Coronavirus, impatto emotivo e danni collaterali - QdS

Coronavirus, impatto emotivo e danni collaterali

Arena Maurizio

Coronavirus, impatto emotivo e danni collaterali

sabato 02 Ottobre 2021 - 01:30

Cosa accade nella nostra mente quando un trauma violento come quello di un’epidemia, ci investe con violenza improvvisa? La parola allo psicoterapeuta Maurizio Arena

Negli esseri umani le emozioni giocano un ruolo fondamentale, specie nelle situazioni traumatiche, come nell’attuale epidemia di Coronavirus, che sta avendo un importante impatto psicologico sulle persone. I meccanismi che sottendono le risposte conseguenti a un input emotivo attengono all’integrazione dei tre cervelli di MacLean: quello rettiliano del tronco encefalico, che regola i comportamenti più istintivi e le reazioni del corpo; quello limbico che è il regno delle emozioni; e quello della neocorteccia prefrontale che svolge i processi mentali superiori, come logica e ricerca di significato.

Il primo segnale nelle situazioni traumatiche, come lo è quella del Coronavirus, è sempre una risposta da stress, con uno stato di allerta o tensione, determinato dal fatto che il virus fa paura perché invisibile, ignoto, virale nel senso del comune sentire e quindi percepito come un pericoloso predatore inarrestabile, che ci fa sentire impotenti dinanzi a qualcosa di sconosciuto e ci rende vulnerabili. In condizioni normali, a uno stato di allerta e tensione, si risponde con una gestione cognitiva dell’emozione, che porta a una fase di adattamento ed esaurimento della risposta da stress.

A livello cerebrale, il sistema limbico con l’amigdala, archivio mnemonico delle emozioni, si mette in stretta comunicazione con la corteccia prefrontale, sede dei processi cognitivi. La corteccia mette ordine razionalmente alla parte emotiva, determinando prima una risposta di adattamento e conseguentemente la risoluzione della crisi emozionale, modulando le manifestazioni somatiche istintive promosse dal tronco encefalico. Se però la condizione di stress persiste, c’è il rischio che tale scambio d’informazioni venga meno, con un precipitare degli eventi, con conseguente ansia, panico, deflessione del tono dell’umore e somatizzazioni, senza trascurare, come vedremo, alcune risposte comportamentali apparentemente normali e strettamente correlate ai tratti caratteriali e di personalità.

Così, ad esempio, il soggetto tendenzialmente ansioso, potrà reagire preoccupandosi di gestire l’incertezza dei giorni a venire, potrà fare spese esagerate per improponibili scorte alimentari, tenendo l’orecchio teso verso notizie preoccupanti veicolate dai media. Il tendenzialmente ipocondriaco chiamerà agitato il suo medico, perché somatizzando tutti i sintomi dell’infiammazione virale, si sentirà in perenne condizione di pericolo, riferirà tutti i sintomi che ha profondamente studiato rigorosamente sul web, ma di cui chiede conferma, aggiungendo particolari molto dettagliati sui segnali che, a suo dire, il corpo gli manda, vivendo con profonda angoscia e sofferenza ogni momento della giornata. Chi ha tratti caratteriali ossessivo compulsivi si preoccuperà di inondare, ora per ora, le sue mani e tutte le superfici con cui va in contatto con amuchina e prodotti similari, misurando con attenzione millimetrica la distanza suggerita, controllando diverse volte al giorno la temperatura corporea, indossando la mascherina protettiva sul viso facendola diventare parte di sé.

I borderline, da un lato si dimostreranno consapevolmente bravi cittadini nel rispettare le norme anti contagio previste, ma contestualmente si lamenteranno di non potere uscire da casa e di essere rimasti bloccati.

I sociopatici assumeranno un atteggiamento di ostentato menefreghismo, non si adegueranno alle norme anti contagio, giungendo perfino a giustificare come normale la morte dei soggetti più deboli e indifesi.

I narcisisti, eternamente ripiegati su se stessi e forti dall’immaginare di possedere un io indistruttibile, tenderanno a minimizzare e considerare l’infezione al pari di una banale influenza e, come tale, considerarla incapace di colpirli personalmente.

I sospettosi, tendenzialmente paranoidi, elaboreranno idee complottistiche che servono a far crollare l’economia e il sistema capitalistico.I più pessimisti deborderanno verso una deflessione del tono dell’umore, perché immagineranno le condizioni più infauste e drammatiche, cercando continuamente conferma della loro negativa visione del mondo, diffidando degli ottimisti che considereranno superficiali.

I soggetti sfuggenti, per via del loro innato atteggiamento evitante, considereranno la situazione generale quasi del tutto normale. Per loro, già di per sé asociali, l’isolamento obbligatorio è vissuto come una fortunata opportunità di non frequentare la gente e di evitare la loro riottosa attitudine a rifiutare i contatti fisici.

Sia ben chiaro che tali tratti possono anche comparire simultaneamente, in maniera in parte prevalente, nello stesso soggetto.

Dall’asfissia emotiva al cortocircuito emozionale: le reazioni agli eventi traumatici

Le manifestazioni cliniche analizzate sono espressione di due meccanismi che tendono ad autoalimentarsi a vicenda: l’asfissia emozionale e quella cognitiva, quest’ultima strettamente legata alle distorsioni cognitive. Entrambi precipitano la persona in un cortocircuito emozionale. Vediamo il tutto nel dettaglio.

Asfissia emotiva

In ogni circostanza si prova un’emozione che è archiviata nel cervello limbico. Le emozioni influenzano il modo di funzionare degli organi attraverso i sistemi psiconeuro, endocrino e immunitario (Pnei), i quali comunicano, con il corpo, le gioie e i disagi della mente. Il corpo, in tal senso, è un collettore finale tra ambiente ed emozioni e fa differenza nelle sue manifestazioni somatiche tra emozioni negative o positive. Infatti, la tachicardia, l’orripilazione, le farfalle nello stomaco, le vertigini, etc., ci rendono consapevoli del nostro stato d’animo, ora di benessere e felicità, ora di sofferenza e disagio. La consapevolezza del nostro stato d’animo è il risultato dell’interazione fra il sistema limbico, la corteccia prefrontale e il tronco encefalico.

L’asfissia emotiva esprime la disgregazione fra una funzionale attivazione (eustress o stress positivo) e un eccesso di allerta, con comportamenti poco lucidi e controproducenti (distress o stress negativo), legati al persistere della condizione stressante. Quando l’evento traumatico persiste nel tempo, come nel caso del Coronavirus, amplificato da un martellamento mediatico, informazioni scientifiche spesso dissonanti e manipolazioni politiche dequalificanti, noi abbiamo maggiori difficoltà a sopportare situazioni di allerta o tensioni. In condizione di distress, andiamo incontro a una disconnessione della comunicazione limbico prefrontale, l’emozione negativa (nel caso del coronavirus rappresentato dalle pressioni legate all’invasione patogena del virus e dalle prospettive incerte) non è elaborata cognitivamente dalla neocorteccia. Si crea a livello limbico un ingorgo emozionale che scatena le risposte psicosomatiche del tronco encefalico.

Asfissia cognitiva

In condizioni normali, il cervello cognitivo, attraverso un checkup logico e razionale, esercita un controllo sulla pressione emozionale e istintiva. Quando il distress prende il sopravvento, prevale l’uso del pensiero logico che determina una disregolazione con il cervello emotivo e un’iperattivazione del tronco encefalico, determinando un’Asfissia cognitiva. Nel caso dell’attuale epidemia da Coronavirus, la condizione di distress determinata dalla cognizione negativa elaborata dalla neocorteccia, è frutto di ragionamenti indotti prevalentemente da abuso d’informazione. Tale condizione determina un ingorgo cognitivo che rende difficile prendere decisioni, essendo prigionieri d’interminabili e dettagliate considerazioni, che ci fanno perdere la bussola emotiva di pertinenza limbica. Ne consegue la liberazione di risposte psicosomatiche del tronco encefalico.

Il ruolo svolto dai meccanismi cognitivi è molto articolato essendo strettamente correlato a giudizi, convinzioni, previsioni sul futuro, ricordo di esperienze passate, a tutte le spiegazioni soggettive che ci diamo delle cose e degli accadimenti del mondo. Ognuno di noi ha un ben definito stile cognitivo, che definisce il nostro mondo interiore, in modo tale che la mente conferma l’immagine precostituita che ha della realtà.

Così se entriamo in contatto con informazioni che contrastano con le nostre certezze e i nostri punti di vista, si crea una dissonanza cognitiva. Questa dissonanza può essere risolta abbandonando il nostro modo di pensare e cambiando idea. In caso di asfissia cognitiva, però, tendiamo a ignorare o minimizzare l’informazione contraddittoria e restiamo ancorati alla posizione iniziale dei nostri punti di vista, producendo una vera e propria distorsione cognitiva. Le distorsioni cognitive sono responsabili di una rappresentazione della realtà che si nutre delle sue stesse certezze e sono al contempo espressione del bisogno di mantenere in ordine le nostre convinzioni. Essendo così importanti e invadenti le distorsioni cognitive è utile analizzarle nello specifico.

Astrazione selettiva delle informazioni

È una conseguenza della tendenza della mente a soffermarsi prevalentemente, se non esclusivamente, sui fatti della realtà che confermano la personale visione del mondo. In concreto il soggetto mette in atto un processo cognitivo distorsivo, che non gli permette di comprendere la realtà nella sua interezza. Questo tipo di distorsione è abbastanza frequente nelle persone ansiose, le quali ogni qual volta si ritrovano a parlare con più interlocutori o ad ascoltarli, si lasciano prendere da un senso d’inadeguatezza e focalizzando l’attenzione su astanti distratti o annoiati, pur essendo questi minoritari rispetto agli altri presenti, sono portati a confermare di essere inadeguati e non all’altezza. Nel caso specifico del Coronavirus, ad esempio, l’evento ansiogeno può accrescere il senso d’ansia di base. Così di fronte ad un’informazione mediatica che focalizza l’attenzione sulla fragilità umana, l’impossibilità di controllare l’evento e quant’altro di disastroso possa essere comunicato, porta a sentirsi incapaci di fronteggiare la situazione e inadatti a potervi fare fronte.

Ipergeneralizzazione

È quella distorsione cognitiva in cui, senza fondamento, ci si fa un giudizio generalizzato partendo da uno o più particolari con caratteristiche simili. Chi ipergeneralizza, ha di solito subito un forte trauma, una delusione sentimentale, un insuccesso, un fallimento, ed è portato a usare modelli cognitivi che rispondono alle domande: “Se è accaduto in quell’occasione, accadrà sempre”, “Se è vero adesso, lo sarà anche in futuro”, “Nonostante l’impegno non c’è l’ho fatta”. Chi ha questo modello prevalente di distorsione cognitiva, vedrà negli accadimenti del coronavirus il ripetersi distorsivo dei suoi precedenti incidenti, a prescindere della situazione oggettiva.

Personalizzare

È quella distorsione cognitiva in cui, per insicurezza, si tende a riferire a se stessi gli accadimenti, potendo giungere perfino a pensieri paranoici del tipo “Ce l’hanno con me?”, “Ho fatto qualcosa che li ha irritati?”. Così può capitare che qualcuno, di fronte ai tragici accadimenti del coronavirus, possa, in maniera distorta, riferire tali eventi drammatici a se stesso elaborando un senso di colpa, arrivando a conclusioni paradossali del tipo “Ho fatto qualcosa per meritare tutto ciò”.

Ragionamento emozionale

È quella condizione in cui ragionando in modo emotivo, si tende a interpretare gli eventi e le circostanze, più in funzione di ciò che si prova che in relazione ad una più logica mediazione razionale. È così facile che la pandemia coronavirus possa portare a conclusioni tipo: “Andrà male, lo sento”.

Ingigantire

È una distorsione cognitiva che porta il soggetto ad esagerare i problemi al punto da catastrofizzare gli accadimenti disperandosi e diventando incapaci di affrontare il problema. Di fronte all’immane tragedia del coronavirus il pensiero distorsivo dominante sarà del tipo: “Non ce la farò mai!”.

Minimizzare

Il polo opposto del precedente errore cognitivo, è infatti il tipico atteggiamento di chi sminuisce e sottovaluta gli accadimenti, col finire nel non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Così all’opposto della precedente distorsione il pensiero dominante sarà del tipo: “Ce la farò perché non è una situazione così grave”.

Pensiero dicotomico o polarizzato

È tipicamente legato al pregiudizio, perché frutto della semplificazione (tutto/nulla, giusto/sbagliato, buono/ cattivo, bello/brutto), della necessità di categorizzare bisogni, sentimenti, motivazioni e azioni umane, con lo scopo di ridurre la realtà a un’immagine composta di due sole possibilità. Nel caso del covid le persone danno risposte del tipo: “Finirà male”, “Andrà tutto bene ci salveremo”.

Lettura del pensiero

È il tentativo di soddisfare il bisogno di prevedere il comportamento del prossimo. Si corre il rischio di confondere la realtà con l’immaginazione, giungendo a false conclusioni. Nella situazione del coronavirus è la tipica posizione dei complottisti, ma anche delle persone sospettose in genere. Le distorsioni cognitive e di giudizio possono anche comparire, in maniera in parte prevalente, nello stesso individuo simultaneamente.

Cortocircuito emozionale

Quando si attraversa un periodo di crisi, di vuoto esistenziale, qual è quello di questo momento storico, dove lo tsunami del coronavirus ci ha investito violentemente, ci si sente intorpiditi, ripiegati su noi stessi, poco inclini a metterci in gioco, prigionieri dei nostri esasperati ragionamenti. I nostri entusiasmi si sono spenti, ci sentiamo appiattiti nel nostro tran tran quotidiano, schiacciati dalle delusioni, dai fallimenti, dai lutti, dalle disavventure, dagli sbandamenti, dalle insoddisfazioni, e abbiamo deciso di non reagire, tiriamo tutti a campare.

Quando le nostre vite sono sclerotizzate dai conflitti e dalle frustrazioni esistenziali in cui ci dibattiamo, siamo tormentati dal proiettarci nel passato, origine dei nostri disagi, e nel futuro, carico di ansie e preoccupazioni, diventiamo incapaci di vivere appieno il nostro presente. Viviamo razionalmente immersi in queste domande contrastanti, dimentichiamo chi siamo e precipitiamo, progressivamente, verso una perdita di senso e di significato che ci rende inadatti a sopportare e a dare valore alla nostra sofferenza.

In queste circostanze, il disagio esprime un mal funzionamento dell’equilibrio tra la parte razionale e quella inconscia, per cui non riusciamo a vivere il presente, fatto di emozioni e vissuti di prevalente appannaggio della nostra parte inconsapevole. Le emozioni si accompagnano a reazioni psicofisiche che si attivano all’interno del corpo e della mente dell’individuo, mentre accoglie, elabora e reagisce alla moltitudine di eventi e situazioni in cui quotidianamente è immerso. Il che vuol dire, che nella gestione delle emozioni, le quali si palesano attraverso reazioni psicofisiche, sono coinvolti i due emisferi cerebrali: il sinistro, logico-analitico, e il destro, immaginativo; il primo, sede della coscienza razionale, il secondo, casa dell’inconscio. Le connessioni tra queste strutture rendono possibile le finezze e la complessità della vita di relazione, per cui, quando il funzionamento dell’equilibrio tra la nostra sfera conscia e quella inconscia è compromesso emergono disagio e sofferenza.

Questo mal funzionamento, non dipende solo da un’inefficiente comunicazione tra i due emisferi, ma anche, e principalmente, dalla competizione che si viene a creare tra il cervello cognitivo – razionale e immaginativo, di competenza dei due emisferi, e quello emotivo, gestito da una nobile parte del cervello, il sistema limbico. Quando essi cooperano, il nostro rapporto con gli altri e con il mondo è ottimale: il cervello limbico emotivo ci fa capire cosa vogliamo vivere, quello cognitivo come vogliamo vivere, l’integrazione tra essi ci mette nella consapevole condizione di capire chi siamo, dove siamo e cosa vogliamo fare, dando significato alla nostra vita. Cosicché quando siamo particolarmente vulnerabili, perché invischiati in una crisi esistenziale, viviamo proiettati nel passato, prigionieri di ricordi negativi, di precedenti fallimenti, di ciò che è andato storto, dei nostri traumi emotivi. Vittime di questo corto circuito emozionale, precipitiamo in una paralisi esistenziale, perdiamo l’opportunità di cogliere le sfumature positive del qui e ora, non cogliamo l’attimo fuggente, stiamo male e pensiamo di non essere capaci di trovare una via d’uscita.

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