ROMA – Gli anni che stiamo vivendo, lo racconta la cronaca delle vicende quotidiane, hanno riportato drammaticamente in primo piano guerre e conflitti globali, con il loro terribile carico di morti e distruzione, che si protrae ben oltre il momento in cui le armi tacciono. Diretta conseguenza di quella che, in molti tra osservatori e analisti, hanno definito una terza guerra mondiale a blocchi, è la spesa militare globale destinata ad alimentare il settore militare e delle armi. A fare una recente stima sui numeri del 2025, come avviene annualmente dal 1988, è il Sipri (Stockholm international peace research institute), rinomato istituto internazionale indipendente che si occupa di ricerche su conflitti, armamenti, controllo delle armi e disarmo.
Record storico della spesa militare mondiale
Spulciando il documento, denominato “Trends in World Military Expenditure”, emergono dati interessanti. Lo scorso anno la spesa militare mondiale 2025 è stata pari a 2.887 miliardi di dollari, con un incremento del 2,9% rispetto al 2024. Numeri che certificano l’undicesimo anno consecutivo di crescita e il livello più elevato mai registrato dal Sipri. In rapporto al Pil, la spesa globale militare ha toccato quota 2,5% e ha rappresentato il 6,9% della spesa pubblica, mentre la spesa pro capite è stata di 352 dollari.
Crescita della spesa militare nel decennio 2016-2025
Può essere utile anche calare questi dati in una prospettiva più ampia, come quella del decennio 2016-2025. In questa fase si è registrata una crescita complessiva della spesa del 41%, con casi emblematici come quello del 2024, quando l’incremento su base annuale ha toccato il 9,7%. A tal proposito vale la pena aggiungere che, quello registrato nell’ultimo rapporto, è l’incremento minore dal 2021.
Classifica spese militari: Stati Uniti, Cina e Russia
Venendo, poi, ai dati delle singole nazioni emerge come a comandare la classifica sono gli Stati Uniti con 954 miliardi (-7,5%), sul podio salgono la Cina con i suoi 336 miliardi (+7,4%) e la Russia che ha investito in armamenti 190 miliardi (+5,9%). Per quanto riguarda gli Usa vale le pena riportare quanto evidenziato nel documento: “La diminuzione annua è stata principalmente dovuta a una forte riduzione dell’assistenza militare finanziaria all’estero, che negli anni precedenti era stata sostenuta tramite stanziamenti supplementari oltre il bilancio iniziale del Dipartimento della Difesa (Dod). Gli stanziamenti supplementari per il Dod a sostegno dell’Ucraina sono stati introdotti nel 2022 a seguito dell’invasione su larga scala da parte della Russia. Tra il 2022 e il 2025, sono stati allocati complessivamente 127 miliardi di dollari al Dod tramite tali stanziamenti, di cui solo 65,1 miliardi erano stati effettivamente erogati entro la fine del 2025. Nel 2024 sono stati inoltre stanziati fondi supplementari per il sostegno a Israele (13 miliardi di dollari). Tuttavia, nel 2025 non sono stati previsti nuovi stanziamenti supplementari per assistenza militare finanziaria né all’Ucraina né a Israele. Israele ha comunque continuato a ricevere assistenza dagli Stati Uniti durante l’anno, pari a 3,8 miliardi di dollari, attraverso un meccanismo separato, finanziato principalmente dal bilancio del Dipartimento di Stato, relativo al periodo 2019–2028. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno continuato a privilegiare gli investimenti nella modernizzazione nucleare e nei programmi di armamento convenzionale avanzato, al fine di mantenere la superiorità militare nell’emisfero occidentale e dissuadere la Cina nell’Indo-Pacifico, obiettivi chiave della strategia di sicurezza nazionale pubblicata a fine 2025”.
Europa e altri Paesi: crescita degli investimenti militari
Tornando alla classifica, appena sotto la “zona podio”, troviamo gli emblematici casi di Germania (114 mld, +24%), che impressiona soprattutto per l’incremento del 118% nel decennio 2016-2025, e India (92,1 mld, +8,9%). Dalla sesta alla decima posizione, con cifre che vanno dagli 89 ai 62 miliardi, ci sono Regno Unito, Ucraina, Arabia Saudita, Francia e Giappone. La spesa è cresciuta su base annua in tutti questi Paesi a eccezione del Regno Unito (-2,4%) che ha però registrato una crescita del 32% nel decennio. Spiccano, per ovvie ragioni, tutti i numeri relativi all’Ucraina. L’aumento su base annua è stato del 20%, quella su base decennale di un “pauroso” 1.501%. Ma il dato, forse, più forte è quello relativo al rapporto con il Pil, pari al 40%, il più alto a livello mondiale.
Top 15 e geopolitica globale degli armamenti
Un’immediata constatazione sulle prime dieci posizioni è che esse riflettano le tendenze geopolitiche globali degli ultimi anni e lo spessore economico e militare di certe potenze. Da questo punto di vista può essere utile estendere l’analisi fino alla quindicesima posizione, perché i Paesi posizionati in questa zona rappresentano l’80% degli “investimenti mondiali”. Appena sotto la top ten troviamo: Israele (48,3 mld, -4,9% su base annua ma +120% dal 2016), Italia (48,1 mld, +20% sul 2024 e +57% nel decennio), Corea del Sud (47,8 mld, +2,6%), Polonia (46,8 mld, +23% sul 2024 e +207% nel decennio) e Spagna (40,2 mld, +50% su base annua e +122% nel decennio). Se gli incrementi voluti da Cracovia si possono leggere facilmente sulla base delle tensioni geopolitiche dell’area in cui la nazione insiste, quelli che riguardano il Paese iberico, protagonista dell’aumento annuale più alto al mondo, suscitano maggiore interesse e paiono essere indice di una precisa strategia, che va anche oltre il colore dei Governi al potere in questi anni.
Industria militare e occupazione: dati a confronto
Per chiudere il cerchio possiamo legare numeri e dati fin qui emersi a fattori prettamente economici e occupazionali. Vogliamo, cioè, ragionare su quale sia la ricaduta in termini di posti di lavoro nel settore difesa dei corposi investimenti in armamenti. Per questa analisi è utile considerare il rapporto, risalante al novembre 2024, curato da Asd (Aerospace, security and defence industries association of Europe), un’associazione commerciale per le industrie aerospaziali, della difesa e della sicurezza nel Vecchio Continente. Nel report si evidenzia che i ricavi nell’intera industria del settore militare in Europa (2014-2023) sono cresciuti del 65%, mentre l’occupazione è aumentata del 26% da 407 mila e 800 a 518 mila addetti. Da questo scarno ma significativo raffronto, dunque, emerge come l’incremento del volume d’affari delle aziende che producono armi non vada di pari passo con quello della loro offerta occupazionale. Quindi, anche al netto delle giuste e comprensibili recriminazioni di carattere etico rispetto a un riarmo globale, questa tendenza globale pare non essere “conveniente” nemmeno sul piano economico.
Spesa militare, Nato e futuro dell’economia globale
Beninteso, immaginare un mondo senza armi o con Stati che “sbianchettano” la voce difesa dai loro bilanci, è irrealistico, fuori dal mondo e anche controproducente. L’aspetto deterrenza, quando non diventa un paravento, ha una sua logica e un suo valore. È chiaro, però, che la strada intrapresa nell’ultimo decennio e, in particolare, negli anni Venti del XXI secolo sembra quella più sbagliata, una strada lastricata non di buone intenzioni ma di scarsissima memoria rispetto al passato e alle drammatiche pagine di storia relative non sono ai grandi conflitti del “Secolo breve” ma anche all’ultimo trentennio con le guerre giuste degli autoproclamati “buoni” contro i “cattivi” senza appello. Una valutazione che non vuole essere partigiana, ma che nasce da considerazioni di carattere storico.
Valutazione, questa, che ci riporta ancora una volta alla fotografia del rapporto Sipri, in particolare riguardo l’Alleanza atlantica (Nato). “La spesa militare complessiva dei membri della Nato – si legge – ha raggiunto i 1.581 miliardi di dollari nel 2025 (55% della spesa globale). Nel giugno 2025 gli Stati membri hanno concordato un nuovo obiettivo pari al 5% del Pil entro il 2035, rispetto al precedente target del 2% entro il 2024. Di tale quota, almeno il 3,5% deve essere destinato alla spesa militare “core”, mentre il restante 1,5% può finanziare spese “connesse alla difesa e sicurezza”, tra cui protezione delle infrastrutture critiche, resilienza civile e rafforzamento della base industriale della difesa”. Nel documento si precisa poi che “l’assenza di criteri chiari per la classificazione della spesa non core genera criticità in termini di definizione e rendicontazione, con rischi di ridotta trasparenza, ‘contabilità creativa’ e riclassificazione di spese civili come militari”.
Al netto dei dettagli sulle varie voci, emerge come questa struttura militare voglia fare ancora la voce grossa, con tutte le conseguenze che, guardando per esempio al nostro Paese o all’Europa, si tradurrebbero in ulteriori cessioni di sovranità e in una subalternità che frenerebbero un pieno e autonomo sviluppo del Vecchio Continente, anche al di là dell’aspetto militare. Se una realtà ad armi zero è impossibile e forse anche deleteria, è altrettanto vero che l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di lavorare per la pace e la cooperazione e che gli investimenti principali di ogni nazione dovrebbero essere dedicati a quelle realtà – istruzione, innovazione, salute – che permettono di costruire e definire un futuro, a scapito di logiche che – il futuro – rischiano di cancellarlo.
Risorse per armamenti e per il sociale: il paradossale caso di Africa e Algeria
ROM – Il quadro globale fin qui esposto, lo abbiamo detto, rappresenta sostanzialmente la concretizzazione di quelle tensioni che si consumano da anni. La lettura dei dati Sipri, tuttavia, può far riflettere parecchio anche andando dal generale al particolare, concentrando per esempio l’attenzione sul continente africano. Un’area geografica in cui la spesa militare “è cresciuta per il terzo anno consecutivo nel 2025, raggiungendo i 58,2 miliardi di dollari. Il livello di spesa è risultato superiore dell’8,5% rispetto al 2024 e del 45% rispetto al 2016”.
In questo contesto spicca un caso emblematico, quello dell’Algeria. Il Paese maghrebino, infatti, nel 2025 ha incrementato la sua spesa dell’11%, raggiungendo i 25,4 miliardi di dollari. Un dato che lo conferma quale “principale Paese per spesa sia nel Nord Africa sia nell’intero continente. Con un’incidenza pari al 25% della spesa pubblica, l’onere militare dell’Algeria è stato il secondo più elevato al mondo dopo quello dell’Ucraina”. La percentuale di spesa rispetto al Pil, invece, è dell’8,8%.
Anche in questo caso si tratta di semplici e scarni numeri, che danno però l’idea di come, forse non troppo paradossalmente, è proprio nei contesti in cui il disagio socio-economico è più forte e nei quali la popolazione affronta maggiori difficoltà quotidiane, che gli investimenti in armi sono più forti di quelli nel cosiddetto “stato sociale”.
Ma a cosa è dovuta questa massiccia spesa militare? A far luce è il rapporto Sipri, introducendo i numeri di uno Stato confinante: “Con una spesa di 6,3 miliardi di dollari nel 2025, il Marocco si è collocato al secondo posto in Africa, con un incremento del 6,6%. La dinamica della spesa di Algeria e Marocco è in larga parte determinata dalle tensioni di lungo periodo tra i due Paesi, in particolare per la disputa sul Sahara Occidentale, che ha continuato a intensificarsi nel 2025”. Dunque, esiste un confronto “muscolare” tra le due nazioni, che continua a esacerbarsi. Però, sebbene l’Algeria abbia aumentato sensibilmente le rendite energetiche negli ultimi anni, non si può tralasciare che in quella nazione esistono gravi livelli di povertà e disoccupazione giovanile e che il sistema del welfare, seppur ben strutturato, sia in affanno. Per riassumere potremmo dire che, in termini di investimenti, si è scelta la sicurezza a discapito dello sviluppo. Basti guardare la voce sanità. I dati Oms, non recentissimi (2022), parlano di un impegno statale di poco superiore all’1% del Pil, che viene “integrato” dal sistema privato fino a raggiungere il 5-6%. Interessante anche un raffronto con il “capitolo” istruzione/educazione. Gli ultimi dati disponibili, raccolti dall’Uis (Unesco institute for statistics) per il 2024; parlano di una percentuale vicina al 9%: un importante incremento al 5,6% dell’anno precedente. Si evidenziano, quindi, percentuali simili tra le due voci di spesa. Anche questa, a suo modo, una risultanza emblematica.
Infine, un accenno sulle percentuali di incidenza rispetto alla spesa pubblica: anche in questo le armi “battono” il sociale. Se, come detto, per il primo caso la percentuale è di circa il 25%, nel secondo (proprio guardando ai dati governativi) si arriva al 19%. Ancora una volta, dunque, ci si chiede quanti e quali cose potrebbero cambiare in meglio per questa sfortunata e derelitta area del mondo, se tutti facessero un passo indietro per far prevalere altre logiche e altre priorità su quelle dello scontro e del confronto armato.

