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Comuni siciliani in dissesto, questione amministrativa o finanziaria?

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Comuni siciliani in dissesto, questione amministrativa o finanziaria?

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sabato 06 Novembre 2021 - 07:30

"Migliorare la capacità di programmazione per ottenere le risorse del Pnrr è ovviamente indispensabile, ma poi bisogna spenderle bene, rendere efficienti servizi e prestazioni pubbliche”

Gravi criticità finanziarie e organizzative per gli Enti locali dell’Isola, alla ricerca di urgenti provvedimenti di carattere normativo e finanziario. Un centinaio di sindaci siciliani, si sono recati, nei giorni scorsi, a Roma proprio per chiedere al Governo nazionale misure per attingere a nuovi fondi.

Ma perché nei comuni dell’Isola ci sono più conti in rosso che in qualsiasi altro comune in altre Regioni d’Italia?

La risposta, anzi una spiegazione, può fornircela Dario Immordino, componente del Gruppo di lavoro sulla Riforma della Contabilità regionale istituito presso la Regione Siciliana.

“La grave crisi dei Comuni, come tutte le patologie complesse, origina da un concorso di cause riconducibili alla qualità della legislazione, all’inefficienza amministrativa, alla carenza di risorse, ai difetti di progettazione e realizzazione del federalismo, alla proliferazione di regole, adempimenti, oneri e vincoli, al deficit di capacità progettuale, alla diffusione di prassi elusive delle regole finanziarie e contabili, alla sostanziale inattuazione degli strumenti di semplificazione vigenti.

Il continuo incremento di Enti territoriali in dissesto o con gravi disavanzi è dovuto alla lievitazione dei costi delle prestazioni pubbliche, al ridimensionamento dei trasferimenti statali e regionali, all’insufficiente capacità di riscossione delle entrate, alla diffusione di criticità e irregolarità gestionali e contabili. I vincoli di bilancio hanno limitato l’autonomia di spesa degli Enti locali, le regole di armonizzazione contabile sono rimaste incompiute e continuano a essere aggirate, mentre i controlli, le sanzioni e le forme di responsabilizzazione degli amministratori si sono rivelati inefficaci.

Lo Stato ha abolito tributi locali, ridotto i trasferimenti erogandoli con notevole ritardo, modificato continuamente le regole finanziarie e contabili impedendo una corretta programmazione, e in generale ha richiesto agli Enti locali sacrifici sempre crescenti, aumentando l’importo prelevato dalle casse comunali per il risanamento della finanza pubblica.

Gli Enti locali siciliani, inoltre, sono stati esclusi dalla ripartizione di risorse erogate dallo Stato ad altre regioni, e quindi, a parità di condizioni, sono penalizzati rispetto a quelli del resto del territorio nazionale. La Regione ha cercato di arginare l’emorragia di finanziamenti statali, ma la Corte dei Conti ha evidenziato che la principale fonte di finanziamenti regionali, il Fondo Autonomie, ‘appare in atto un coacervo di interventi finanziati, privi di logica interconnessione, che rendono complesso il riparto delle risorse e il funzionamento ordinario dei Comuni siciliani’”.

Come fatto presente da Immordino, “A questi fattori esterni si sono aggiunte diffuse forme di inefficienza della gestione finanziaria e di elusione delle regole contabili: percentuale troppo alta di spesa corrente (in primo luogo per il personale), crescente emergere di passività, capacità di riscossione insoddisfacenti, moltiplicazione della spesa per i servizi esterni, inadeguata applicazione dei principi della contabilità armonizzata, distribuzione a pioggia di premi e incentivi al personale, persistenza del fenomeno dei debiti fuori bilancio, eccesso di risorse disponibili non impiegate. Ciò determina equilibri finanziari fragili e precari e carenza di liquidità. Queste patologie finanziarie si ripercuotono sull’azione amministrativa e sull’erogazione dei servizi pubblici, e si cumulano con una vasta gamma di disfunzioni e criticità.

Le regole e le procedure contabili ostacolano la spesa anche in relazione alle risorse disponibili, gli iter di approvazione dei piani di investimento pubblici, ingolfati da una miriade di adempimenti e passaggi politico-burocratici, congelano ingenti risorse sottraendole al sistema sociale e produttivo, la proliferazione di Enti, agenzie e organismi tecnici frammenta e annacqua le responsabilità, moltiplica i centri decisionali, gli strumenti di pianificazione e le procedure, produce duplicazioni e sovrapposizioni di competenze e alimenta il contenzioso; i vincoli alla spesa, la riduzione delle entrate e i tagli di personale hanno privato gli Enti locali, soprattutto quelli più piccoli, delle risorse umane e finanziarie necessarie.

Il ricorso a forme di reclutamento non meritocratiche ha determinato la strutturazione di apparati burocratici privi della qualificazione e delle competenze indispensabili per garantire adeguati standard di efficienza, i controlli interni si sono rivelati inadeguati a contrastare le disfunzioni dell’esercizio dei poteri pubblici. Rispetto a disfunzioni così vaste e radicate intervenire con due o tre misure specifiche è evidentemente insufficiente. Servono politiche e riforme strutturali”.

Si tratta quindi di richieste di interventi palliativi, che tamponano ma non risolvono?

“Aiutano nell’immediato ma non sono risolutivi. L’abbattimento degli accantonamenti del Fondo crediti di dubbia esigibilità, per esempio, fornirebbe liquidità aggiuntiva agli Enti locali, ma aumenterebbe il rischio di deficit, soprattutto per i Comuni che riscuotono percentuali di entrate inferiori a quelle previste e producono debiti fuori bilancio. L’inserimento di figure qualificate è uno strumento certamente utile in una prospettiva complessiva di qualificazione degli apparati burocratici. Ma innestare nuovo personale nell’ambito di strutture inadeguate, nella sola prospettiva del Pnrr, invece, si rivelerebbe poco funzionale al recupero di efficienza di cui gli Enti locali hanno bisogno. Migliorare la capacità di programmazione per ottenere le risorse del Pnrr è ovviamente indispensabile, ma poi bisogna spenderle bene, rendere efficienti servizi e prestazioni pubbliche”.

Non è la prima volta che si parla di assunzione di figure professionali qualificate. Il problema è che i nostri Comuni hanno tanto personale…

“Il reclutamento di personale dotato di elevate competenze specialistiche funzionali alle politiche del Pnrr è uno strumento necessario. Il punto è che queste figure andrebbero innestate su apparati efficienti, mentre i recenti rapporti delle autorità competenti, e gli stessi Enti locali, evidenziano l’inadeguatezza delle attuali strutture burocratiche. Nonostante ciò, anziché intraprendere i percorsi di riforma segnalati da diversi anni dalla Corte dei conti, si perseguono processi generalizzati di stabilizzazione del personale precario in servizio, che prescindono da un’accurata comparazione tra competenze di questo personale ed esigenze delle amministrazioni. Si stabilizzano dipendenti che gli stessi Enti ritengono poco funzionali”.

Cosa “rischiano” i Comuni
siciliani a fronte delle diffuse difficoltà finanziarie in cui versano?

“L’81% di essi non ha approvato
il Rendiconto e il 61% il Bilancio di previsione, lo strumento cardine della
programmazione finanziaria. Questi dati evidenziano il profondo malessere della
finanza locale siciliana. Se i Comuni non approvano i Bilanci è perché in moti
casi emergerebbero deficit che potrebbero mandarli in default. C’è il rischio
concreto che i fenomeni di dissesto siano molto più diffusi di quelli
certificati dai dati ufficiali”.Quali potrebbero essere le conseguenze per i
cittadini? C’è il rischio di non avere garantiti i servizi essenziali?“La Corte
dei Conti da anni segnala il ‘progressivo aggravamento dello stato di salute
della finanza locale siciliana’ e denuncia ‘l’elevato rischio’ che i gravi
squilibri di bilancio compromettano il regolare esercizio delle funzioni,
privando i cittadini di servizi e prestazioni essenziali. Qualcosa del genere è
successo in qualche Libero consorzio, per esempio a Siracusa. Se mancano le
risorse i servizi non possono essere erogati o sono scadenti. A causa
dell’emergenza finanziaria è già in atto una certa riduzione sostanziale della
qualità e della quantità delle prestazioni pubbliche. Se questa situazione
dovesse incancrenirsi, evidentemente, si rischierebbe la paralisi di funzioni
essenziali”.

Quali sono le conseguenze?

“Il dissesto comporta una sorta di commissariamento e un percorso di rientro in un tempo prestabilito. I tributi vengono incrementati nella misura massima, le spese non obbligatorie bloccate e non si possono riscuotere crediti nei confronti dell’Ente. A pagare il conto della cattiva gestione sono le imprese creditrici di questi Enti e soprattutto i cittadini, chiamati a rispondere degli sprechi e delle inefficienze per la cosiddetta culpa in eligendo, cioè un cattivo esercizio del potere di voto che ha portato alla selezione di una classe politica inefficiente”.

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