Cambiamenti climatici, la Sicilia diventerà caldissima - QdS

Cambiamenti climatici, la Sicilia diventerà caldissima

Gabriele DAmico

Cambiamenti climatici, la Sicilia diventerà caldissima

martedì 20 Luglio 2021 - 00:00

Il 2021 rischia di battere ogni record. Bonasoni (Isac-Cnr): “Ondate di calore aumenteranno, investire nel verde in città”

Il cambiamento climatico è in corso e “stare sereni è l’ultima cosa che possiamo fare perché fino ad adesso, di anno in anno, le concentrazioni di CO2 mediamente crescono sempre di più nonostante le buone intenzioni dei governi di tutto il mondo”. Sono le parole di Paolo Bonasoni, scienziato dell’Isac-Cnr e responsabile dell’osservatorio climatico di Capo Granitola, in Sicilia. A rendere estremamente concrete queste parole c’è un dato su tutti: l’aumento delle temperature.

Dopo un anno come il 2020, che secondo il Copernicus climate change service (C3s), è stato il più caldo mai registrato nonostante la riduzione delle emissioni di gas climalteranti dovuta ai ripetuti lockdown, anche nell’estate 2021 (soprattutto nell’Isola) si stanno registrando temperature particolarmente elevate che si mantengono costantemente intorno ai 30 gradi centigradi. Un dato quanto mai preoccupante, anche perché si inserisce in un trend di crescita esponenziale registrato a partire dal 2015.

Secondo il C3s, addirittura, negli ultimi cinquanta anni, le temperature delle province siciliane hanno subito variazioni medie che in alcuni casi sono anche di oltre due gradi. L’aumento più grave è stato registrato a Enna, Messina e Palermo, dove le temperature sono cresciute rispettivamente di 2,51, 2,37 e 2,07 gradi centigradi. Le conseguenze, manco a dirlo, sono disastrose e sotto gli occhi di tutti. “Il danno che fa il cambiamento climatico – spiega Paolo Bonasoni al QdS – è abbastanza evidente. Ci sono temperature notturne che difficilmente scendono sotto determinate soglie. Cosa che non permette di dormire se non aiutati dai condizionatori, che consumano energia che viene dal petrolio: è un gatto che si morde la coda. Infatti, è importantissimo supportare il discorso della transizione energetica verso le energie rinnovabili. Poi il cambiamento climatico influenza anche gli estremi metereologici. Noi vent’anni fa non sapevamo bene cosa fosse un’ondata di calore, adesso le ondate di calore sono in numero importante ogni estate. E più proseguiamo, più aumenteranno. E sono pericolose: la prima del 2003 ha mietuto migliaia di vittime in Europa. Lo stesso possiamo dire per le precipitazioni che sono mediamente meno frequenti e più intense con il rischio consistente di desertificazione. In questo senso la Sicilia è un’area che può risentire più di altre aree del fenomeno. Poi ci sono anche gli incendi causati dall’aumento delle temperature e se ci aggiungiamo la mano dell’uomo diventa un discorso abbastanza importante”.

Oltre a quelli citati da Bonasoni, ci sono anche altre conseguenze del climate change. Conseguenze che sono state messe nero su bianco anche dall’Ispra, con il rapporto sugli indicatori di impatto dei cambiamenti climatici del 2021. Secondo l’istituto il riscaldamento globale del Pianeta, i cambiamenti e le variazioni del clima e le loro conseguenze sono oramai una realtà incontrovertibile. E se si può questionare sull’efficacia e la tempestività delle politiche di mitigazione e di adattamento messe in campo dai governi, gli effetti del climate change, invece, sono evidenti in molte aree del Pianeta, soprattutto in zone considerate “hot spot” del surriscaldamento globale (come, per esempio, è il Mediterraneo). Proprio per questo c’è un’estrema necessità di investire oggi in iniziative di contrasto e adattamento per “migliorare la resilienza dei sistemi ambientali, economici e sociali”.

Per mettere in atto queste iniziative è essenziale conoscere in modo estremamente dettagliato tutte le conseguenze del surriscaldamento globale. In Sicilia, ad esempio, l’indicatore più avanzato del fenomeno (tanto da essere preso come caso pilota dal rapporto dell’Ispra) è l’aumento delle temperature della superficie del mare, che sta portando anche ad una riduzione di biodiversità dell’habitat coralligeno. Altra conseguenza del cambiamento climatico molto sentita nell’Isola, come già detto, è rappresentata dagli estremi metereologici. Fenomeni che, unitamente ad una scarsa capacità gestionale della risorsa idrica, rendono la Sicilia una delle regioni italiane con il più alto rischio di desertificazione e degrado del suolo (Sicilia, Sardegna, Puglia, Molise, Basilicata, Marche ed Emilia-Romagna sono le zone che presentano una percentuale di territorio superiore alla media per quanto riguarda la sensibilità alla desertificazione, secondo il rapporto Ispra).

Inoltre, l’alternarsi di eventi metereologici estremi e periodi di forte siccità stanno contribuendo in Sicilia al progressivo deterioramento dello strato più fertile del suolo, rendendo più intensa l’azione dei processi erosivi, di salinizzazione e di perdita di sostanza organica. Cosa che non solo potrebbe mettere a rischio la produzione agricola isolana, ma potrebbe anche far aumentare le zone a rischio di dissesto idrogeologico. In questo senso, la soluzione migliore è quella di interrompere, o quanto meno ridurre, il consumo di suolo (che nell’Isola, solamente lo scorso anno, ha causato la perdita di 400 ettari di terreno) incrementando, invece, tutti quei processi di forestazione urbana. “Nel sistema Terra – aggiunge Bonasoni – i corpi sono in grado di riflettere più o meno la radiazione solare: il ghiaccio riflette la luce, mentre l’asfalto, proprio perché è nero, assorbe maggiormente la radiazione solare, si scalda e trasmette questo calore all’aria. Il fatto di avere vegetazione nelle città è sicuramente un grande aiuto. Innanzitutto, perché permette il discorso della fotosintesi e quindi di abbattere la CO2. Al giorno d’oggi, inoltre, ci sono tipi di piante in grado di combattere l’inquinamento atmosferico: alcune specie sono più propense ad abbattere alcuni tipi di inquinanti rispetto ad altre”.

In ogni caso, anche se a livello mondiale siamo in estremo ritardo per cercare di invertire la rotta, è ancora possibile fare qualcosa. Secondo Paolo Bonasoni, la strada giusta da seguire è quella che tiene in considerazione l’incremento del monitoraggio delle emissioni dei composti climalteranti e lo sviluppo di una coscienza ambientale da parte dei singoli cittadini e delle singole industrie. “Credo che le istituzioni – spiega – abbiano l’obbligo di segnalare la rotta, però solo il singolo cittadino, specialmente le singole industrie, possono cambiare le azioni che collettivamente vengono condotte a livello nazionale, regionale ed europeo. Inquinamento e qualità dell’aria sono due facce della stessa medaglia. Le indicazioni che vengono date diventano importanti per i cittadini ma anche per chi a livello industriale deve tracciare una politica a favore delle energie rinnovabili evitando sprechi e consumi di carbone”.

Black carbon, veleno invisibile che riscalda l’aria siciliana
“Solo l’anno scorso 60 episodi di elevata concentrazione”

Paolo Bonasoni

Le temperature aumentano e il cambiamento climatico procede indisturbato di fronte a politiche troppo lente. Dal punto di vista della riduzione delle emissioni di composti climalteranti, in Sicilia così come in tutto il mondo, c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere gli obiettivi che l’Ue ha prefissato per il 2030 e per il 2050. A spiegarlo è il responsabile dell’osservatorio dell’Isac-Cnr di Capo Granitola, Paolo Bonasoni, intervistato dal QdS.

Le emissioni di gas climalteranti hanno un ruolo fondamentale nell’innalzamento delle temperature. C’è qualcos’altro che contribuisce al riscaldamento globale?
“Gli attori principale dell’aumento delle temperature sono le emissioni di CO2 e di altri composti climalteranti. L’anno scorso i livelli sono cresciuti del 26% rispetto al 1970. Ma la CO2 non è l’unico composto climalterante. È quello su cui si puntano maggiormente gli occhi in quanto è un composto a vita lunga che rimane per decenni in atmosfera. Poi ci sono anche altri composti a vita breve su cui si pone attenzione perché sono anch’essi potenti composti climalteranti. Si deve puntare a ridurre le emissioni anche di black carbon, di ozono troposferico e anche di altri gas come il metano. Uno degli aspetti che lega anche il discorso del consumo di suolo è il black carbon. A Capo Granitola misuriamo le quantità di tutti i composti climalteranti presenti nell’aria. Ecco, il black carbon è un composto meno conosciuto ma è un prodotto delle combustioni incomplete, tra cui gli incendi, le emissioni da veicoli industriali, autovetture. In Sicilia, solo l’anno scorso abbiamo registrato 60 episodi di elevata concentrazione di black carbon nell’atmosfera”.

In questo momento in Sicilia preoccupa molto di più la concentrazione di black carbon rispetto ad altri composti climalteranti?
“Non dico questo. Dico che la concentrazione è su tutti questi composti. Ma mentre il discorso della CO2 è molto conosciuto e tutti sappiamo bene che entro il 2050 bisogna arrivare alla neutralità, ci sono molti altri aspetti che non si considerano. Il discorso oltre che per la Sicilia vale anche per tutto il resto del mondo. L’atmosfera non ha confini ed essendo il Mediterraneo un ‘hot spot’ in cui il cambiamento climatico corre molto più veloce rispetto ad altre zone, l’Italia e la Sicilia stanno subendo un aumento di temperature importante. Per dare un riferimento, negli ultimi quarant’anni, nel Sud Italia, l’incremento di temperature è stato di circa 0,45° per decennio rispetto allo 0,29° a livello globale”.

La situazione sta migliorando dopo gli impegni presi dai Governi nel 2015 con l’accordo di Parigi?
“Noi dobbiamo cercare di rallentare e di effettuare una transizione energetica. Ma fino ad adesso, di anno in anno, le concentrazioni di CO2 mediamente crescono sempre di più. Quando si iniziò a misurarla, c’era un incremento minore di una parte per milione tra un anno e l’altro, adesso si parla anche di due parti per milione o 2,5. L’accelerazione è quello che preoccupa maggiormente. Dopo l’accordo di Parigi effettivamente non ci sono stati grossi cambiamenti. Tant’è che tre anni dopo, nel 2018, in Corea, l’Ipcc si è trovato nuovamente per richiamare duramente il fatto che non si era dato tanto seguito a quello che era un accordo formale. Si doveva fare meglio. Questo ha aiutato a prendere coscienza, a partire dall’Ue dove c’è questo impegno che viene chiamato transizione ecologica”.

Gli obiettivi al 2030 e al 2050 che l’Ue si è impegnata a rispettare, insieme ai comuni che hanno sottoscritto il patto dei sindaci, stanno determinando un’inversione di rotta?
“Nell’ultimo anno, anche con il discorso della pandemia, questa problematica si è attenzionata maggiormente. Credo che anche questo nuovo ministero, al di là delle parole, stia promuovendo e suggerendo e cercando di portare l’attenzione sulla riduzione delle emissioni, che è poi quello che passa per i singoli comuni e per le singole famiglie. Troppo spesso sembra che il cambiamento climatico riguardi gli altri e non parta mai da casa nostra. Invece deve riguardare tutti: a partire da ogni casa con tutte le accortezze che si possono mettere in campo”.

Agli interventi di mitigazione devono essere necessariamente accostati quelli di adattamento. Sotto questo punto di vista siamo un po’ più indietro?
“Certamente il discorso dell’adattamento ha un ruolo estremamente importante. Gli ecosistemi lo hanno già capito prima di noi. Si deve provare ad individuare il modo migliore in cui porsi e cercare di provare tutte le strategie del caso da mettere in campo. È un processo che andrà via via migliorato anche in funzione delle condizioni che ci aspetteranno. Non dobbiamo lamentarci del fatto che stiamo vivendo l’estate più calda degli ultimi anni ma dobbiamo rallegrarci perché sarà la più fresca dei prossimi anni. Dobbiamo essere coscienti che se non si prendono provvedimenti, l’energia del sistema Terra presenta un conto”.

Ancora però siamo lontani dal raggiungimento dell’obiettivo, quello di far diminuire di anno in anno le emissioni di climalteranti…
“Questo è vero. Ma è un discorso complesso, perché bisogna fare i conti con una gestione complessiva cercando di ottimizzare, migliorare e valutare quelle attività che promuovono maggiormente gestioni che causano grosse emissioni di climalteranti. Credo che sia quello che si sta cercando di fare. Anche se siamo ad un punto sicuramente poco avanzato, è una presa di coscienza importante ma soprattutto un impegno. Bisogna investire sul monitoraggio, come le misure del Copernicus climate change service che forniscono dati importanti. Anche la stessa Ue si impegna a sostenere queste iniziative per cercare di combattere il cambiamento climatico partendo da una visione scientifica che permette di capire dove intervenire in modo doveroso”.

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