stabilità 2027, e quindi ci sarebbe stato un ingolfamento dinanzi alle Camere e si sarebbe ritardato l’accesso in Corte Costituzionale”.
Un aspetto più tecnico, se entrambe le coalizioni non raggiungessero il 42% si tornerebbe alla legge in vigore nel 1992…
“Sì, ci sarebbe un proporzionale puro con una composizione delle Camere che rimane quella di componenti nominati piuttosto che eletti. Uno degli aspetti più critici della legge è la possibilità delle pluri-candidature o multi-candidature, perché chi sarà candidato in un collegio come capolista, dove sarà sicuramente eletto, e poi in vari altri collegi in maniera che lui possa aumentarne il peso con il sistema delle preferenze generando quello che io trovo un abuso, una vera e propria scorrettezza. In questo modo solo nei partiti più grossi, quindi FdI e il Pd, ci potrà essere un secondo o un terzo eletto. Vedremo il comportamento dei partiti al momento delle candidature, ma presumo che nell’attuale sistema dove il capo partito scegli chi candidare, non diremo addio alle nomine bloccate”.
In conclusione?
“La legge è ispirata all’idea che di assegnare poteri forti alla maggioranza, che esce dalle elezioni, anche se minima se raffrontata alla popolazione italiana, pensiamo che il numero dei votanti effettivi va purtroppo diminuendo. In termini netti direi che è una legge che guarda e tratta i cittadini-elettori come tifosi di questo o quello schieramento, di questo o quel leader. Non sono nostalgico del consociativismo e non promuovo inciuci, ma da costituzionalista che guarda al funzionamento delle istituzioni e alla necessità di legittimarle a mezzo del necessario consenso popolare, debbo notare che alcune scelte non devono e non possono essere fatte a colpi di maggioranza. Si pensi a una decisione sulla guerra, e purtroppo decisioni di tal tipo si debbono fare con sempre maggiore frequenza nel mondo di oggi: può una semplice maggioranza di governo scegliere da sola? O le volte in cui si decide sulla vita e sui beni di tutti gli italiani occorre un più ampio consenso? E lo stesso è da dire per le questioni legate alla salute, all’ambiente, alla tutela delle generazioni future: interessi che sono, o dovrebbero essere, di tutti e non di un solo partito. Ecco, oggi è da rifondare il senso di appartenenza all’Italia, che è poi un modo di prendere sul serio l’unità del Paese. La legge elettorale riguarda le regole del gioco tra i partiti e, dietro di loro, gli elettori. Sarebbe l’ora di finirla con leggi fatte all’ultimo momento e per una parte politica”.

