Milano, 5 ott. (askanews) – Il Consorzio Vini del Trentino ha presentato il piano di sostenibilità 2026-2028, che dovrà tradurre i dati raccolti nella filiera in interventi sul lavoro in vigneto e in cantina, sulla tutela del territorio e sulla valorizzazione delle denominazioni. Il piano conclude il terzo Bilancio di sostenibilità, illustrato nei giorni scorsi all’Itas Forum di Trento, e prevede obiettivi graduali, economicamente sostenibili e verificabili nel tempo. Riguarda un comparto nel quale oltre 5mila viticoltori partecipano ogni anno alle verifiche della produzione integrata e le misurazioni delle impronte carbonica e idrica hanno interessato quasi 9mila ettari.
“Un bilancio di sostenibilità ha valore quando riesce a trasformare un percorso complesso in informazioni leggibili, verificabili e utili per orientare le scelte future”, ha dichiarato il direttore generale del Consorzio, Graziano Molon, spiegando che “la sostenibilità, per noi, significa soprattutto capacità di migliorare nel tempo e di rendere questo miglioramento misurabile. I veri protagonisti sono le persone che questo bilancio lo fanno tutti i giorni, in vigna e in cantina”. Il documento raccoglie dati riferiti al periodo 2022-2025 e segue gli standard internazionali della Global Reporting Initiative, integrati con i riferimenti del Sistema di qualità nazionale di produzione integrata e degli schemi Viva ed Equalitas. Le informazioni provengono dal Consorzio, dalle cantine e dalle aziende agricole, anche attraverso i registri di campagna. “È un bilancio di territorio e di comparto” ha sottolineato Stefano Rizzi, agronomo dell’Ufficio tutela del Consorzio.
La preparazione ha coinvolto rappresentanti delle cantine, viticoltori e sei esperti esterni del mondo accademico, della ricerca e della comunicazione. Dal confronto sono emerse sei aree prioritarie: tutela delle Denominazioni, valore per i soci, uso responsabile dei prodotti fitosanitari, suolo, paesaggio e biodiversità. “Questo percorso è iniziato molti anni fa, con i primi progetti di qualità e i protocolli di produzione integrata, e oggi arriva al terzo bilancio”, ha dichiarato il presidente Albino Zenatti, precisando che “A differenza del precedente abbiamo voluto coinvolgere chi lavora ogni giorno in campagna, in cantina e nella rete commerciale. Un bilancio ha senso solo se lo si fa vivere a tutti. Per questo chiedo di leggerlo e di farci avere le vostre osservazioni”.
Il sistema di certificazione della produzione integrata è giunto al decimo anno e, secondo quanto illustrato dal Consorzio, riunisce sotto uno schema comune pressoché tutto il vigneto trentino. Il suo funzionamento prevede controlli su livelli diversi: il Consorzio esamina la documentazione di tutti gli aderenti e dispone analisi per la ricerca di residui sulle uve di un campione di aziende; l’organismo di certificazione esegue le verifiche indipendenti previste dal piano di controllo. La certificazione dei viticoltori associati riguarda l’uva da vino. Le cantine possono proseguire il percorso fino al vino, ottenendo la possibilità di utilizzare il relativo marchio.
Nel 2025 gli operatori di cantina hanno svolto in media più di dieci ore di formazione, mentre le attività rivolte ai viticoltori hanno coinvolto oltre 4.800 persone. Le misurazioni delle impronte carbonica e idrica sono servite a individuare gli ambiti sui quali intervenire. La sintesi diffusa dal Consorzio non riporta i valori ottenuti né i traguardi quantitativi del piano 2026-2028, necessari per valutare l’entità dei miglioramenti attesi. Sul versante della biodiversità, il Consorzio ha illustrato uno studio triennale condotto con la Fondazione Edmund Mach, da cui emerge che il modello viticolo trentino, caratterizzato dall’alternanza fra vigneti e aree naturali, favorisce una presenza di api e altri apoidei significativamente maggiore rispetto alla viticoltura intensiva. Il rapporto tra coltivazioni e ambiente circostante diventa così parte della valutazione delle pratiche agricole.
Per le aziende più piccole, la condivisione degli strumenti consente di affrontare percorsi difficili da sostenere individualmente. “Da piccole aziende non saremmo in grado di affrontare certe certificazioni, il Consorzio ci dà gli strumenti”, ha spiegato Goffredo Pasolli, di Gaierhof e Maso Poli, durante la tavola rotonda moderata da Fabio Piccoli, direttore responsabile di Wine Meridian. Federico Simoni, di Cantine Monfort e Maso Cantanghel, ha evidenziato che “oggi il vino deve essere sostenibile, punto. In Trentino l’abbiamo resa una cosa di territorio, ed è un plus per noi produttori”. “Il viticoltore è radicato nel suo territorio e custodirlo significa custodire casa sua”, ha aggiunto Ludovico Berteotti, della Cantina d’Isera, mentre Barbara Mottini, della Cantina Vallarom, ha ricordato la scelta del biologico compiuta nel 1999: “Ci guardavano male, siamo partiti subito col biologico. Viviamo in mezzo alle vigne e siamo i primi consumatori del nostro vino”. Martina Centa, della Cantina Roeno, ha definito questo impegno “una responsabilità verso il futuro”. A Mezzocorona, la vicinanza tra vigneti e condomini rende concreto il tema della convivenza. Paolo Dorigati, della Cantina Dorigati, ha illustrato la sperimentazione di varietà resistenti con l’obiettivo di evitare i trattamenti in prossimità delle case.
Più in generale, la ricerca trentina sulle varietà resistenti offre strumenti per ridurre gli interventi di difesa. Le selezioni sviluppate dalla Fondazione Mach con il Consorzio Innovazione Vite presentano caratteri di resistenza a peronospora e oidio e richiedono meno trattamenti contro queste malattie. Il riconoscimento di questo lavoro sul mercato resta meno scontato. La MW Cristina Mercuri, fondatrice e Ad di Mercuri Wine Club, ha richiamato la distanza tra l’interesse dichiarato dai consumatori e i comportamenti d’acquisto. Secondo i dati citati nel suo intervento, sette consumatori su dieci considerano importante la sostenibilità, mentre soltanto il 27% verifica che un prodotto sia effettivamente biologico. Mercuri ha inoltre segnalato che molti non sono disponibili a pagare di più. Le due percentuali descrivono aspetti distinti: l’attenzione generale alla sostenibilità e la verifica di uno specifico metodo produttivo. “Sul piano produttivo siamo avanti, su quello della comunicazione possiamo migliorare. I consumatori vogliono fatti concreti, non slogan. Prima si misura, poi si certifica, infine si comunica”, ha proseguito Mercuri, mettendo in luce che “per un territorio come il Trentino un bilancio ripetuto ogni anno può diventare parte del valore della Denominazione”.
Anche la grande distribuzione chiede ai fornitori di documentare il proprio operato. Astrid Palmieri, direttore della sostenibilità aziendale di Esselunga, ha illustrato il nuovo piano dell’insegna, che punta a valutare il 90% dei fornitori ad alto impatto: “Non importa partire tutti dallo stesso punto, importa condividere la stessa direzione”.
Il bilancio del Consorzio è disponibile anche in formato digitale, accessibile tramite codice Qr. Il piano 2026-2028 prevede che gli impegni siano verificati nel tempo e aggiornati sulla base dei risultati. Francesca Tinazzi, della Cantina Tinazzi, ha paragonato la rendicontazione al pesarsi: “Ogni anno ti guardi allo specchio e ti dici che non è ancora abbastanza”. Resta infine il rapporto tra gli investimenti delle aziende e il valore riconosciuto ai vini del territorio. Dorigati ha invitato a lavorare anzitutto su quest’ultimo: “La sostenibilità è un moltiplicatore. Se il valore del brand territoriale è basso, anche il risultato resta basso”.

