Tra i dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo in un ateneo italiano negli anni 2019 e 2021, nel 2025 — a distanza di 4-6 anni dal conseguimento del titolo — circa uno su dieci risiede all’estero. A raccontarlo è l’ultimo rapporto Istat su “L’inserimento professionale dei dottori di ricerca | anno 2025”.
Numeri alla mano, non è dunque la disoccupazione a spingere i dottori di ricerca italiani oltre confine. La qualità del lavoro, le retribuzioni, le prospettive di carriera sono aspetti predominanti nella scelta di chi decide di recarsi all’estero e, spesso, anche oltre il tempo accordato dalle università. Ma procediamo con ordine.
I dottori di ricerca scelgono l’estero, boom di cervelli in fuga
Nel 2025, a quattro-sei anni dal conseguimento del titolo, il 10,4% dei PhD formati negli atenei italiani vive e lavora all’estero. Un dato che fotografa una diaspora selettiva e qualificata, che riguarda una delle élite più formate del Paese. E con una particolare attenzione per i siciliani.
Il fenomeno non è nuovo, ma cambia natura. Dalla fuga per necessità a una scelta razionale in un mercato globale della conoscenza. Qui l’Italia, e ancor più il Mezzogiorno, fatica a competere. In questo quadro, la Sicilia rappresenta uno dei punti più critici: qui la mobilità non è un’opzione, ma spesso una condizione obbligata. Soprattutto in ottica carriera.
Italia: occupazione alta, ma lavoro fragile
Il primo dato che emerge dal rapporto dell’Istat è apparentemente positivo. Nel 2025 il 96,1% dei dottori di ricerca risulta occupato a distanza di quattro-sei anni dal titolo. Un livello occupazionale nettamente superiore alla media nazionale, che conferma il valore del titolo accademico più alto nel sistema formativo italiano.
Dietro questo dato si nasconde però una fragilità strutturale. Oltre un terzo dei dottori lavora infatti con contratti a tempo determinato, mentre meno della metà trova impiego stabile all’interno di università o enti di ricerca. Tradotto: il sistema forma figure altamente qualificate, ma non riesce ad assorbirli in modo stabile. Il risultato è una condizione di precarietà diffusa anche tra le fasce più istruite.
Il dato chiave è quello della mobilità internazionale. Nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero. Una quota che, pur leggermente in calo rispetto al 2018, resta strutturalmente elevata. La geografia della fuga parla di Germania, Stati Uniti, Francia e Svizzera come principali destinazioni. Ma il dato più significativo riguarda la qualità dell’occupazione. All’estero, quasi il 60% dei dottori svolge un lavoro per cui è richiesto il titolo di dottorato. In Italia, questa quota scende al 37,2%. In altre parole, il mercato del lavoro italiano non riesce a valorizzare adeguatamente il capitale umano che forma. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma di trovare un lavoro coerente con le competenze acquisite.
Le motivazioni della mobilità internazionale raccontano un cambiamento profondo. L’81,7% dei dottori che si trasferisce all’estero lo fa per trovare un lavoro più adeguato alla propria professionalità. Il 73,7% per ottenere una retribuzione più elevata.
Diminuisce invece il peso della mancanza di lavoro in Italia, che scende al 45,3%. Il confronto salariale è netto: la metà di chi lavora all’estero guadagna oltre 3.500 euro netti al mese. In Italia, solo il 7,4% raggiunge questa soglia. La fuga dei cervelli non è quindi una fuga dalla disoccupazione, ma da un sistema che non remunera adeguatamente le competenze.
L’Italia non solo perde i propri dottori di ricerca, ma ne forma anche pochi rispetto agli standard europei. Nel 2021 i PhD rappresentano appena lo 0,4% della popolazione, contro una media UE dello 0,8%. Il Paese si colloca al 22° posto in Europa. Un dato che evidenzia una doppia criticità: bassa produzione di capitale umano altamente qualificato e difficoltà nel trattenerlo. Le politiche degli ultimi anni, tra cui il D.M. 45/2013, hanno ridotto il numero di corsi e borse di dottorato, con un parziale recupero solo dopo il 2021 grazie agli investimenti del PNRR.
Il Mezzogiorno svuotato: mobilità interna e fuga verso Nord ed estero
Se il dato nazionale è preoccupante, quello del Mezzogiorno è ancora più critico. Quasi il 40% dei dottori di ricerca vive in una regione diversa da quella di provenienza o all’estero. Tra i dottori provenienti dal Sud, la mobilità è ancora più marcata. Il 45,5% lascia la propria regione. Una parte significativa si sposta verso il Nord Italia, ma una quota rilevante prende la via dell’estero. Tra chi lascia il Mezzogiorno, oltre il 20% si trasferisce fuori dal Paese. Il Sud, quindi, non è solo un’area di formazione, ma un territorio di partenza. Forma capitale umano che viene poi assorbito altrove.
In questo scenario, la Sicilia rappresenta uno dei punti più deboli del sistema. Gli atenei siciliani, pur formando una quota significativa di dottori di ricerca, non riescono a trattenerli. Secondo i dati ISTAT, meno di un quarto dei dottori consegue il titolo negli atenei del Mezzogiorno, mentre la maggioranza si concentra nel Nord.
Questo squilibrio si traduce in una doppia penalizzazione per la Sicilia. Da un lato, molti studenti si spostano già durante il percorso di dottorato verso università del Centro-Nord. Dall’altro, una volta conseguito il titolo, le opportunità locali risultano insufficienti. Il risultato è una diaspora che inizia prima ancora del conseguimento del titolo e si consolida negli anni successivi.
L’Italia sotto la media europea per quota di dottori di ricerca nella popolazione
In Italia nelle due coorti considerate (2019 e 2021) arrivano a conseguire il titolo di dottore di ricerca poco più di 16mila individui (circa 8mila l’anno). L’andamento delle iscrizioni e dei conseguimenti del titolo di dottorato mostra gli effetti delle diverse normative che si sono succedute nel tempo.
Gli iscritti e i conseguimenti diminuiscono infatti a seguito del D.M. 45/2013, che ha ridimensionato sia il numero dei corsi di dottorato sia il numero dei posti finanziati con borsa, per poi aumentare dopo il 2021 a seguito dei maggiori investimenti legati al PNRR. Così se fino ai primi anni 2000 il numero di dottori di ricerca è rapidamente cresciuto, l’andamento successivo è stato fortemente oscillante.
Nel 2021, la quota di dottori di ricerca sul totale della popolazione è pari allo 0,4%, indicatore che pone l’Italia al 22° posto della graduatoria Ue27 (0,8% per la media dei Paesi Ue27, l’1,4% in Germania, lo 0,9% in Spagna e lo 0,7% in Francia).
La maggioranza dei dottori (52,6%) consegue il titolo nei corsi dell’area Stem (Science, technology, engineering and mathematics) – in particolare nel gruppo Scientifico (il 28,1% del totale) e in quello dell’Ingegneria industriale e dell’informazione (15,5%) – a seguire l’area sanitaria e agro-veterinaria (18,2%), quella economica, giuridica e sociale (16,9%) e quella artistica, letteraria e dell’educazione (12,4%). Il 14,7% dei titoli conseguiti rientra tra i dottorati industriali che nel 72,5% dei casi afferiscono all’area Stem.
Università siciliane: pochi sbocchi e precarietà diffusa
Il sistema universitario siciliano soffre di limiti strutturali. Le opportunità di carriera accademica sono ridotte, i finanziamenti alla ricerca limitati, le collaborazioni con il settore privato ancora insufficienti. A livello nazionale, solo il 49,3% dei dottori lavora in università o enti di ricerca.
In Sicilia questa quota è ulteriormente penalizzata dalla minore presenza di centri di ricerca e dalla ridotta capacità di attrarre investimenti. La conseguenza è una precarietà prolungata. Molti dottori restano per anni in una condizione di instabilità, tra assegni di ricerca e contratti a termine, senza prospettive di stabilizzazione.
Un elemento chiave, anche per i PhD siciliani è però rappresentato dall’esperienza all’estero durante il percorso di dottorato. Oltre il 53% dei dottori svolge un periodo di formazione internazionale. E non è un caso se chi ha avuto esperienze all’estero, ha anche una probabilità quasi tripla di trasferirsi definitivamente fuori dall’Italia. Questo dato evidenzia un paradosso. Il sistema universitario italiano incentiva la mobilità internazionale, ma non riesce a trasformarla in un ritorno di competenze.
Il divario retributivo tra Italia ed estero rappresenta uno dei principali fattori di spinta alla mobilità: il differenziale medio supera i 1.500 euro netti al mese. Ma il problema non è solo economico. È anche qualitativo. In Italia, una quota significativa di dottori svolge lavori per cui non è richiesto il titolo. Questo mismatch tra formazione e occupazione rappresenta uno dei principali limiti del sistema Miur.
La fuga dei dottori di ricerca fuori dalla Sicilia e all’estero ha un impatto diretto sullo sviluppo territoriale. La perdita di capitale umano altamente qualificato riduce la capacità di innovazione, limita la competitività delle imprese e indebolisce il sistema della ricerca. In Sicilia, questo fenomeno si traduce in un circolo vizioso. Meno opportunità generano più fuga, e più fuga riduce ulteriormente le opportunità. Da qui si parte quando si parla di progressiva desertificazione. Un crollo demografico che, a cascata, investe anche settori strategici come sanità, ingegneria, tecnologie e ricerca scientifica.
Se l’Italia perde, altri Paesi guadagnano. Germania, Stati Uniti e Francia attraggono dottori di ricerca formati nelle università italiane, beneficiando di un capitale umano già formato. È un trasferimento netto di competenze, che avviene senza costi di formazione per i Paesi di destinazione.
Segui tutti gli aggiornamenti di QdS.it sui canali WhatsApp e Telegram

