L’acquaponica, cos’è e come funziona

A Palermo il “Progetto Celavie”: produrre ortaggi e pesci sfidando il cambiamento climatico

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A Palermo il “Progetto Celavie”: produrre ortaggi e pesci sfidando il cambiamento climatico

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sabato 18 Giugno 2022 - 10:36

l’acquaponica? In cosa consiste, come funziona, quali pregi e difetti ha? E soprattutto, si tratta di un tipo di coltivazione sostenibile e biologica o no?

Sotto, i pesci e i crostacei d’acqua dolce, allevati in vasche. Sopra, le piante, che germogliano all’interno di aiuole pensili. Sistemi di vita diversi, sempre comunicanti in natura, ma che possono essere integrati a scopo produttivo attraverso un’antica tecnica agricola fuori suolo. È l’acquaponica, parola derivante dal latino che indica il “piegare il lavoro con l’acqua”. Ovvero combinare l’allevamento di animali acquatici con la coltivazione di vegetali, in un riciclo idrico chiuso e continuo.

Un sistema che consente una produzione controllata, sia dal punto di vista qualitativo che igienico-sanitario, fondamentale anche per destagionalizzare la produzione indoor.

Un’economia circolare ante –litteram, insomma. Individuata e sfruttata bene dagli antichi. Per secoli infatti questa tecnica è stata applicata, con metodi differenti, in Cina, nel Sud est asiatico, in Messico (gli Atzechi ne erano assidui utilizzatori) e nel Medio Oriente.

Coltivare ortaggi e pesci sfidando le avversità del cambiamento climatico

Oggi, con specifici aggiornamenti tecnologici, potrebbe diventare una delle chiavi di volta per fronteggiare le problematiche di produzione e approvvigionamento di cibo nei territori che più risentono dei cambiamenti climatici: da quelli già caldi e siccitosi, oppure inariditi da temperature molto rigide.

Su questo fronte un promettente progetto pilota è parte proprio dalla Sicilia.

Significativamente battezzato col nome di Celavie, acronimo francese di Cellule technologique de LA VIE), è un vivaio sperimentale, ideato e realizzato a Palermo attraverso un progetto co-finanziato dall’Unione Europea all’interno del Programma ENI di cooperazione transfrontaliera Italia-Tunisia 2014-2020, di cui il Dipartimento della Programmazione presso la Presidenza della Regione Siciliana, è l’autorità di gestione.

La “Cellula della Vita” funziona all’interno di due capannoni allestiti nella sede del Coreras, consorzio regionale per la ricerca applicata e la sperimentazione in campo agroambientale.

Il progetto palermitano

A portare avanti il progetto, con un budget di poco più di 975mila euro, è nello specifico un partenariato che, oltre al Coreras, include il Cnr, l’Università di Sfax, seconda più grande città tunisina, la Green Future, società palermitana da quasi 20 anni attiva nel campo della sostenibilità ambientale, e altri partner associati, tunisini e siciliani. Tra questi, l’Utap (Union tunisienne de l’agriculture et de la pêche), l’Agc (Association de la continuité des générations) e il GAL Elimos, che ingloba anche le isole trapanesi e l’Ente di sviluppo agricolo (ESA).

Più nel dettaglio, si tratta di una struttura monoblocco con un involucro esterno in acciaio coibentato di
6 metri per 3, dal volume complessivo di circa 30 metri cubi.

Trasportabile sia su rotaia che su gomma, questo modulo è stato dotato di un impianto fotovoltaico da 9 kilowatt del tipo “stand alone”, cioè con proprie batterie di accumulo, capace di autoprodurre tutta l’energia necessaria al funzionamento del sistema.

“La fattoria verticale”

All’interno sono collocate vasche per l’allevamento delle specie ittiche, il sistema idraulico per il riciclo dell’acqua e, per i vegetali, una “fattoria verticale” a terrazze disposta su più livelli al di sopra delle vasche, che riporta un po’ alla memoria le illustrazioni degli antichi e splendidi giardini pensili di Babilonia, la capitale della Mesopotamia. Luci a led illuminano le piantine simulando i fotoperiodi specifici per favorirne la crescita nel tempo più rapido possibile.

Un impianto di climatizzazione permette inoltre di creare un sistema microclimatico insensibile alle condizioni ambientali esterne, configurato in base al tipo di coltura da effettuare.

Tra le altre dotazioni tecnologiche, un dispositivo digitale consente di monitorare tutti i parametri sia sul posto che a distanza: da quelli vitali delle colture, a quelli energetici di produzione e consumo, passando per i valori di temperatura e umidità interne, il livello dell’acqua, la sua acidità, la conducibilità e l’ossigeno disciolto. Una piccola stazione meteo permette invece di misurare i parametri microclimatici esterni per studiare la correlazione con l’ambiente.

Come funziona l’impianto

“È in sostanza un impianto a circuito chiuso, che permette anzitutto di produrre energia attraverso gli specchi fotovoltaici collocati sul tetto dei due capannoni in cui sono state allestite le vasche e le strumentazioni – spiega al Quotidiano di Sicilia Giuseppe Filiberto, amministratore della Green Future– All’interno di questi volumi vengono allevati pesci d’acqua dolce e piante dentro aiuole di argilla espansa o lapillo vulcanico: materiali, questi, che non si sciolgono nell’acqua ma risultano ottimali per l’accrescimento dei vegetali, i quali traggono nutrimento dalle deiezioni degli animali.

Risalendo, l’acqua viene redistribuita nei letti di crescita, dove le piantine assorbono i loro nutrimenti e dove viene contemporaneamente svolta un’azione fito-depurante, cosicché ritorna a pesci e crostacei del tutto pulita”.

I vantaggi di questo prototipo sono molti

è trasportabile e quindi posizionabile in ambienti molto diversi per condizioni climatiche, dal deserto all’alta montagna. “Inoltre – aggiunge Filiberto – è totalmente svincolato dal fabbisogno idrico, visto che utilizza sempre la stessa quantità d’acqua e, altra cosa importante, non fa ricorso né a fitofarmaci né a concimi”. Adesso la Green Future è al lavoro per perfezionare anche un sistema di recupero dell’acqua di condensa generata dall’impianto di condizionamento.

Nelle vasche specie a rischio estinzione

All’interno di alcune vasche si distinguono bene dei granchi di fiume. Si tratta di esemplari di Potamon fluviatile, specie autoctona siciliana a rischio d’estinzione. Ma ci sono anche avannotti di carpa Cyprinus carpio, il pesce rosso Carassius auratus e la gambusia Gambusia affinis. Tutte specie minacciate dall’inquinamento e il cui inserimento nella cellula, spiegano al Coreras, apre nuovi scenari per un possibile utilizzo nel ripopolamento delle acque interne siciliane. Per quanto riguarda il pesce rosso, sebbene edibile, il suo allevamento è prevalentemente orientato all’impiego ornamentale.

La produzione di piante officinali

E tra i tanti altri possibili risvolti produttivi della cellula idroponica c’è anche la coltivazione di piante officinali: prodotti da destinare al settore farmaceutico, quindi con dimensioni commerciali potenzialmente molto vaste. Non a caso importanti multinazionali cominciano a manifestare un crescente interesse verso questa metodologia di produzione, caratterizzata peraltro da tempistiche molto rapide.

“Il progetto della Cellula della vita si sta rivelando un’esperienza emozionante – dice Gianfranco Badami, presidente del Coreras -. Si fa sempre un gran parlare del cattivo utilizzo dei fondi della Comunità europea, mal spesi o restituiti. In questo caso, con circa un milione di euro di finanziamento stiamo perfezionando un sistema che, considerando solo l’aspetto idrico, garantisce un risparmio d’acqua superiore al 90%, ma che stando alla sperimentazione portata avanti Green Future, può arrivare al 100%. Il tutto dentro due piccoli prefabbricati dove l’intero sistema digitale di gestione funzionano senza nessun collegamento alla rete energetica”.

Un progetto che può rispondere alle aspettative della popolazione, degli agricoltori e degli scienziati. Con un fondamentale obiettivo a lungo termine. A sottolinearlo Amine Elleuch, coordinatore dei partner di Celavie in Tunisia: “la finalità è quella di contribuire a nutrire la popolazione in maniera salubre, con verdure e pesce, utilizzando tecnologie innovative per la loro produzione, piccole superfici e minimizzando l’inquinamento che potrebbe derivare dal fabbisogno energetico necessario al funzionamento del sistema. Quest’ultimo, funziona infatti a energia solare. Tocca adesso a scienziati e sviluppatori trovare soluzioni per ottimizzarlo prima della fine del progetto”.

C’è insomma qualcosa di più concreto di una speranza per lo scenario del futuro prossimo. Quello in cui la popolazione mondiale sfiorerà i 9 miliardi di persone entro il 2050. E nel quale la disponibilità di suoli fertili sempre più ridotta.

Antonio Schembri

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