MESSINA – Il professore Carmelo Rodolico è direttore del Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale (Dimed) per il triennio 2024/2027. Professore ordinario di Neurologia UniMe è dal 2022 direttore della Uoc di Neurologia e Malattie Neuromuscolari presso la Aou Gaetano Martino. È autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche: tra i temi affrontati lo studio delle patologie neuromuscolari degenerative e disimmuni con particolare riguardo alle malattie della giunzione neuromuscolare.
Sei corsi di laurea, 14 scuole di specializzazione di cui due di area non medica. Del Dipartimento viene evidenziato il carattere di multidisciplinarietà, la molteplicità dei campi di ricerca sviluppati in modo integrato e strettamente collegati dal punto di vista funzionale all’attività clinico-assistenziale. Come viene gestito il rapporto tra ricerca, formazione e assistenza?
“Un Dipartimento universitario integrato in una struttura ospedaliera come il Dimed si fonda sulla interrelazione dell’attività clinica, di didattica e di ricerca, cui si aggiunge anche l’attività della Terza missione, cioè il rapporto con il territorio e in particolare con il mondo del lavoro. Il medico universitario si rende conto di una patologia, della sua evoluzione o dell’effetto di un farmaco, registra i dati e li trasferisce al laboratorio. Dentro il Dimed ci sono i farmacologi, i biologi, esperti di genetica è quindi possibile riprodurre l’evento che si è sperimentato nella pratica clinica in laboratorio e da lì si sviluppa un trial terapeutico o un’altra sperimentazione clinica che ritorna al paziente attraverso una migliore possibilità di cura. In area di Medicina, tanto si basa sull’evidenza clinica ma molto altro si basa sulla sperimentazione clinica, sui trial che uniscono lo sperimentatore clinico con la ricerca di base”.
Come giudica la qualità della ricerca? Come si concretizza nell’interazione tra le differenti aree scientifiche?
“È a un ottimo livello, soprattutto per alcune patologie. Abbiamo dei farmaci che non esistevano fino a qualche anno fa e mi riferisco a quelli per patologie neurodegenerative, a volte sono anche malattie rare. Sono nuovi farmaci per malattie disimmuni del sistema nervoso periferico e del sistema nervoso centrale come la miastenia gravis o la sclerosi multipla. Sono interessati in particolare l’ambito neurologico, ma anche quello ematologico od oncologico. Il nostro è un Dipartimento che unisce figure del settore scientifico di area medica e quelle di area biologica come la farmacologia, la biochimica e quindi la possibilità di interagire e parlare una lingua che sia comune tra ricercatori di aree diverse”.
Le nuove modalità di accesso al corso di laurea di Medicina e Chirurgia funzionano?
“Sono fortemente critico su questa disposizione che ha modificato l’accesso a Medicina e Chirurgia, anche perché non è stato abolito il numero chiuso. Questa è stata una strategia di propaganda: il numero chiuso è stato traslato di qualche mese. Non risolve la problematica della carenza dei medici, perché su oltre cinquantamila, queste le domande a livello nazionale, arriveranno all’ingresso in medicina in diciannovemila, così come avveniva prima quando c’era lo sbarramento con i test. Quello che è cambiata è la metodologia. I ragazzi studiano la biologia, la fisica, la chimica, mentre prima avevano un ventaglio di domande più generiche che andavano dalla cultura generale alla matematica. Ora seguono un percorso di lezioni e questo sistema ha implementato un meccanismo di ipercompetitività controproducente per dei diciottenni, poiché per passare inseguono il voto più alto e magari non la preparazione. L’altro aspetto negativo è che ci troviamo con degli spazi che non erano previsti per accogliere questa mole di iscritti. E un ulteriore elemento è dato dal fatto che gli studenti accumulano Cfu da spendere in altri corsi di laurea a indirizzo sanitario, ma questo potrebbe anche essere condizionante nella scelta professionale”.
Nel tempo come sono cambiati gli studenti che scelgono le professioni mediche in termini di approccio, interesse, passione?
“Per fortuna ancora gran parte di chi accede o tenta di accedere alla scuola di Medicina lo fa per passione, però è cambiato l’approccio. C’è una parte di studenti che intravede a ragione, nei corsi di studio di area medica, una maggiore possibilità di entrare nel mondo del lavoro. È poi svilita la figura del medico e dell’operatore sanitario in generale, perché ormai si è in possesso dei mezzi di conoscenza in modo disinvolto e gratuito. C’è il facile ricorso all’Autorità giudiziaria per presunti errori medici e questo può anche scoraggiare. Alcune specialità si stanno affievolendo, diminuiscono gli iscritti in alcune aree della chirurgia, anestesia e rianimazione proprio per il rischio dei contenziosi. Penso alla fine che chi sceglie le professioni sanitarie ha una passione di fondo, ma credo che l’attività formativa deve anche preparare i futuri medici a interagire con i pazienti, soprattutto quelli difficili. Occorre sapere comunicare una diagnosi ed essere capaci di interagire con i familiari”.
Un Dipartimento ha le modalità gestionali di un’azienda. Il Dimed dispone di risorse sufficienti?
“Non sono sufficienti. Spesso il Dipartimento si avvale delle risorse dei singoli docenti. Partecipando a progetti di ricerca si acquisiscono dei fondi che si mettono nel Dipartimento per potere portare avanti l’attività scientifica e finanziare anche delle borse di studio. L’Ateneo mette una quota parte che però non è sufficiente per tutte le esigenze”.
Come sono integrate le tecnologie e l’Ia nelle attività del Dipartimento. Qual è il livello di utilizzo e i risultati attesi?
“L’Ia è una realtà con grandi potenzialità, che bisogna però anche sapere governare. È già entrata nell’interpretazione di alcuni dati di radiologia e neuroradiologia, per alcune immagini la risoluzione dei sistemi di Ia va al di là dell’occhio umano ed è ovvio che migliora la qualità della refertazione di un esame strumentale o l’interpretazione dei dati che provengono da un vetrino istologico in anatomia patologica o neuropatologia. Anche nella formazione l’Ia modifica l’approccio, con la possibilità grazie alle nuove metodologie di superare la classica lezione frontale e utilizzare le simulazioni di casi clinici. Le nuove tecnologie sono utilizzate anche nella biologia molecolare e nella genetica per l’interpretazione dei dati. Con le metodiche precedenti non sempre era facile stabilire per esempio il nesso fra la mutazione genetica e il suo effetto”.

