Roma, 13 lug. (askanews) – Cresce la tendenza, in particolare tra i giovanissimi, ad affidarsi a piattaforme social o a software di intelligenza artificiale per autodiagnosticarsi condizioni cliniche complesse, quali l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), l’autismo o il disturbo borderline. Il porofessor Furio Ravera, medico psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra, analizza questa dinamica inserendola nel contesto dell’attuale ecosistema digitale.
Sebbene la tendenza all’autodiagnosi esista storicamente da ben prima dell’avvento del web, l’esposizione continua ai dispositivi mobili agisce oggi da catalizzatore.
Il Professor Ravera definisce l’epoca contemporanea come la “stagione dello stimolo”, richiamando il sistema di ricompensa cerebrale e il conseguente rilascio di dopamina che spinge l’utente a un’interazione ininterrotta con gli smartphone. “Abbiamo un sistema, donatoci da madre natura, che ha avuto il compito di marcare come piacevole, in maniera più o meno forte, un’esperienza che dal punto di vista evolutivo fosse positiva”, spiega lo psichiatra. “Purtroppo, questo sistema è come una cassaforte che può essere facilmente violata. Siamo passati da stimoli naturali a stimolanti chimici, come le droghe, a stimoli che riceviamo da comportamenti che in qualche modo ci premiano”.
Le piattaforme social, da Instagram a TikTok, diffondono contenuti che da un lato favoriscono la sensibilizzazione sui temi della salute mentale, dall’altro possono alimentare la disinformazione clinica, riconducendo comportamenti comuni, come l’irrequietezza o la disattenzione, a definizioni mediche precise, anche in assenza di una reale neurodivergenza. In particolare, l’ADHD è spesso oggetto di quelle che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV e DSM-IV-TR) definisce “diagnosi sovradeterminate”. “Dal punto di vista neurofisiologico, l’ADHD è determinata da una condizione in cui la corteccia cerebrale non riesce a esercitare bene la funzione di controllo su tutte le attività sottocorticali, come il movimento, l’impulsività, l’attenzione”, chiarisce il Prof. Ravera.
La ricerca di risposte cliniche online non riguarda tuttavia esclusivamente gli adolescenti. Tra gli adulti si registra un aumento dei tentativi di diagnosi di ADHD, in alcuni casi orientati all’ottenimento di prescrizioni per farmaci stimolanti. Ravera ricorda che il criterio clinico fondamentale per inquadrare l’ADHD resta la diagnosi pediatrica oppure, negli adulti, un’attenta ricostruzione della storia clinica infantile del paziente.
Per rispondere alle criticità legate alle diagnosi “fai-da-te”, l’iter medico prevede oggi il supporto di metodologie di indagine strumentale in grado di fornire un quadro clinico oggettivo. In particolare, precisa Ravera: “All’interno del Gruppo Ginestra, grazie al lavoro del Professor Giuseppe Augusto Chiarenza, impieghiamo l’elettroencefalogramma quantitativo, che permette di vedere e indagare gli squilibri delle varie onde cerebrali, ovvero quanto il cervello è sovreccitato di suo”.

