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La storia del Carabiniere trasferito dopo l’assunzione di buttafuori legati ai clan: tre anni lontano dalla Sicilia “valgono” 3.666 euro

La storia del Carabiniere trasferito dopo l’assunzione di buttafuori legati ai clan: tre anni lontano dalla Sicilia “valgono” 3.666 euro
La storia del carabiniere trasferito in Calabria. Immagine creata con AI

Il Tar di Palermo riconosce un indennizzo forfettario a un carabiniere del Ros trasferito in Calabria per incompatibilità ambientale, dopo una vicenda legata all’assunzione di buttafuori ritenuti vicini ai clan. Ai giudici la decisione del Comando generale è apparsa sproporzionata, ma il risarcimento è stato ridimensionato rispetto alle richieste del militare

“Il collegio ritiene equo riconoscere al ricorrente l’ammontare di euro mille per ogni anno di illegittimo servizio fuori dalla Regione Siciliana che comporta la liquidazione di complessivi euro 3.666,66”.

Mille euro per ciascun anno dal 2020 al 2022 e il resto per i primi otto mesi del 2023. È il calcolo del risarcimento, a cui andranno aggiunti interessi e spese legali, che spetterà a un carabiniere in passato in servizio al Ros a Palermo e poi trasferito in Calabria dal Comando generale dell’Arma, per un caso di incompatibilità ambientale scaturito da una vicenda che aveva tirato in ballo presunti rapporti con esponenti della criminalità organizzata.

A disporre il diritto all’indennizzo è stato il Tar di Palermo, che ha parzialmente accolto la richiesta presentata dai legali dell’appuntato scelto dopo che in precedenza il Consiglio di giustizia amministrativa aveva dichiarato eccessiva la decisione del Comando.
Dal canto suo, il militare ambiva a una cifra decisamente più corposa.

L’antefatto

La storia da cui tutto ha avuto origine risale a un decennio fa, ma è venuta fuori nel 2019 quando dalle carte di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nei locali della movida palermitana, emersero le pressioni che il carabiniere aveva subito dagli uomini dei clan.

Oltre a lavorare al Ros, il militare, infatti, svolgeva di fatto un ruolo di responsabile della sicurezza in un disco-pub di proprietà di una società in cui la moglie deteneva parte delle quote.

Pur non essendo imputato nel procedimento penale, il Comando generale dei carabinieri stabilì il trasferimento fuori dalla Sicilia. “Tale atto era motivato in ragione del fatto che, nell’ambito di un procedimento penale pendente presso il tribunale di Palermo – viene ricostruito nella sentenza del Tar pubblicata ieri – si ipotizzava la sussistenza di un interesse mafioso nella gestione dei servizi di sicurezza di locali di intrattenimento palermitani, con plurime condotte estorsive nei riguardi dei titolari, ai quali veniva imposta l’assunzione dei buttafuori. In tale contesto era emerso che l’odierno ricorrente – si legge – aveva svolto un’attività professionale non autorizzata e, inoltre, aveva assunto sotto costrizione determinato personale per garantire la sicurezza interna del locale”.
Ad aggravare le considerazioni dei vertici dell’Arma era stato un aspetto: il carabiniere, convocato per essere sentito sui fatti al centro dell’indagine, aveva prima ammesso di avere subito un’intimidazione ma poi aveva ritrattato.

I primi ricorsi

Davanti al provvedimento che lo ha portato a lavorare prima a Catanzaro e poi a Melito di Porto Salvo, il carabiniere è ricorso alla giustizia amministrativa. A sostegno delle proprie ragioni ha fatto presente che in sede di Riesame l’ipotesi dell’estorsione ai danni della società di proprietà anche della moglie aveva traballato. In primo grado, tuttavia, il Tar ha respinto il ricorso, riconoscendo il diritto del Comando generale a  individuare una destinazione lavorativa fuori dalla Sicilia, per l’esigenza di escludere che il militare potesse essere coinvolto in indagini riguardanti Cosa Nostra. In quella circostanza a nulla era valso l’avere fatto presente, da parte dei legali del carabiniere, che il proprio assistito da anni non era stato più assegnato a compiti di polizia giudiziaria.  Le cose sono cambiate quando si è arrivati davanti al Cga. Nel giudizio d’appello, infatti, i giudici hanno considerato sproporzionato il trasferimento in Calabria.

Il risarcimento

Facendo leva sul pronunciamento del Consiglio di giustizia amministrativa, il militare si è ripresentato al Tar per chiedere il riconoscimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti negli anni di servizio fuori dalla Sicilia.
Per i suoi legali, la quantificazione sarebbe dovuta essere di 186.548 euro, “quale risultante della sommatoria di euro 34.118,27 a titolo di lucro cessante per differenze retributive e mancato guadagno; euro 73.273 a titolo di danno emergente per spostamenti, viaggi, ecc.; euro 4.987,24 a titolo di danno emergente per interessi passivi; euro 61.094,15 a titolo di danno emergente per danno di relazione ed esistenziale”.

Tuttavia, per i giudici la pretesa non è stata sufficientemente giustificata. La legge prevede infatti che sia il ricorrente a dovere assolvere “all’onere della prova, funzionale a ricostruire il danno conseguenza patito, cioè la fonte e l’ammontare dei danni che sono derivati direttamente e immediatamente dalla lesione dell’interesse meritevole di tutela”. Da qui l’individuazione di una cifra forfettaria per i singoli anni di allontanamento. Nel calcolo – si legge nella sentenza del Tar – è stato tenuto conto anche “della gravità della condotta” del militare che, “assegnato a un reparto di élite, consapevole dei rischi derivanti dalle infiltrazioni mafiose, ha indubitabilmente leso il prestigio dell’Arma”.

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