È uno di quegli interpreti capaci di lasciare il segno, dentro e fuori dallo schermo. Non è solo il talento a colpire, ma anche la dedizione con cui affronta ogni personaggio, trasformandolo in qualcosa di vivido, reale, tangibile. In un panorama spesso affollato, Francesco Montanari emerge come una voce distinta: quella di chi non si accontenta di recitare, ma cerca – e trova – verità in ogni racconto che porta in scena.
È protagonista di “Storia di un cinghiale”, scritto e diretto dal pluripremiato drammaturgo e regista uruguaiano Gabriel Calderón. Coprodotto da Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Carnezzeria, lo spettacolo è un’originale “variazione sul tema” di “Riccardo III” di Shakespeare, in cui i confini tra epoche e identità si fanno labili, sullo sfondo di una stessa realtà di ambizione, sete di potere, violenza repressa. Tradotto da Teresa Vila, il testo verrà rappresentato alla Sala Strehler del Teatro Biondo di Palermo dall’8 al 12 aprile 2026.
Shakespeare e contemporaneità: l’intervista a Francesco Montanari
Perché, in un’epoca così diversa, ha ancora senso tornare a Shakespeare attraverso una “variazione” come questa?
“Credo che ogni forma di spettacolo – che sia teatro, cinema o arte visiva – trascenda il tempo storico. La trama, in fondo, è solo un pretesto per arrivare a qualcosa di più profondo, che si compie nell’incontro tra lo spettatore e l’opera. Ogni spettacolo attiva risonanze personali: parla della nostra vita, come accade con i libri. Anche la metrica shakespeariana, che può sembrare distante dal linguaggio contemporaneo, in realtà conserva una forza straordinaria. Se Shakespeare continua dunque a essere rappresentato, non è per tradizione o per abitudine, ma perché continua a parlarci”.
Ogni replica è un’occasione per andare più a fondo nell’indagine del personaggio…
“È una prova continua, prima di tutto per me. Non adatto l’interpretazione al pubblico: cerco piuttosto di entrare sempre più profondamente nei panni che porto in scena”.
In “Storia di un cinghiale” il protagonista è un attore che finalmente ottiene il ruolo della vita. Quanto c’è di personale in questa tensione verso il riconoscimento?
“È un tema che riguarda tutti, e in particolare chi lavora nell’arte. Il nostro è un mestiere esposto al giudizio altrui, e il rischio è quello di identificare il proprio valore con lo sguardo esterno. Ogni rifiuto, ogni ‘No’, coinvolge direttamente la persona: metti in gioco te stesso, senza filtri. Ma i rifiuti non dipendono sempre dalla qualità del lavoro; spesso sono legati a visioni, esigenze o immaginari specifici. Resta il fatto che i ‘No’ sono molti più dei ‘Sì’”.
Riccardo III è uno dei personaggi più complessi del geniale drammaturgo e poeta inglese. Qual è stato l’aspetto più disturbante – o seducente – nell’avvicinarsi a lui?
“Riccardo III fa parte, insieme ad Amleto e a Re Lear, di quella che potremmo definire la triade dei grandi ruoli shakespeariani per un attore. È un personaggio affascinante perché nasce da un fallimento profondo, quello dell’amore. Da lì sceglie non di soccombere, ma di vendicarsi, fino a distruggere tutto. Può essere letto come un reietto, quasi un moderno Joker: un escluso dotato di straordinaria intelligenza, che ha tentato in ogni modo di essere amato”.
Un testo che affronta ambizione e lato oscuro. Crede che ogni attore debba fare i conti con la propria “ombra”?
“La ‘zona oscura’ non è qualcosa di esterno, ma appartiene a ciascuno di noi. Ogni attore, come ogni essere umano, è fatto di luce e ombra. Questo mestiere offre la possibilità di attraversare le proprie parti più profonde e di utilizzarle in modo creativo, nel rispetto degli altri. La sofferenza è una grande energia per un attore, ma lo sono anche le gioie, sebbene decisamente più rare”.
Diciamolo: per riuscire, nel suo mestiere, bisogna essere spietati?
“È un lavoro in cui sei continuamente esposto alla competizione. Sei, di fatto, una partita Iva: i provini sono tanti e le opportunità limitate. Devi fare i conti con il tuo aspetto, con la percezione che gli altri hanno di te, con dinamiche spesso imprevedibili. Il mantra ‘non mollare mai e credere in sé stessi’ è motivante, ma la realtà è che per ogni successo ci sono moltissime persone che non arrivano. Alla fine, ciò che conta davvero è il percorso, l’esperienza maturata nei progetti”.
Qual è la sfida artistica che sente di dover affrontare oggi?
“Sto lavorando alla mia opera prima da regista nell’audiovisivo. Ho scritto la sceneggiatura insieme ad altri e ora siamo in attesa di una risposta produttiva. È un passaggio importante: sento il bisogno di assumermi la responsabilità di raccontare una storia in prima persona”.
Il successo è qualcosa di imprevedibile e non coincide necessariamente con il valore reale di un attore. Tuttavia lei ha ricevuto riconoscimenti importanti, come il premio per la miglior interpretazione a Canneséries per “Il cacciatore”. Raccontare la lotta alla mafia comporta una responsabilità particolare?
“Sento sempre una grande responsabilità nel mio lavoro. Sono stato educato al rispetto e alla dignità di ciò che rappresento. Nel caso de ‘Il cacciatore’, l’incontro con il sostituto procuratore Alfonso Sabella e il fatto che i personaggi mafiosi avessero nomi reali hanno reso tutto ancora più concreto. Lavorare in Sicilia, conoscere i luoghi e le persone, ti fa capire che non stai solo raccontando una storia: stai contribuendo a mantenere viva la memoria e a rafforzare un senso di giustizia”.
Che Sicilia ha scoperto vivendo e lavorando sul set?
“Forse la vivo da ‘ospite’ e quindi senza il peso della quotidianità, ma ciò che mi colpisce sempre è la capacità di accogliere: la sensazione che, comunque, si possa contare sugli altri”.

