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Caldo estremo, il prezzo più alto lo pagano i lavoratori meno tutelati

Caldo estremo, il prezzo più alto lo pagano i lavoratori meno tutelati

Gli infortuni legati alle temperature record colpiscono soprattutto braccianti e operai. Tra campi e cantieri il rischio termico si scarica su chi non può permettersi di fermarsi

In Europa e sul Mediterraneo, abbiamo già riscontrato la prima grande ondata di caldo del 2026. La temperatura media stagionale è stata superata di 9-12°C in molte città europee in Italia, Francia e Sud dell’Inghilterra. Si tratta di un’anomalia non certo isolata. Un recente studio Inail-Cnr (2023) stima circa 4.000 infortuni all’anno associati al caldo estremo. Tuttavia, l’effettiva correlazione tra ondate di calore e morti sul lavoro è spesso “mascherata”: molti decessi vengono registrati come infarti, malori improvvisi o come conseguenza di altri incidenti, nascondendo la causa reale. Tenendo conto di questi dati e del cambiamento climatico in corso, senza adeguate misure di mitigazione del rischio gli infortuni, le malattie professionali e gli eventi mortali associati al caldo estremo aumenteranno certamente.

Tetti, capannoni e sorgenti di calore i contesti più pericolosi

Durante le attività lavorative, siamo esposte/i a questo pericolo in modo sempre maggiore e per periodi sempre più lunghi dell’anno. L’impatto termico non è però lineare, colpendo i lavoratori in modo assolutamente differente secondo alle caratteristiche del contesto di riferimento: il luogo in cui si opera, il microclima associato, il grado di sforzo necessario, i ritmi di attività, gli indumenti utilizzati. Il rischio aumenta drasticamente nelle ore più calde della giornata e in condizioni particolari: con un’imbracatura su un tetto, in prossimità di sorgenti di calore, all’interno di un capannone di lamiera.

Agricoltura, edilizia e logistica: i settori più colpiti dagli infortuni da stress termico

Valutando esclusivamente gli eventi avversi associati allo stress termico, ai vertici delle statistiche Inail troviamo i settori: “Agricoltura, Silvicoltura e Pesca”, “Costruzioni” (Edilizia, Cantieristica e Lavori Stradali) e “Trasporto e Magazzinaggio”. All’interno di questi comparti, alcune specifiche mansioni risultano particolarmente esposte al pericolo del caldo estremo. Sono mansioni spesso affidate a persone migranti, talvolta senza documenti. Il rapporto “Occupational Safety and Health of Undocumented Migrant Workers in Europe” (2026) mostra che i lavoratori senza documenti sono esposti in modo sproporzionato alle temperature estreme, soprattutto nei tre settori anzidetti.

Braccianti agricoli: morti nei campi del Sud Italia

Il bracciantato agricolo è una tipica mansione affidata a persone migranti e in cui è particolarmente marcata l’esposizione al caldo estremo. Le estati italiane sono purtroppo scandite dalla morte di braccianti nei campi, spesso nel Sud Italia (Puglia, Campania, Sicilia) e nell’Agro Pontino. Recenti inchieste hanno confermato che molti lavoratori sono costretti ad assumere sostanze dopanti per reggere questi sforzi.

Costruzioni e asfaltatura: bitume a 160°C e Dpi che bloccano la traspirazione

Anche nel settore delle costruzioni, il caldo estremo minaccia in modo severo i lavoratori. Il pericolo è elevato per coloro che operano nella cantieristica stradale, soprattutto nelle mansioni di asfaltatura, dove il bitume steso a terra raggiunge temperature di lavorazione tra i 140°C e i 160°C, rendendo l’aria irrespirabile e azzerando i tempi fisiologici di recupero del corpo umano. Sui ponteggi e sui tetti, i lavoratori sono direttamente esposti ai raggi solari e obbligati a indossare dispositivi di protezione individuale (Dpi) come caschi, scarpe antinfortunistiche e imbracature, che ostacolano pesantemente la traspirazione aumentando lo stress termico. Nel 2025, un uomo marocchino di 47 anni, è deceduto mentre eseguiva una gettata di cemento all’aperto in una giornata in cui si rilevavano temperature di 35-38°C. Lo stesso anno un lavoratore romeno di 35 anni è deceduto mentre compattava il terreno in un cantiere stradale con una temperatura di 34°C ed elevati livelli di umidità.

Capannoni e logistica: fornaci di lamiera, turni da 14 ore e scioperi per il caldo

Nei grandi capannoni della logistica, strutture in lamiera prive di adeguata climatizzazione e ricircolo d’aria, il microclima può superare di molto la temperatura esterna, trasformando gli ambienti in vere e proprie fornaci. I magazzini sono spesso progettati e ottimizzati per la conservazione delle merci e la massimizzazione degli spazi, trascurando la salubrità termica dei lavoratori impiegati.

Negli ultimi anni, gli scioperi contro il caldo estremo si sono moltiplicati. Nei poli logistici di Campi Bisenzio (Firenze) e Calderara di Reno (Bologna) gli immigrati – in larga parte pakistani, tunisini, rumeni e moldavi – sono sottoposti a condizioni di lavoro difficili, in subappalto, seguendo turni di 12-14 ore al giorno, con paghe di circa 6 euro lordi l’ora, anche in giornate da bollino rosso. Nel luglio 2025, in diversi magazzini lombardi i lavoratori hanno incrociato le braccia al grido di “si sviene dal caldo”, dopo che la dirigenza rifiutò di installare gli impianti di ventilazione nonostante le temperature all’interno dei capannoni superassero i 36°C.

Il rischio termico traslato sul corpo dei più deboli

In questi settori si verifica una triste dinamica: il rischio termico si trasforma da rischio d’impresa a rischio del lavoratore, privato di qualsiasi meccanismo di autotutela di base. Fermarsi nelle ore più calde equivale a non guadagnare, o peggio, non essere richiamati dal caporale o dall’algoritmo il giorno successivo. Il rischio termico viene così traslato sul corpo dei lavoratori più deboli.

Luigi Di Cataldo
Sociologo dei processi economici e del lavoro