Centodieci anni dalla nascita di Giorgio Perlasca - QdS

Centodieci anni dalla nascita di Giorgio Perlasca

Giuseppe Sciacca

Centodieci anni dalla nascita di Giorgio Perlasca

venerdì 14 Febbraio 2020 - 00:00
Centodieci anni dalla nascita  di Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca, un italiano a cui è andata l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”

Il 31 gennaio scorso ha fatto segnare centodieci anni dalla nascita, avvenuta a Como, di Giorgio Perlasca, un italiano a cui è andata l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”.

Da giovane aderì al fascismo, recandosi volontario prima in Abissinia e poi in Spagna per combattere a fianco dei franchisti. Ben presto assunse un atteggiamento critico nei riguardi della dittatura da cui, in seguito, prese le distanze. Nei primi mesi del 1944, quando i nazisti occuparono l’Ungheria, Perlasca si trovava a Budapest, dove lavorava alle dipendenze di una società italiana che operava nel settore del commercio della carne. In tale contesto si trovò a essere ricercato dai tedeschi e per sfuggire alla cattura, riuscì abilmente a ottenere dall’ambasciatore spagnolo un passaporto e delle credenziali di funzionario di quell’ambasciata.

A questo punto, salvato sé stesso, non riuscì a restare indifferente alle atrocità della macchina della morte che i nazisti misero in moto anche in quel Paese e Perlasca, insieme ad alcuni diplomatici la cui coscienza insorse innanzi alla crudeltà dello sterminio in atto, si adoperò per accogliere, rifugiare e sfamare decine e decini di ebrei ungheresi in immobili di proprietà dell’Ambasciata spagnola. Lo fece avvalendosi dell’extraterritorilità di questi edifici, che in forza di ciò sfuggirono ai controlli nazisti.

L’opera di Giorgio Perlasca divenne superbamente rocambolesca e allo stesso tempo più profondamente umana, superando di gran lunga quanto la più fervida fantasia potesse immaginare, quando, a fine novembre del 1944, l’ambasciatore spagnolo abbandonò la sede diplomatica per fare ritorno in patria a causa degli insanabili contrasti con il governo filonazista ungherese. Così, l’intraprendente Perlasca, colse la palla al balzo prendendo arbitrariamente il posto dell’ambasciatore e fingendosi un diplomatico spagnolo. Dopo aver approntato, di proprio pugno, delle credenziali false, cominciò a operare, con l’aiuto di pochi volenterosi, fornendo ogni tipo d’assistenza a un sempre crescente numero di ebrei, arrivando sino a strappare i deportati dalle mani delle Croci frecciate ungheresi nelle stazioni ferroviarie, mentre venivano caricati sui vagoni che li avrebbero condotti ai campi di sterminio.

Dal dicembre 1944 al 16 gennaio 1945, consegnò documenti falsi e salvacondotti, consentendo l’espatrio a migliaia di uomini e salvandoli dalla morte certa. Sventò pure il progetto per l’incendio e lo sterminio nel ghetto di Budapest, che avrebbe provocato decine di migliaia di morti, giungendo, con un’eccezionale intraprendenza, a minacciare il ministro degli Interni ungheresi di un’improbabile e fantomatica ritorsione in danno dei cittadini ungheresi residenti in Spagna.

Quando le truppe sovietiche liberarono Budapest dai tedeschi, oltre cinquemila ebrei avevano già ottenuto documenti falsi attestanti la loro cittadinanza spagnola, grazie a cui gran parte di essi raggiunsero la salvezza. L’inventiva e il coraggio di quest’uomo, che non esitò un solo istante a esporre la propria vita a rischio di un’atroce morte, furono la salvezza di tanti. Dopo essere stato prigioniero dell’Armata Rossa, in quanto italiano, finita la guerra tornò in patria, dove Perlasca rimase nell’anonimato assoluto e condusse una vita del tutto normale, senza curarsi più di tanto di vincere l’incredulità che la sua storia suscitava. Infatti, rimasero senza riscontro sia i rapporti dallo stesso inoltrati ai governi spagnolo e italiano, che la lettera inviata ad Alcide De Gasperi.
In questo stato di anonimato Perlasca sarebbe rimasto fino alla morte, senza nulla chiedere. Ma alcuni sopravvissuti giunti in Italia lo riconobbero, ponendolo improvvisamente all’attenzione dei media. Resa nota la vicenda, ricevette la cittadinanza israeliana e venne nominato in quel paese “Giusto tra le Nazioni”.

Un riconoscimento offerto a chi, non ebreo, abbia agito in modo eroico per salvare delle vite di ebrei. L’Italia, solo nel 1991, gli concesse la Medaglia d’Oro al Valor civile e il titolo di Gran ufficiale della Repubblica. N

umerosissimi i riconoscimenti degli Stati esteri che si sono succeduti nel tempo, che non hanno mancato di riconoscere il suo grande eroismo pari alla sua modestia. In Patria divenne noto al grande pubblico a seguito di una puntata della trasmissione televisiva Mixer, condotta da Gianni Minoli nello stesso anno e dalla pubblicazione del libro “La banalità del Bene” di Enrico Deaglio. Deaglio prima di ogni altro, aveva sollecitato l’inchiesta televisiva affinché, tramite il piccolo schermo, entrasse nelle case degli italiani la testimonianza di come la barbarie possa e debba essere combattuta, anche quando la lotta appare assolutamente impari.

Tutto questo oggi sembra nuovamente ignorato e dimenticato, come confermano le vicende d’intolleranza raziale che sono sotto gli occhi di tutti e i dati provenienti dal Rapporto Italia 2020 di Eurispes, che attestano che il 15,6 % degli italiani ritiene che la Shoa sia un fatto non vero e mai avvenuto realmente, creato dalla fantasia di chi lo racconta. Con uno sconcertante incremento di questa percentuale di increduli, che nel 2004 era solo del 2,7%. L’aria di odio raziale che si è tornata a respirare in Europa e nel nostro Paese è intollerabile ed è significativa, in proposito la reazione del Parroco di La Loggia, nel torinese, che ha affisso al portone della sua parrocchia una scritta: “Juden Hier. Qui abita un ebreo, Gesù”.

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