PALERMO – Sembra destinato ad andare avanti a colpi di battaglia legale il contenzioso tra Governo ed Enti locali sulla riclassificazione dei Comuni montani nel nostro Paese. Il 7 luglio scorso nella Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il Dpcm n. 121/2026 dell’11 maggio, che riporta il regolamento che definisce i criteri per la determinazione dei Comuni montani ai sensi della legge n.131/2025, escludendo di conseguenza numerose località – anche siciliane – dalla possibilità di accedere al Fondo per lo sviluppo delle montagne (Fosmit).
La Legge Calderoli riduce i Comuni montani
Il taglio voluto dalla cosiddetta “Legge Calderoli” attraversa tutta l’Italia e ha ridotto i Comuni montani da 4.062 a 3.715 alla luce del parametro altimetrico e di pendenza, lasciando fuori quasi 350 Amministrazioni rispetto al precedente elenco. Il motivo che ha portato alla riforma della montagna è evidentemente di natura economica: con meno Comuni in elenco, Roma potrà contare su un notevole risparmio di risorse. Di contro, numerose comunità locali si troveranno improvvisamente sprovviste di entrate che, fino a ieri, costituivano una boccata d’ossigeno per l’attuazione di interventi di sostegno per i servizi essenziali per i territori, quali istruzione, impresa, mobilità e trasporti.
Comuni montani in Sicilia, 24 enti esclusi
In Sicilia la “cura dimagrante” decisa dal ministero per gli Affari regionali e le Autonomie è diventata un paradosso: ha escluso 24 Comuni, ma ha permesso a 57 nuovi Enti locali di entrare nella prima volta nell’elenco, con un bilancio in “attivo” dai precedenti 173 agli attuali 218. Per tanti Comuni siciliani la riforma è dunque una manna, mentre per altri una tagliola. Tra i centri estromessi vi sono aree rinomate dell’Isola come Palermo, Messina, Barcellona Pozzo di Gotto, Giardini Naxos, Taormina e Caltagirone, così come realtà minori come Viagrande nel Catanese, Buseto Palizzolo nel Trapanese, Pollina nel Palermitano e Carlentini nel Siracusano.
Le risorse per il Fosmit e le critiche di Anci Sicilia
Sui tagli in Sicilia si sono susseguite nel corso di queste settimane diverse posizioni critiche. Tra queste, Anci Sicilia ha espresso perplessità in merito alla grande contraddizione isolana, secondo la quale il saldo positivo di 33 Comuni in più porterà comunque in dote risorse minori rispetto al passato alla luce della minore disponibilità di fondi, considerando che lo scorso 11 maggio la Regione siciliana ha pubblicato il decreto che assegna oltre 9,3 milioni di euro ai territori, in contrazione rispetto ai circa 15,2 milioni di euro che sono stati concessi per il biennio 2022/2023.
Sindaci siciliani contro la nuova classificazione
A livello di Amministrazioni locali, la riforma ha suscitato reazioni anche tra i sindaci dal colore politico affine alla maggioranza di Governo, a termometro della trasversalità del malcontento. Tra le posizioni più dure alla Legge Calderoli vi è comunque quella del Dem Giuseppe Stefio, sindaco di Carlentini, che ad agosto ha denunciato pubblicamente per il proprio Comune l’unico declassamento in provincia di Siracusa – da “semi-montano” a pianura – che rischia di cancellare “74 anni di storia” della città, con conseguenze negative per il comparto agricolo, l’istruzione e la sanità.
Pantelleria perde lo status di Comune montano
Altra area particolarmente preoccupata dall’esclusione delle misure Fosmit è quella di Pantelleria, che dopo dieci anni ha perso lo status di montanità. Proprio sulle colonne del Quotidiano di Sicilia, in una nostra precedente inchiesta, il sindaco dell’isola Fabrizio D’Ancona (civico di centrodestra) aveva sollecitato l’attribuzione “di un nuovo riconoscimento” per avitare che si acuisca ulteriormente il gap tra il territorio della Perla nera del Mediterraneo e altri Comuni siciliani.
Comuni montani e rischio spopolamento in Sicilia
Sulla testa delle comunità siciliane pende poi la gravosa spada di Damocle dello spopolamento, strettamente connessa alla desertificazione di servizi e opportunità di sviluppo del territorio. Ormai da decenni le aree interne dell’Isola stanno assistendo a un progressivo declino demografico e le recenti analisi Istat evidenziano come proprio in questi territori la contrazione della popolazione presente si sta realizzando in tempi più rapidi rispetto alle grandi città. Secondo l’istituto di statistica, nel Mezzogiorno le aree interne passeranno da 7,1 a 7 milioni di abitanti entro il 2030, mentre entro il 2050 la popolazione di tali luoghi si ridurrà ulteriormente fino a toccare i 6 milioni di abitanti.
La Regione siciliana cerca soluzioni per i Comuni esclusi
Sulla scorta delle preoccupazioni di Amministrazioni comunali e associazioni (Asael, Anci Sicilia e Uncem Sicilia), a inizio estate è stata avviata una prima interlocuzione con la Regione siciliana, partendo dal convegno che si è svolto nell’Aula consiliare del Comune di Castelbuono (Palermo) e che ha visto, tra gli altri, la partecipazione – in collegamento – dell’assessore regionale alla Funzione pubblica e alle autonomie locali, Elisa Ingala.
La responsabile dell’Ufficio, nel suo intervento, ha ribadito come l’inserimento dei nuovi Comuni nella lista sia avvenuta “anche grazie al lavoro svolto dalla Regione siciliana insieme ad altre Regioni del Mezzogiorno nella fase di definizione dei criteri”, pur tuttavia riconoscendo che “non vi è una perfetta coincidenza” tra l’elenco precedente e quello attuale.
“Comprendo perfettamente le preoccupazioni dei sindaci e delle comunità che temono di perdere alcune agevolazioni fiscali e finanziarie”, ha aggiunto Ingala. “Tuttavia – ha detto ancora l’assessore – la nuova classificazione non nasce per togliere risorse a qualcuno, né per creare territori di Serie A e Serie B”, bensì per “rendere più efficace l’intervento pubblico, indirizzando le politiche verso i territori che presentano specifiche condizioni di fragilità”. Per l’assessore, il risultato finale rappresenta “la migliore mediazione possibile”. Ingala ha inoltre assicurato che il Governo Schifani “non intende abbandonare i territori che per lungo tempo hanno beneficiato delle politiche dedicate alla montagna”. Pertanto, “nei limiti consentiti dalle norme vigenti” e in linea con “le risorse disponibili”, la Regione provvederà a “rappresentare le esigenze e cercare le soluzioni adeguate”.
L’Emilia-Romagna reintegra i Comuni esclusi
E se in Sicilia si discute su come sostenere i Comuni esclusi dall’elenco degli Enti montani, un passo in più nel corso di queste settimane è stato compiuto dall’Emilia-Romagna. Lo scorso 5 agosto, la Giunta ha infatti approvato una delibera regionale che ha “superato” il decreto del Governo che confermava il criterio di montanità solamente per 99 Comuni su 122, integrando così gli Enti riconosciuti da Roma “con ulteriori 23 territori ricompresi direttamente dalla Regione”, si legge nella nota diffusa dall’Amministrazione di viale Aldo Moro.
Per il presidente di Regione, Michele de Pascale (già presidente dell’Uncem e figura di spicco del centrosinistra regionale), e l’assessore regionale alla Montagna e alle Aree interne, Davide Baruffi, “esigenze delle nostre comunità non si esauriscono con un calcolo della pendenza: ci sono la tenuta dei servizi fondamentali, il contrasto allo spopolamento, la tutela idrogeologica e il sostegno all’economia locale”.

