La fede incontra l’arte nella bellezza, nella capacità di emozionare e nel desiderio di dare voce a ciò che le parole, da sole, non riescono a esprimere. È da questa consapevolezza che prende forma la riflessione di padre Pasquale Munzone, responsabile del Settore per le Celebrazioni episcopali dell’Arcidiocesi di Catania, che racconta il valore del Festival delle Parrocchie – in scena questa sera alle 20:30 al teatro Metropolitan di Catania – come occasione di condivisione, crescita spirituale e dialogo con la società contemporanea.
Il Festival mette insieme musica, danza, teatro e spettacolo, offrendo alle comunità parrocchiali la possibilità di incontrarsi attraverso linguaggi differenti. Un’esperienza che, secondo padre Munzone, va oltre la dimensione dell’intrattenimento: il talento individuale diventa occasione per costruire relazioni, mentre la bellezza può suscitare domande, risvegliare la ricerca interiore e aprire nuove strade verso la fede.
Nel suo intervento, il sacerdote si sofferma anche sul significato della liturgia, sull’importanza del silenzio e dei simboli, sul valore della testimonianza autentica e sulla necessità di una Chiesa capace di parlare alle nuove generazioni attraverso linguaggi vicini alla loro sensibilità.
L’obiettivo è che il Festival lasci qualcosa di più del ricordo di una serata piacevole: un senso di appartenenza, una nuova consapevolezza dei propri talenti, un’emozione capace di generare speranza o una domanda sul senso della vita. Perché, come sottolinea padre Munzone, anche una festa può diventare l’occasione da cui prende avvio un nuovo cammino, soprattutto per i giovani.
Di seguito, l’intervista integrale.
Padre Pasquale, il Festival delle Parrocchie porta la fede dentro un linguaggio fatto di musica, danza, teatro e spettacolo. Dove si incontrano, secondo lei, la dimensione della fede e quella dell’arte?
“Credo che la fede e l’arte si incontrino in un punto fondamentale: nel desiderio dell’uomo di esprimere ciò che porta nel cuore e che, a volte, le parole da sole non riescono a raccontare. La fede parla al cuore, e l’arte possiede una straordinaria capacità di raggiungerlo attraverso la bellezza, i gesti, i simboli, i suoni e le immagini. La bellezza, del resto, ha sempre avuto un posto importante nella vita della Chiesa. Pensiamo alla musica sacra, all’arte sacra, all’architettura delle nostre chiese: sono tutte forme attraverso le quali, nel corso dei secoli, l’uomo ha cercato di esprimere e incontrare il mistero di Dio”.
Lei si occupa di celebrazioni episcopali e conosce bene il valore del rito, dei simboli, della musica e della bellezza nella liturgia. Quanto può la dimensione artistica aiutare una persona a entrare in contatto con una dimensione spirituale?
“Nella liturgia, ogni elemento ha un significato: i simboli, i colori, la musica, i gesti e persino il silenzio contribuiscono a rendere visibile una realtà che va oltre ciò che possiamo vedere e toccare. È importante recuperare l’importanza del silenzio nelle liturgie. La bellezza non è un semplice ornamento, ma può diventare una via per entrare nel mistero e comprendere, anche attraverso i sensi, qualcosa della presenza di Dio. Naturalmente, la bellezza da sola non esaurisce l’esperienza della fede, ma può preparare il cuore all’incontro. Può suscitare una domanda, risvegliare una ricerca, far nascere il desiderio di andare più a fondo. E questo vale anche al di fuori della liturgia: un’esperienza artistica autentica può diventare una porta attraverso la quale una persona comincia a interrogarsi sul senso della vita, sull’amore, sulla speranza e su Dio”.
C’è una differenza tra uno spettacolo che vuole semplicemente intrattenere e uno spettacolo che riesce anche a lasciare una domanda, un’emozione, magari una traccia spirituale. Che cosa trasforma una performance in una forma di testimonianza?
“Credo che la differenza stia soprattutto in ciò che si desidera comunicare e nella verità con cui lo si fa. Uno spettacolo può certamente divertire, emozionare e regalare una serata piacevole. E anche questo ha un valore. Ma una performance diventa testimonianza quando, oltre a mostrare un talento, riesce a trasmettere qualcosa della vita, dei valori e delle esperienze di chi la realizza. La testimonianza autentica, infatti, non consiste soltanto nel pronunciare parole giuste, ma nel rendere visibile qualcosa in cui si crede. Quando una performance nasce da un’esperienza vera e riesce a toccare la sensibilità di chi guarda, può lasciare una traccia che va oltre il tempo dello spettacolo. Ecco perché, a mio avviso, la domanda più importante non è soltanto quanto una performance sia bella o coinvolgente, ma che cosa riesca a far nascere nel cuore di chi vi partecipa”.
Il Festival mette insieme parrocchie e persone molto diverse, ciascuna con il proprio talento. Quanto è importante, nella vita della Chiesa, dare spazio anche a forme di espressione che non sono quelle tradizionalmente associate alla dimensione religiosa?
“Il Festival delle Parrocchie, ogni anno, rappresenta proprio questa possibilità: creare un luogo in cui le comunità possano incontrarsi, collaborare e scoprire che ciascuno ha qualcosa da offrire. Non conta soltanto la qualità della performance, ma anche il percorso che c’è dietro: le prove condivise, l’impegno, l’ascolto reciproco, la capacità di lavorare insieme e di sentirsi parte di qualcosa di più grande. In questo senso, il Festival non è soltanto un palcoscenico, ma diventa un’esperienza concreta di Chiesa. Una Chiesa capace di accogliere i linguaggi del nostro tempo, di dialogare con la cultura contemporanea e di riconoscere che il Vangelo può essere annunciato in tanti modi, purché al centro rimangano la persona, la relazione e la ricerca del bene”.
Alla fine, però, resta la domanda più importante: cosa può portarsi a casa una persona che partecipa al Festival, magari attirata inizialmente soltanto dallo spettacolo? Può una serata di festa diventare anche un’occasione autentica di incontro con la fede?
“Come Chiesa, non dobbiamo avere paura di incontrare le persone là dove si trovano, utilizzando linguaggi che possano comprendere e sentire vicini. Dobbiamo piuttosto creare occasioni in cui ciascuno possa sentirsi accolto, libero di partecipare e di lasciarsi coinvolgere. Mi piacerebbe, quindi, che chi partecipasse al Festival tornasse a casa non soltanto con il ricordo di una bella serata, ma con qualcosa in più: la consapevolezza di appartenere a una Comunità, la scoperta di un talento, un’emozione capace di generare speranza o una domanda nuova sul senso della propria vita. Perché una festa può finire, le luci del palco possono spegnersi, ma ciò che ha toccato veramente il cuore può continuare a vivere dentro di noi. E magari proprio da lì può cominciare un cammino nuovo, soprattutto di fede per dare slancio e incoraggiamento ai nostri giovani”.

