Roma, 26 giu. (askanews) – Oltre 2.000 partecipanti hanno risposto all’indagine promossa da DataHubs, Market Data Experience, con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità in occasione della Race for the Cure 2026. L’indagine, che comprende sia la popolazione generale sia le donne coinvolte nella Race for the Cure di Roma e quelle che hanno affrontato direttamente una diagnosi di tumore al seno, offre una fotografia estremamente significativa del rapporto tra le donne italiane, la prevenzione e la malattia.
“Il primo elemento che emerge è incoraggiante. La cultura della prevenzione sta crescendo” spiega il professor Gianluca Franceschini, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Senologica e del Centro Integrato di Senologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore “Quasi nove donne su dieci sanno che l’autopalpazione non può sostituire la mammografia e oltre il 65% delle intervistate ha già effettuato almeno un controllo mammografico. Sono dati che testimoniano il successo del lavoro svolto negli anni da istituzioni, professionisti sanitari, associazioni di pazienti e organizzazioni impegnate nella sensibilizzazione. Anche il confronto con le partecipanti alla Race for the Cure mostra come la conoscenza possa trasformarsi in comportamento. Le donne maggiormente esposte a campagne di informazione parlano più frequentemente di prevenzione con i medici, si sottopongono con maggiore regolarità agli screening e dimostrano una più elevata consapevolezza dei fattori di rischio. Questo rappresenta un risultato importante perché conferma che investire nella cultura della prevenzione produce effetti concreti”.
Accanto ai progressi, l’indagine evidenzia criticità che non possono essere ignorate.
Il professor Franceschini ne evidenzia due in particolare: l’accessibilità ai servizi e la necessità di una maggiore informazione personalizzata. Nel primo caso, spiega il Direttore del Centro Integrato di Senologia: “Quando alle donne viene chiesto quali siano gli ostacoli alla prevenzione, la risposta più frequente non è la paura della diagnosi, bensì la difficoltà di accesso ai servizi: liste d’attesa, problemi di prenotazione, carenza di tempo. È un dato che deve interrogare tutti coloro che si occupano di organizzazione sanitaria. Oggi molte donne desiderano fare prevenzione, ma non sempre riescono a farlo con la tempestività necessaria”. Sulla necessità di una maggiore informazione personalizzata, Franceschini sottolinea: “Familiarità, rischio genetico, percorsi di screening e segnali da non sottovalutare rappresentano i temi sui quali le donne chiedono maggiori chiarimenti. La medicina moderna si sta orientando sempre più verso strategie basate sul profilo individuale di rischio, ma questa evoluzione deve essere accompagnata da una comunicazione chiara e accessibile”.
La parte più significativa dello studio riguarda però le donne che hanno vissuto direttamente l’esperienza della malattia. I loro racconti evidenziano una verità fondamentale: il tumore al seno non è soltanto una diagnosi clinica. È un evento che investe la persona nella sua interezza.
Commenta Franceschini: “Paura, smarrimento e bisogno immediato di informazioni rappresentano le reazioni prevalenti nelle prime settimane dopo la diagnosi. Successivamente emergono le conseguenze sulla vita familiare, lavorativa, relazionale ed emotiva. Molte donne descrivono cambiamenti profondi negli equilibri della famiglia. Altre raccontano le difficoltà nel continuare a svolgere il proprio ruolo professionale o nel gestire la quotidianità con i figli. Numerose testimonianze evidenziano inoltre l’impatto dei trattamenti sull’immagine corporea, sul senso di femminilità, sulla sessualità e sulle relazioni affettive. Sono aspetti che la medicina contemporanea non può più considerare marginali”. Curare una paziente significa oggi prendersi cura della persona nella sua globalità.
Il Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Senologica richiama così l’importanza del supporto psicologico: “Quasi una donna su due dichiara che, guardando al proprio percorso, avrebbe desiderato ricevere un sostegno psicologico maggiore rispetto a quello effettivamente disponibile. Analoga attenzione viene richiesta per i familiari, spesso coinvolti in modo diretto nelle conseguenze emotive della malattia”.
Un ulteriore messaggio emerge con forza dall’indagine: le donne chiedono continuità assistenziale. Sottolinea Franceschini: “le donne non desiderano sentirsi seguite da specialisti eccellenti ma isolati tra loro. Chiedono percorsi integrati, professionisti capaci di dialogare, figure di riferimento in grado di accompagnarle durante tutto il percorso diagnostico-terapeutico. È precisamente la filosofia che ha ispirato la nascita delle Breast Unit moderne: un modello multidisciplinare in cui competenze diverse collaborano attorno alla paziente, condividendo decisioni, informazioni e obiettivi. E anche del nostro GIMSeno (Gemelli – Isola Tiberina – Mater Olbia Senologia)”
Il professor Gianluca Franceschini conclude: “I risultati di questa ricerca ci consegnano dunque un messaggio chiaro. L’Italia dispone oggi delle conoscenze scientifiche e delle competenze professionali necessarie per affrontare il tumore al seno con risultati sempre migliori. La sfida del prossimo futuro non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica o terapeutica, ma la capacità di rendere la prevenzione più accessibile e la presa in carico più umana, integrata e personalizzata”.

