“Il fatto che oggi la mafia non compia stragi o omicidi come un tempo non deve indurci a sottovalutarne l’influenza sulla società. Da sempre la mafia privilegia il dialogo con il potere costituito e la violenza è uno strumento di cui si serve solo quando è necessario”. A parlare al Quotidiano di Sicilia è Antonio Vesco, antropologo ed esperto di criminalità organizzata, soprattutto siciliana. I dati Eurispes dicono che il calo di uccisioni in Italia è stato determinato dalla drastica riduzione degli omicidi di stampo mafioso. Il segno di un cambiamento a suo modo culturale e sociale che può offrire spunti per sviluppare nuovi studi e riflessioni sulla criminalità organizzata e sul ruolo che essa ha all’interno delle comunità.
Mafia in Sicilia, il calo degli omicidi non cancella il consenso
“La Sicilia è il luogo in cui la repressione giudiziaria, dopo le stragi degli anni Novanta, ha avuto gli effetti più profondi. Ma ridurre soltanto a questa azione, il depotenziamento delle mafie, che è un dato di fatto, significherebbe sottovalutare la contrapposizione della società civile al fenomeno mafioso – commenta Vesco –. Oggi è sempre più difficile trovare, tra le classi medie (più o meno impoverite) un consenso verso un potere violento come quello rappresentato da Cosa Nostra, specie nella fase corleonese”. Il discorso un po’ cambia se si volge lo sguardo con particolare attenzione alle periferie delle grandi città, comprese quelle siciliane: “Lì esiste ancora un consenso legato a forme di welfare che la criminalità organizzata riesce grossomodo ad assicurare, sopperendo alle carenze delle istituzioni”.
Consenso mafioso sui social, il fenomeno dei contenuti su TikTok
Una testimonianza di ciò la si rintraccia sui social network, specialmente su TikTok, dove la presenza dei giovanissimi è numerosa: sono tanti i contenuti in cui si fa una apologia della mafia, specialmente quella dei vecchi boss, tra citazioni prese dalle serie televisive dedicate a Totò Riina e musiche che strizzano l’occhio alla malavita. “Sono narrazioni che hanno una presa su un certo target di pubblico, ma in questi casi bisogna sempre evitare generalizzazioni e chiedersi semmai perché queste mode attecchiscano in determinati territori e contesti”, prosegue Vesco.
Mafia e potere, il ruolo di imprenditori, politici e professionisti
Naturale chiedersi oggi verso cosa guardare per capire cosa è la mafia: “È una domanda che mi pongo da tempo. Credo che, parafrasando il sociologo Rocco Sciarrone, la forza della mafia vada cercata fuori dalla mafia stessa. E penso a quegli imprenditori, politici, burocrati e professionisti che costituiscono i nodi centrali dei sistemi di potere a cui partecipano gli stessi mafiosi”.
Antimafia, il rischio di fermarsi alle commemorazioni
Un ruolo diverso dovrebbe averlo anche l’antimafia. “Con le dovute eccezioni, specie quella istituzionale oggi si riduce a un rituale commemorativo, dove si celebrano vittime ed eroi del passato. Ricordare è fondamentale, ma una società che vive alla ricerca di eroi finisce per delegare a questi ultimi l’impegno e la responsabilità, rischiando paradossalmente di abbandonarsi all’inazione”, afferma l’esperto. Che poi chiude con un altro richiamo: “Dividere il mondo in buoni e cattivi è forse il modo meno efficace per combattere la mafia. Dobbiamo piuttosto comprendere meglio i luoghi del potere e le élite che vi operano, cioè quei soggetti che ancora oggi godono di un consenso diffuso. Di contro, criminalizzare coloro che popolano i luoghi della marginalità e del disagio (i presunti cattivi) non fa che spingere questi ultimi ad abbracciare le narrazioni di chi, come i boss mafiosi, sono percepiti come soggetti antitetici allo Stato”.

