Da lavare le mani a venire alle mani - QdS

Da lavare le mani a venire alle mani

Luigi Grimaldi

Da lavare le mani a venire alle mani

venerdì 13 Settembre 2019 - 00:00
Da lavare le mani a venire alle mani

Tutti i medici con più di 50 anni ricordano i loro primi anni da “dottorino”

Senza scomodare il dottor (medico di base) Archibald Cronin e il 1937 del suo mitologico Dr. Manson protagonista dello splendido “La cittadella” (si, con quel fantastico Alberto Lupo protagonista e modello ispiratore di tutti i medici di allora) o gli anni ’60 “Per le antiche scale” del dottor (psichiatra) Mario Tobino, fino agli anni ’90 la figura del medico aveva ancora una valenza sociale, un’aura di bontà, speranza e affidabilità che incoraggiava i più brillanti neo-diplomati a intraprendere il faticoso ed incerto pellegrinaggio attraverso 10-11 anni di studi esposti alle nequizie di professori infallibili e arcigni (se non crudeli al limite del sadismo…), guardie notturne di centinaia di casi in corsie e con degenze infinitamente lunghe, sostituzioni gratuite e primi stipendi in sedi spesso non rintracciabili sulle comuni carte geografiche (Passo Pisciaro ?!?).

Tutti i medici con più di 50 anni ricordano i loro primi anni da “dottorino” come un periodo di soddisfazione, di scalata sociale, di gratificazione economica. Come dimenticare la profumata saponetta nuova che immancabilmente le padrone di casa di Valguarnera mi aprivano davanti quando alle 3 di notte, dopo aver risposto alla chiamata in Guardia Medica (si, mi chiamavano “guardiano medico”, ma non lo facevano con malizia!) e praticato una delle poche cure possibili in quel contesto, mi offrivano di lavarmi le mani in presenza di un asciugamano pulito… In quel gesto c’erano tante cose: la sacralità di un rituale di purificazione dopo il contatto con i corpi malati, la gratitudine per l’aiuto fornito al loro congiunto infermo, un rispetto per la medicina e per il ruolo del suo officiante, quel medico che dentro la valigetta portava tutto ciò che in quel momento mancava in quella casa: la speranza di una guarigione altrimenti impossibile o addirittura lo stesso concetto di servizio sanitario: umano e disponibile per tutti.

Cosa è successo in questi 40 anni, dove ci siamo persi, quando è avvenuta la mutazione sociologica e culturale che porta quotidianamente decine di persone in tutt’Italia (ma in Sicilia ci teniamo a primeggiare per numero e fantasia di turpitudini…) ad aggredire inermi dottorini e puntigliosi infermieri, a divellere mobilio e sfondare porte delle radiologie con le barelle metalliche (in presenza di potentissimi magneti!), di violentare solitarie dottoresse di presidi isolati o denunciare, con l’ausilio di una genìa di legali aggressivi fino alla pubblicità spudoratamente esibita per le principali vie del centro, qualsiasi operatore sanitario sia stato coinvolto in un esito men che miracoloso a carico di un congiunto malato (tanto per: solo il 2% di queste cause va a “buon fine”…)?

Il dottor Tersilli (il monumentale Alberto Sordi del “Medico della Mutua” di Zampa) già nel 1968 ci mostrava due motivazioni forti: l’arrivo alla professione di una maggioranza di laureati alla ricerca principalmente del successo economico, garantito dalla partenza dell’erigendo Sistema Sanitario Nazionale, e la perdita dei valori etici e della cultura che fino ad allora avevano caratterizzato il ruolo del medico da Ippocrate fino a Poggiolini (quest’ultimo escluso…). Una terza, e forse catacombale, motivazione deriva dalla burocratizzazione del mondo occidentale sulla spinta delle regole economicistiche imposte dalla gestione bancaria dei grandi capitali e dei rapporti di forza internazionali. La millenaria pratica medica, altruismo e consolatoria, è crollata sotto il peso delle linee guida NHS, Cochrane Reviews, spending review e regionalizzazioni varie che hanno tolto ogni potere decisionale ai medici del 2020. Risultato? Mancato reclutamento delle migliori giovani menti, carenze di personale, demotivazione e inefficienza degli attuali, perdita di stima sociale, fuga dei cervelli migliori (non solo le eccellenze, anche i mediocri!) verso atolli di residua indipendenza e valorizzazione. Calcolando anche il contemporaneo imbarbarimento della compagine civile italiana, io per mio figlio neo-specializzando spero… in una carriera olandese!

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