Economia circolare, dalla CO2 al metano - QdS

Economia circolare, dalla CO2 al metano

Carlo Alberto Tregua

Economia circolare, dalla CO2 al metano

giovedì 03 Dicembre 2020 - 00:00

Dopo l’Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015, il mondo sta tentando di intraprendere una lentissima strada di disinquinamento, diminuendo il consumo di carburanti fossili e aumentando, seppur lentamente, quelli da fonti naturali.
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in carica fino al prossimo 20 gennaio, si era allontanato da tale accordo, mentre l’entrante Joe Biden ha già dichiarato che tra le priorità della sua Amministrazione vi è quella di rientrare nei ranghi della citata intesa.
Il clou di quanto concordato dai Capi di Stato e di Governo è che bisogna andare verso l’economia circolare, il che vuol dire che tutti i residui del processo di produzione e trasformazione devono essere rimessi in circolo per la loro riutilizzazione.
In questo processo, assume primaria importanza la possibilità di trasformare l’anidride carbonica (CO2) in metano o altre energie. Vi è però un’obiezione: tale processo costa più del prodotto finito.

Eppure, dal momento che l’atmosfera è inquinata dall’anidride carbonica, se si riuscisse nel “miracolo” di convertirla in energia si otterrebbe anche il grande risultato di risanare l’ambiente. Due bersagli insieme: bonifica dell’aria cattiva e nuova energia.
La ricerca dei Paesi avanzati, fra cui la Cina, è fortemente orientata in questa direzione, ma è anche frenata dai “signori del petrolio”, i quali spingono in direzione opposta perché sanno che la diminuzione del loro prodotto comporterà anche l’inevitabile impoverimento.
Di grezzo nel sottosuolo della Terra ve n’è moltissimo, come vi sono grandi quantità di carbone, altro prodotto fortemente “velenoso”. Al riguardo, però, dobbiamo evidenziare come vi siano recenti procedimenti che consentono di utilizzare il carbone ed anche i suoi residui, inquinando quasi niente.
Già in atto il grezzo costa intorno a 50 euro al barile (148 litri), dal che se ne deduce che un litro dovrebbe costare intorno a 20/25 centesimi, ma poi la benzina si vende alla pompa mediamente a 1,7 euro al litro.
È vero che il nostro Paese carica di accise e altre imposte il prodotto raffinato, compreso un piccolo residuato bellico, addirittura relativo alla Guerra d’Etiopia (1935-1936). Tuttavia il guadagno è notevole.
I Paesi avanzati stanno spingendo per l’utilizzazione di fonti rinnovabili e naturali che sono notevoli: geotermia, venti, sole, maree, biometano, biomasse, rifiuti ed altri. Però, i relativi prodotti finiti non sono ancora competitivi con quelli fossili. Ecco perché si impone una scelta politica di gravare sui secondi per favorire i primi: insomma, riequilibrare i due piatti della bilancia.
Osta questo progetto planetario la pavidità dei governanti e la forte pressione delle lobbies petrolifere, anche perché l’automotive utilizza per oltre il 90 per cento quei prodotti.
È vero che il primo ministro inglese Boris Johnson, coraggiosamente, ha dichiarato che dal 2030 in Gran Bretagna non si venderanno più auto col motore diesel o benzina, anche se ha omesso di comunicare che i mezzi ibridi usano la benzina come principale carburante; ma è anche vero che tutti gli altri Paesi del G20 non si sono ancora adeguati a questa data, avendola spostata al 2040-2045.

Probabilmente gli apparati industriali raggiungeranno le scadenze prima perché stanno stimolando gli acquirenti ad andare verso i veicoli, anche industriali, ibridi o elettrici. Per questi ultimi è necessario un grande sforzo strutturale, consistente nell’impiantare centinaia di migliaia di colonnine in città, strade e autostrade.
Altra fonte rinnovabile è quella dell’idrogeno, peraltro già utilizzata per treni, navi e veicoli industriali. La tecnologia è già pronta e collaudata. Il prezzo del prodotto finito è tuttavia superiore a quello dei prodotti fossili, ma anche in questo caso la soluzione del problema è affidato alle istituzioni che dovrebbero incentivare la ricerca in questo settore, diminuendone i costi.
La politica energetica dovrebbe essere messa ai primi punti di ogni azione politica dei Governi. Purtroppo così non è perché i responsabili sono presi da tante altre incombenze giornaliere e non hanno la capacità né la forza di guardare al futuro.
Capacità e forza che possono provenire dalla conoscenza della storia e dall’evoluzione della specie umana.

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