“La portata di interpretazione autentica, e pertanto retroattiva, dell’art. 2, comma 3, della legge regionale 15/1991 è stata confermata di recente dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 72 del 23 maggio 2025”. A poco più di un anno di distanza dal pronunciamento da parte del giudice delle leggi, sulla contestabilità degli abusi edilizi entro i 150 metri dalle coste anche per gli immobili realizzati dopo il 1976, è stato il Tar di Palermo a farvi riferimento per rigettare il ricorso presentato da alcuni proprietari di case che erano stati destinatari di ordinanze di demolizioni emanate dal Comune di Sciacca. Il pronunciamento dei giudici della seconda sezione presieduta da Federica Cabrini risale al mese di giugno ed è servita a riportare al centro dell’attenzione un tema che in Sicilia tiene banco da decenni: la cementificazione dei litorali, al di fuori di ogni regola, e l’estrema difficoltà con cui le istituzioni, a vario livello, gestiscono gli illeciti.
Abusivismo edilizio in Sicilia: il nodo tra demolizioni e diritto alla casa
In ballo c’è la casa, il bene materiale da sempre più prezioso per ogni italiano, un’importanza che negli ultimi anni è ancora più sentita per l’intreccio degli effetti determinati da fenomeni diversi, come la turistificazione e la crisi abitativa. Ciò ha contribuito nel tempo a far sì che il sentimento collettivo rispetto all’esigenza di contrastare l’abusivismo edilizio – laddove con contrastare si intende la pretesa di abbattere ciò che è stato realizzato in barba alle norme e di farlo addebitando le spese a coloro che non hanno rispettato le regole – sia stato contrastante. A fronte di una parte di cittadinanza sensibile alla battaglia – ambientalisti e coloro che più in generale tengono al paesaggio – ci sono anche quelli, e tra loro non solo i proprietari direttamente coinvolti, che credono che a distanza di decenni sia sbagliato intervenire su qualcosa che esiste da mezzo secolo o giù di lì.
Sanatorie edilizie e fascia dei 150 metri: cosa dice la normativa
A contribuire a prestare il fianco a questa tendenza è stato certamente il guazzabuglio di leggi che negli anni si sono succedute, a partire da quelle relative alla concessione di sanatorie edilizie. Quella più citata risale al 1985, che pur prevedendo la non sanabilità di abusi commessi in zone a vincolo di inedificabilità assoluta con effetto retroattivo ha lasciato per anni vive le speranze di quei privati che hanno operato tenendo conto come la precedente legge regionale del 1976 non fosse di fatto recepita dai Comuni nei propri piani regolatori.
In altre parole, se il Comune, chiamato a pianificare il territorio, non interveniva a limitare le aree in cui non era possibile edificare, allora il privato poteva confidare nella possibilità di mettere il cemento laddove – accantonata la legge del 1976 – non sembrava essere vietato. A diradare il caos ci provò poi una legge regionale del 1991, che stabiliva come le previsioni di 15 anni prima erano da intendersi valide per tutti: i privati, dunque, non avrebbero dovuto pensare di trovare alibi nelle lungaggini degli enti locali. Nonostante ciò per quasi 25 anni ci si è mossi sul crinale della vaghezza, con l’effetto di cristallizzare l’abusivismo.
La sentenza della Corte Costituzionale e del Tar sulla costa siciliana
Questo fino alla sentenza della Corte costituzionale dell’anno scorso. Come ricordato di recente dal Tar: “Il vincolo di inedificabilità assoluta gravante sull’area rende l’opera abusiva non sanabile. In ordine alla portata del vincolo derivante dall’art. 15 della legge regionale n. 78 del 1976, per costante giurisprudenza, l’inedificabilità entro i 150 metri dalla battigia rende insanabile qualsiasi opera abusiva, ad eccezione di quelle iniziate prima dell’entrata in vigore della medesima legge regionale e le cui strutture essenziali siano state portate a compimento entro il 31 dicembre 1976, e non consente la realizzazione di alcuna opera nella fascia dei 150 metri dalla battigia, con esclusione di quelle volte alla diretta fruizione del mare”.
A ulteriore, se necessario, chiarimento, i giudici amministrativi hanno specificato che “la disposizione del 1991 ha interpretato autenticamente quella del 1976, ovvero che il divieto di costruire entro i 150 metri dalla battigia vale anche per i privati fin dal 1976”. Nella sentenza viene infine sottolineato come “nella scelta del legislatore regionale del 1991 ha prevalso l’intento di sottrarre il bene protetto dal rischio che, sulla base di una diversa interpretazione della norma, l’inerzia delle amministrazioni comunali comportasse una tutela ridotta, irrazionalmente limitata al territorio costiero dei Comuni che si fossero attivati, ingenerando in tal modo anche disparità di trattamento”.
Demolizioni degli immobili abusivi: il problema delle risorse
Se sull’applicabilità delle leggi non c’è più motivo di eccepire dubbi, c’è ancora tantissimo da fare su ciò che poi viene fatto delle norme. A partire da quanto le istituzioni fanno per arrivare alle demolizioni. Anche in questo caso si tratta di un argomento che ha fatto tanto dibattere: gli enti locali hanno spesso sottolineato la carenza di risorse, soprattutto finanziarie, per agire in danno ai proprietari. Il nodo è finito all’attenzione della politica regionale che ha previsto l’istituzione di un fondo di rotazione per anticipare le risorse. A febbraio, era stata Legambiente a sottolineare come le somme siano per nulla proporzionate alle esigenze. “Sebbene i due milioni di euro previsti rappresentino la cifra più alta stanziata dal fondo di rotazione dalla sua istituzione nel 2021, grazie anche alla denuncia di Legambiente e Anci Sicilia, che in sede di sessione di bilancio 2026 ne avevano segnalato l’azzeramento, non possiamo che ritenerli insufficienti. Negli ultimi due anni, 2024 e 2025, a fronte di una disponibilità rispettivamente di un milione e 500mila euro, le somme complessive richieste dai Comuni sono state pari a 3.258.604,80 euro e 1.925.279,28 euro”, denunciava l’associazione.
Da allora non è chiaro quali risultati siano stati raggiunti. Il Quotidiano di Sicilia ha provato a chiedere informazioni alla Regione sullo stato delle nuove richieste giunte in questi cinque mesi, senza però ottenere risposta. A mostrarsi interessata alla questione è stata invece di recente anche la Procura di Agrigento, guidata da Giovanni Di Leo. Il 12 giugno, il procuratore capo ha inviato una nota al prefetto Salvatore Caccamo, per chiedere delucidazioni sullo stato di avanzamento delle misure antiabusivismo.
“Per ragioni di giustizia, al fine di monitorare lo stato esecutivo delle ordinanze di demolizione emesse da codesto ente e di verificare i contestuali ordini di demolizione emessi con sentenze passate in giudicato, chiedo di ricevere, nel più breve tempo possibile e comunque non oltre giorni 90 dalla ricezione della presente, l’elenco analitico, diviso per anno, delle sanzioni amministrative pecuniarie emesse a seguito all’accertamento dell’inottemperanza alle ingiunzioni a demolire”, si legge nel documento visionato dal Quotidiano di Sicilia.
Il modello Napoli per contrastare gli abusi edilizi
Il problema abusivismo edilizio non interessa soltanto l’isola. Anche in altre regioni si sta cercando di individuare strategie che possano rafforzare la capacità di ripristinare un quadro di liceità nella gestione dei paesaggi costieri. In tal senso proprio nei giorni scorsi, a Napoli, la procura guidata da Nicola Gratteri ha sottoscritto un protocollo con il Comune per collaborare nella fase di demolizione degli immobili abusivi. L’amministrazione che ha in Gaetano Manfredi il sindaco si è impegnata ad accelerare le procedure e stanziare un fondo da quattro milioni e mezzo di euro (oltre il doppio di quello che la Regione ha stanziato per tutta la Sicilia), mentre la procura individuerà le ditte da incaricare per i lavori di abbattimento.
“Prima che arrivassi a Napoli venivano effettuate 71 demolizioni l’anno, ora siamo arrivati a 181 – ha detto Gratteri – Il criterio che ci siamo dati è prima demoliamo le case di chi ha precedenti penali. Non ci concentriamo sulla costruzione abusiva dell’abbaino. A quello arriveremo, ma c’è un percorso ragionato: prima parliamo di costruzioni di tre o quattro piani totalmente abusive”.
Ma le risorse destinate ai Comuni siciliani sono insufficienti
In Sicilia, secondo lo studio di Legambiente “Abbatti l’abuso. I numeri delle (mancate) demolizioni nei Comuni italiani”, tra il 2004 – anno successivo all’ultimo condono edilizio – e il 2022 è stato eseguito poco più del 19% delle ordinanze di demolizione emesse. Un dato che colloca l’Isola leggermente sopra la media delle cinque regioni monitorate dal report – Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia, le stesse individuate dall’associazione ambientalista come quelle a maggiore presenza di illegalità nel ciclo del cemento – dove il rapporto complessivo tra ordinanze emesse ed eseguite si ferma a poco più del 15%. Il campione analizzato da Legambiente si basa sulle risposte fornite da centinaia di Comuni italiani, ma le differenze territoriali restano enormi: se in alcune province del Nord si supera il 40% degli abbattimenti eseguiti, in molti centri siciliani il dato crolla a percentuali marginali.
A rendere ancora più critico il quadro contribuisce la cronica scarsità di risorse messe a disposizione dei Comuni per procedere materialmente agli abbattimenti. Il fondo di rotazione regionale, istituito nel 2021 proprio per anticipare ai Comuni le somme necessarie alle demolizioni, si è rivelato negli anni strutturalmente insufficiente rispetto alla domanda reale: nel 2024, a fronte di un milione di euro disponibile, le richieste dei Comuni hanno superato i 3,2 milioni; nel 2025, con una dotazione scesa a 500mila euro, le domande hanno comunque sfiorato 1,9 milioni. Un divario che, secondo Legambiente, alimenta un clima di sostanziale impunità e disincentiva gli enti locali dall’avviare nuove procedure, sapendo di non poter contare sulle coperture necessarie.
A questo si aggiunge il dato elaborato dall’Istat nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile 2022: ogni 100 immobili realizzati nel rispetto delle regole, oltre 60 risultano abusivi, con conseguenze pesanti sia sul piano ambientale sia per le imprese che operano correttamente nel settore edilizio. Un fenomeno che, come sottolineano gli stessi report, si concentra soprattutto nei Comuni costieri, dove la pressione del mattone illegale è mediamente cinque volte superiore rispetto a quella registrata nei territori dell’entroterra.

