Bruno Contrada e risarcimento: intervista all'avvocato - QdS

Bruno Contrada, dalla detenzione all’annullamento del “no” al risarcimento: intervista al legale

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Bruno Contrada, dalla detenzione all’annullamento del “no” al risarcimento: intervista al legale

Roberto Greco  |
giovedì 30 Giugno 2022 - 11:20

Stefano Giordano, legale di Contrada: "Dopo un trattamento ingiusto e persecutorio è il momento che la sentenza del Cedu abbia piena applicazione".

Qualche giorno fa la Cassazione ha annullato il rigetto relativo al risarcimento per ingiusta detenzione nei confronti del dottor Bruno Contrada, accogliendo così il ricorso presentato dall’avvocato Stefano Giordano, suo legale.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato, per meglio capire cosa significhi questo risultato.

Bruno Contrada, dalla detenzione al potenziale risarcimento

Avvocato, il suo ricorso è stato accolto. Che cosa succederà ora?

“Per ora a nostra disposizione c’è solo il dispositivo della sentenza, non le motivazioni, quindi abbiamo l’obbligo di usare cautela nelle nostre valutazioni. Di fatto, però tutto parte da due sentenze della Corte Europea: la prima, del 2015, che ha stabilito che Contrada non poteva essere né processato tantomeno condannato e una precedente, del 2014, che stabiliva che nei confronti di Contrada il mezzo detentivo non era appropriato poiché le sue condizioni di salute non consentivano la custodia cautelare in carcere ma che avrebbe dovuto essere messo ai domiciliari”.

“A questo si aggiunge che, nei suoi confronti, c’è stata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, ossia sono stati commessi trattamenti inumani e degradanti. Questo è il presupposto di partenza che ci ha portato, nel 2017, a ottenere un primo successo quando la Corte di Cassazione stabilì ineseguibile e improduttiva la sentenza di condanna nei confronti di Contrada.

Cosa significa questo?

“Che quella sentenza di condanna non esiste più. Significa che Bruno Contrada è incensurato, che sono stati annullati tutti gli effetti penali derivanti dalla condanna e che ha riassunto, anche se in quiescenza, il suo ruolo nella Polizia di Stato compresa la ricostruzione della carriera. La sentenza della Corte Europea, e parliamo di un ‘giudicato’, ossia di sentenze che vanno eseguite, per quanto riguarda Contrada si manifesta in due parti: la prima è l’eliminazione tecnico-giuridica della sentenza che lo aveva condannato e questo, nonostante l’opposizione costante dei requirenti, è stato fatto. La seconda, invece, riguarda il ritorno allo status quo precedente alla sentenza di condanna. Nel caso di un’avvenuta detenzione, come nel caso di Contrada che ha scontato interamente gli otto anni di pena inflittigli, è ovvio che sia necessario un risarcimento per ingiusta detenzione.

Ma non è andata proprio così…
“Come dicevo prima si tratta di una sentenza, quella della Corte Europea, che deve essere eseguita, che non è possibile discuterla o ritenerla opinabile. Nonostante ciò, la Corte di Appello di Palermo, terza sezione penale, aveva rigettato la richiesta di risarcimento perché ritenne che Contrada, ancorché incensurato, non ne avesse diritto in quanto colpevole dei fatti contenuti nella sentenza dichiarata illegittima. Può sembrare paradossale ma questo è quello che è successo”.

E da qui parte il vostro ricorso…
Esattamente. Abbiamo presentato ricorso evidenziando che la sentenza della Corte Europea non era stata eseguita, e ciò doveva essere fatto pur non condividendola, e che la decisione fosse stata presa sulla base di fatti che, a seguito dell’eliminazione della sentenza, non sussistono. In questo momento, mancando le motivazioni, non sappiamo se entrambe le nostre posizioni sono state prese in considerazione o se solo una di queste è stata definita cardine del rigetto.

“Un accanimento nei confronti dell’assistito”

Avvocato, poco fa Lei indicava un ritorno allo status quo precedente alla sentenza di condanna. Questo vale anche moralmente, ossia riguarda anche l’onorabilità del dottor Contrada?

“Assolutamente sì perché il processo è stato dichiarato illegittimo, ma non solo. Riteniamo anche che ci sia stato un accanimento nei confronti di Contrada. Il fatto che sia stato reintegrato, con ricostruzione della carriera, nella Polizia di Stato ne è la dimostrazione. Questo risarcimento, però, non lo ripagherà del danno morale infinito che ha ricevuto. Si tratta, il rimborso previsto, di un fatto più simbolico che non economico. Adesso, però, puntiamo a che il risarcimento a favore di Contrada sia riconosciuto concretamente in tempi brevi, considerata l’età e lo stato di salute dello stesso”.

Possiamo definire il trattamento subito dal dottor Contrada come un trattamento ingiusto?
“Sì, ma non solo. Ingiusto e persecutorio. Dopo la sentenza del 2017 ha subìto perquisizioni e intercettazioni e ricordo l’ultima, la perquisizione relativa alle indagini sulla morte dell’agente della Polizia di Stato Nino Agostino, sulla quale c’è un caso pendente alla Corte Europea, e del quale si attende la decisione della Corte, sull’uso disinvolto delle intercettazioni e del sistema di perquisizione. Ma questo riguarderà, inevitabilmente, tutto il sistema nazionale. Tutte le cattive abitudini interpretative della legislazione sono state adottate nei confronti del dottor Contrada”.

In chiusura, l’arresto del dottor Bruno Contrada avviene il 24 dicembre 1992, poco più di cinque mesi dopo la strage di via d’Amelio, quella che è stata definita da una sentenza “il più grande depistaggio della storia italiana”. È verosimile che anche l’arresto di Contrada, e quindi il suo allontanamento dalla scena investigativa e conoscitiva del fenomeno criminale mafioso, sia parte di un’orchestrazione, quella che ha portato alla beatificazione del falso pentito Scarantino?

“C’è una denuncia che Contrada fece, ai tempi, e che fu poi archiviata in cui individuò nei Madonia i possibili attori della strage di Borsellino. Non c’è dubbio, però, che il depistaggio non sia stato realizzato dal dottor Contrada. Non c’è dubbio che uno dei motivi per cui Borsellino doveva morire era la sua determinazione nel voler proseguire il lavoro di Falcone relativamente al dossier ‘mafia-appalti’, quel dossier per il quale il dottor Scarpinato e il dottor Lo Forte chiesero l’archiviazione pochi giorni prima della sua morte come non c’è dubbio che, se nel depistaggio sono coinvolti poliziotti, inevitabilmente ci siano coinvolti anche dei magistrati come recentemente il collega Fabio Trizzino ha ben ricostruito in aula a Caltanissetta. Si è trattato di uno scippo non solo alla memoria della famiglia Borsellino ma anche di tutti noi”.

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