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Uva da tavola, costi alle stelle: Sicilia e Puglia fanno fronte comune

Uva da tavola, costi alle stelle: Sicilia e Puglia fanno fronte comune

Confronto tra i consorzi di tutela e le associazioni regionali sulle sfide dell’Isola: dai costi di produzione schizzati del 30% alla concorrenza sleale dei Paesi terzi. Varietà seedless, comunicazione ed efficienza finanziaria per il rilancio

BARI – Fare rete non è più un mero slogan, ma l’unica via di sopravvivenza e di rilancio per l’uva da tavola italiana. A Luv 2026, la prima fiera di filiera ospitata alla Fiera del Levante di Bari, la Sicilia dell’uva da tavola ha recitato la parte di protagonista. Al centro del dibattito fieristico, la tavola rotonda tra i consorzi di tutela dell’uva da tavola siciliana e pugliese, delle associazioni e del mondo creditizio. Da un lato, la necessità di difendere e valorizzare marchi storici come l’Igp Mazzarrone e l’Igp Canicattì; dall’altro, la lucida consapevolezza che il futuro si gioca sulla capacità di unire le forze con la vicina Puglia per presentarsi sui mercati internazionali con un’unica regia, un’offerta coesa e un’identità territoriale forte.

Uva da tavola, in Sicilia e Puglia aumentano i costi di produzione

Il quadro emerso dal confronto ha evidenziato una stagione complessa, contrassegnata dall’aumento generalizzato dei costi produttivi, dai mutamenti climatici e dalle crescenti difficoltà nel reperimento della manodopera specializzata. A delineare la crisi è Vincenzo Di Piazza, presidente dell’associazione uva da tavola siciliana, che nel corso del suo intervento ha sottolineato la necessità di un cambio di passo organizzativo. “Si impone l’esigenza che i soggetti del comparto si confrontino con un approccio rinnovato e sistemico, per perseguire l’obiettivo prioritario della redditività per gli agricoltori, oggi drammaticamente assottigliata – ha dichiarato Di Piazza -. Quest’anno i costi di produzione in campagna sono aumentati del 20-30%, ma a questo sforzo economico non è corrisposto un incremento del valore di vendita. Il cambio del panorama varietale viene percepito quasi come un’imposizione dal mercato e in distretti storici come Canicattì molte aziende non hanno la forza economica per affrontare riconversioni immediate. Di fronte a ciò la domanda sorge spontanea… con le colture tradizionali cosa facciamo?”.

Uva siciliana, la concorrenza estera mette sotto pressione i produttori

Se in passato la Sicilia ha costruito la propria forza commerciale sulla precocità delle raccolte, oggi lo scenario globale impone strategie del tutto differenti. A rimarcarlo con chiarezza è Giovanni Raniolo, presidente del consorzio di tutela dell’uva da tavola Igp di Mazzarrone. “Per decenni abbiamo sfruttato il vantaggio della primizia, ma oggi sul mercato europeo ci troviamo a competere con Paesi terzi che introducono prodotti a prezzi bassissimi – ha detto Raniolo -, costringendoci ad operare in perdita. Dobbiamo capire come uscire da questa situazione. Serve economizzare nei costi colturali, riducendo le spese per manodopera e trattamenti, pur mantenendo gli elevati standard qualitativi che purtroppo, oggi, non vengono adeguatamente remunerati. Occorre unire i produttori, esplorare nuovi mercati esteri e sollecitare la grande distribuzione ad acquistare prodotto italiano, nettamente più sicuro. Per fare tutto questo, però, serve un’unica regia capace di dirigere le sorti del territorio”.

Igp Mazzarrone e Canicattì, difendere la qualità dell’uva italiana

Il valore dell’indicazione geografica protetta resta il baluardo fondamentale per difendere le produzioni dell’Isola dalla concorrenza sleale estera. Una posizione ribadita con forza da Marsello Lo Sardo, alla guida del consorzio di tutela dell’uva da tavola IGP di Canicattì. “Il marchio IGP è uno strumento fondamentale – ha detto dal canto suo Lo Sardo -. Il consumatore deve conoscere con trasparenza la provenienza di ciò che acquista. Ogni giorno combattiamo una sfida impari contro la concorrenza sleale di Paesi terzi. Dobbiamo fare rete tra consorzi e investire in comunicazione per promuovere i nostri territori”.

Uva da tavola, innovazione e varietà senza semi per competere sui mercati

Sulle dinamiche di mercato e la necessità di una visione strategica sul fronte varietale si è soffermato Massimiliano Del Core, presidente della CUT (Commissione Italiana Uva da Tavola). “Ci troviamo in una fase di mercato complessa, caratterizzata da un avvio a rilento e prezzi inferiori del 15% rispetto alla scorsa campagna – ha affermato Del Core -. Per questo l’Italia deve smettere di subire passivamente le congiunture esterne e iniziare a programmare con forza. In regioni chiave come Puglia e Sicilia dobbiamo spingere sulla ricerca e sull’innovazione di prodotto, sviluppando programmi varietali autonomi per non dipendere esclusivamente da brevetti esteri. La transizione verso le varietà apirene (seedless) è ormai un passaggio obbligato ed io sogno un’uva senza semi, bianca o rossa, disponibile da settembre in poi e valorizzata anche come snack salutare fuori dai pasti”.

Export dell’uva da tavola, nuovi mercati per le imprese italiane

A completare il quadro delle analisi sono state le riflessioni relative alla promozione internazionale e alla sostenibilità finanziaria delle imprese agricole. Giacomo Suglia, presidente dell’Apeo (Associazione produttori esportatori ortofrutticoli), ha riposto l’accento sull’eticità del prodotto e sulle nuove rotte commerciali. “Garantiamo eccellenti qualità nutrizionali ed etiche, ma scontiamo un deficit storico di comunicazione – ha stigmatizzato Suglia -. Aggregarci per sostenere costi promozionali comuni è l’unica via per informare i consumatori e valorizzare il nostro lavoro. Intanto si aprono importanti sbocchi di export verso mercati lontani come il Sudafrica e la Thailandia”.

Credito alle imprese agricole, l’importanza di fare rete

Un percorso di integrazione sostenuto anche dal mondo creditizio, come confermato da Mauro Gadaleta, referente di UniCredit (main sponsor della fiera). “Fare credito alla filiera significa affiancare gli operatori con strutture specializzate e strumenti dedicati – ha detto Gadaleta -. Gli operatori che scelgono di fare rete e unire le forze riducono il proprio profilo di rischio, ottenendo una contrazione degli oneri finanziari e un migliore accesso al credito. Oggi l’aggregazione è un elemento essenziale e irrinunciabile per creare valore”.