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Beni culturali in Sicilia, la minaccia è idrogeologica

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Beni culturali in Sicilia, la minaccia è idrogeologica

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mercoledì 06 Gennaio 2021 - 13:30
Beni culturali in Sicilia, la minaccia è idrogeologica

In Italia più di 37.500 siti culturali sono soggetti a fenomeni franosi e circa 30.000 sono a rischio alluvioni. Il messinese “zona rossa” dell’area orientale dell’isola. Archeoclub lancia l’allarme

Salvaguardare, valorizzare e promuovere i beni culturali. Questi gli obiettivi del Centro di documentazione archeologica “Archeoclub d’Italia”, guidata dal Presidente Rosario Santanastasio, che ai microfoni di QdS.it dichiara: “Più di 37.500 siti culturali sono soggetti a fenomeni franosi e circa 30.000 sono a rischio alluvioni. Operiamo in tutto il territorio nazionale per mitigare i rischi connessi ai dissesti idrogeologici, attuando gli approcci di salvaguardia più idonei”.

In Sicilia, il numero uno della onlus ha fatto il punto sui problemi di staticità del Castello Svevo di Augusta. Chiuso al pubblico da anni per rischio crolli, solo nel maggio scorso ha visto l’avviamento di un bando di gara per il suo consolidamento e restauro e per la sua fruizione: “Occorre agire in fretta, perché salvaguardare un bene significa renderlo fruibile valorizzandolo”, spiega Santanastasio.


Salvatore Caruso – geologo e rappresentante siciliano di Archeoclub – evidenzia i rischi connessi all’area del messinese, già soggetta in passato ad alluvioni dagli esiti drammatici: “E’ questa la ‘zona rossa’ della Sicilia orientale, le oltre venti vittime nell’alluvione del 2009 sono una prova. Il fango invase per oltre 500 metri il paese di Scaletta Zanclea, distruggendo abitazioni e danneggiando il Castello Rufo Ruffo”.
E ancora oggi, secondo Caruso, sono le province del messinese le aree in pericolo, comprese quelle dell’entroterra siciliano: “L’area di Tripi, e le limitrofe, sono soggette a trasformazioni metamorfiche d’indebolimento causate dall’azione dell’acqua nel corso degli anni”.

Proprio a Tripi, a contrada Cardusa, è a rischio la necropoli monumentale risalente al IV-III secolo a.C. di quella che un tempo era la città di Abakainon, che con i greci raggiunse il suo acme.

Gli studiosi, inoltre, hanno rilevato la presenza di un impianto urbano, un lungo muro di terrazzamento a ridosso del quale vi era un largo canale per il drenaggio delle acque. Il muro serviva a delimitare una grande piazza, con ogni probabilità il foro dell’antica Abakainon. (Vedi foto: colate di fango e detriti).

E non è un caso che lo scorso 21 ottobre l’Ufficio contro il dissesto idrogeologico, guidato dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, abbia pubblicato una gara per affidare indagini geognostiche, studio geologico e progettazione esecutiva per il consolidamento del centro abitato del comune messinese.

Perché la partita per la salvaguardia dei siti archeologici si gioca proprio qui: cioè nel rapporto tra grado di rischio del dissesto e percentuale d’insediamento umano. Infatti la regione Sicilia destina prevalentemente i fondi necessari per la messa in sicurezza di quelle aree densamente abitate – a rischio elevato, le cosiddette R4 indicate dal P.A.I., cioè il Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico – a scapito di piccoli comuni come Tripi, che contano appena ottocento abitanti.

L’attuale amministrazione di Tripi “sensibile agli interessi e alle esigenze territoriali” secondo le parole di Caruso, ha dunque l’obbligo – che corre nei confronti di tutte quelle che amministrano in aree a rischio – di salvaguardare il patrimonio culturale, naturale nonché umano.

Perché rispolverando le parole di Sebastiano Tusa – ex assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, tragicamente scomparso nell’incidente aereo di Bishoftu, in Etiopia, nel marzo 2019 – la salvaguardia di un bene prescinde dalla sua valorizzazione, che non può che coincidere con la sua promozione attiva e partecipe di quello che non può, anzi non deve, essere dimenticato.

Gioacchino Lepre

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