A 75 anni da Norimberga - QdS

A 75 anni da Norimberga

Giuseppe Sciacca

A 75 anni da Norimberga

giovedì 26 Novembre 2020 - 00:00
A 75 anni da Norimberga

L’indifferenza è una malattia morale che può tornare a essere mortale

Il 20 novembre del 1945 ebbe inizio nella città che era stata il luogo dell’ascesa del partito nazista di Hitler, il processo contro alcuni dei più alti e rappresentativi gerarchi di quel regime, procedimento giudiziario che passò alla storia come il processo di Norimberga.

Innanzi al Tribunale militare internazionale furono chiamati alla sbarra 24 personaggi tra i più importanti del nazionalsocialismo tedesco, tra i quali: Hermann Goering, Rudolf Hess, Joachin Von Ribbentropp, Martin Bormann e Rudolf Hess.

A questo primo processo fecero seguito una dozzina di analoghi procedimenti, sempre innanzi al Tribunale militare internazionale, nei confronti di altri alti ufficiali e gerarchi, tutti responsabili a vario titolo delle barbarie consumate in danno di milioni di essere umani inermi e innocenti, ai quali furono inferte inimmaginabili e inumane atrocità, senza alcuna valida ragione e senza nessuna motivazione, privati della vita, senza distinzione di età e sesso. Vecchi o bambini, uomini o donne, nella grande contabilità del progetto per la soluzione finale della questione ebraica, una vita umana valeva sempre uno, a chiunque appartenesse.

Il processo di Norimberga venne fortemente voluto dagli Alleati sia per non lasciar liberi e impuniti soggetti che si erano macchiati di crimini contro l’Umanità, sia per consegnare alla storia una verità scomoda e imbarazzante, che in molti avrebbero voluto seppellire per nasconderla agli occhi del mondo in un momento in cui la popolazione europea desiderava fortemente dimenticare e ripartire per una nuova era.

Il quadro delle prove che l’accusa riuscì a raccogliere era costituito in gran parte da filmati e documentazioni assistite da precisa contabilità, che i nazisti nei momenti precipitosi della capitolazione e della fuga non riuscirono a distruggere. Documenti trovarono piena conferma nelle strazianti deposizioni dei testimoni, tutte vittime sopravvissute ai lager.
Il profilo degli imputati che venne accertato a seguito dell’istruttoria processuale era quello di uomini privi di qualsiasi scrupolo di coscienza, che per opportunità processuale, per convincimento, mostravano di non essersi resi conto del disvalore morale delle proprie azioni, di cui pertanto non sentivano neanche alcuna responsabilità. Ciascuno di loro, in un lugubre mantra, giustificava sé stesso e il proprio operato, con l’assunto che aveva eseguito gli ordini ricevuti.

In realtà un’ideologia, nutrita d’odio e ispirata a pretesi criteri di superiorità razziale, aveva trasformato anche le persone più miti, inermi e forse anche umili, in esseri capaci delle più inumane atrocità. Il fornaio, il maestro, il medico che avevano guardato con benevolenza tutti i bambini con i quali erano venuti in contatto nel corso della loro vita, indossata la divisa si trasformarono in carnefici, perché il nazismo aveva tolto loro la capacità di pensare, rendendoli in grado di strappare i bambini dalle braccia delle loro madri per gettarli tra quelle della morte.

Il processo di Norimberga rivelò, all’umanità incredula, l’esistenza del male fine a sé stesso, che non serve a nulla e non segue nessuna logica se non quella meramente apparente e perversa del tiranno. La stessa logica che vuole i sostenitori della tirannide tutti uguali, tutti con una sola possibilità di utilizzo in una più grande costruzione, come cubetti della Lego, in cui il meccanismo d’incastro degli uni con gli altri è l’ideologia, di sovente accompagnata dalla paura.

In questo mese di novembre iniziato con l’attentato terroristico di Vienna, che ha causato quattro morti e ventidue feriti, le parole della senatrice a vita Liliana Segre, che da bambina visse l’esperienza di essere allontanata dalla società civile per essere rinchiusa nel campo di concentramento di Auschwitz, ci ricordano come tutto fu reso possibile dall’indifferenza di coloro che non erano direttamente colpiti dai provvedimenti del regime e che l’indifferenza è grave come la violenza. Il suo messaggio afferma che l’indifferenza di oggi per le violazioni dei diritti civili degli esseri umani, ovunque si perpetrino, non è diversa da quella di ieri, che consentì l’attecchire e l’affermarsi dei regimi totalitari. Il suo monito ha lo scopo di indurci a vincere la tentazione di lasciarsi andare all’insensibilità e all’indifferenza nei confronti delle ingiustizie e delle sofferenze, che per adesso colpiscono solo gli altri.

Perché l’indifferenza è una malattia morale che può tornare a essere mortale.

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