La vicenda morale, intrisa di corruzione e malaffare, dei cerchi magici che affossano una presidenza, ci riferiamo a quella della Regione Siciliana, l’abbiamo già vista. La Regione allora era la Liguria, ed il Presidente era Giovanni Toti. Il coro di indignazione, il circo mediatico fu enorme, ne parlarono i giornali italiani per mesi. Toti resistette un po’, poi, da giornalista ed esperto di comunicazione, fu costretto a dimettersi. Altra similitudine: sia dietro Toti, che Schifani, non c’era un grosso partito nazionale alle spalle per difenderli. Toti aveva abbandonato il suo per mettersi in proprio, Schifani ha ricevuto il preavviso di licenziamento dal suo. Tale è il comunicato di Nino Minardo, commissario di FI nell’isola, che parla di aria nuova. Considerando l’età di Schifani e quella di Minardo, oltre vent’anni di differenza, c’è una questione anche generazionale, da giovani turchi, oltre che di cambio di climax. Liguria e Sicilia condividono anche un’altra cosa però. Sono le regioni più vecchie d’Italia. Loro lo sono storicamente, la Sicilia lo è diventata visto che è crollata la demografia, cosa su cui nessuno riflette. Queste considerazioni dovrebbero essere un avviso ai naviganti, senza nocchiero, dell’opposizione siciliana. In Liguria si fece un caminetto ristretto, come il perimetro elettorale, e si scelse un uomo prettamente di sinistra, lo spezzino Andrea Orlando, ex ministro della giustizia, ex enfant prodige del partito democratico, brillante funzionario di partito che proveniva dalla Fgci.
Scandali politici e alternative per gli elettori siciliani
Nonostante pronostici favorevoli all’inizio del Toti gate, andò come tutti ricordano. Vinse il candidato del centrodestra il solido e burbero, ma mediaticamente autorevole ex sindaco di Genova Bucci. Cosa vogliamo dire, che gli scandali, il malgoverno, il malaffare percepito ed anche perseguito, non bastano per cambiare. Bisogna dare agli elettori una prospettiva differente, se c’è solo il favore agli amici, che sotto sotto ai siciliani piace, bisogna dare in cambio un riconoscimento del merito possibile. Bisogna portare sul tavolo le esigenze collettive delle tante categorie che non sono il solito blocco sociale che va a votare i soliti noti. Bisogna avere chiare le priorità immediate da affrontare e le soluzioni praticabili, e non velleitarie. Perché cacciare i mercanti dal tempio, su prove inconfutabili e non su giacobinismo, è compito di uno dei poteri dello Stato, la magistratura, alla politica non serve l’indignazione, comprensibile in alcune fasce di elettori, serve l’etica, la fatica del costruire percorsi non estemporanei, rammendare un’isola con carenze e ritardi enormi, e soprattutto dare speranze ai più fragili della società siciliana, che sono l’enorme numero di poveri, un quarto della popolazione, il partito degli invisibili, di ragazzi sfiduciati, di donne sotto occupate, di anziani abbandonati in comuni che condividono lo stesso destino.
L’opposizione siciliana tra responsabilità e sconfitta elettorale
L’indignazione non basta, non è un’onda su cui surfare, ci vuole senno e simiglio, la consapevolezza dei limiti e la razionalità delle scelte conseguenziali. Non è il tempo delle ambizioni, delle liti, del regolamento dei conti, di chi ce l’ha più lungo il conto dei like, ma quello della responsabilità di iniziare una strada stretta ed in salita, magari con qualche canto che rianimi le persone, come dice Battisti un canto libero. Il siciliano, che come abbiamo detto prima è anziano e pieno di pregiudizi, tra due tinti sceglie quello conosciuto. Quindi non bisogna essere tinti o malpeli, come si dice in Sicilia, ma chiari e seri. Le scorciatoie vanno quasi sempre all’inferno. Che in politica si chiama inevitabile sconfitta elettorale.

