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Torna in carcere Emanuele Bonafede, fiancheggiatore del boss Messina Denaro

Torna in carcere Emanuele Bonafede, fiancheggiatore del boss Messina Denaro
Tribunale di Palermo, repertorio

Il provvedimento, emesso dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Palermo, dispone la custodia in carcere in sostituzione degli arresti domiciliari a cui l’uomo era sottoposto dal marzo 2023

Emanuele Bonafede torna in carcere. I carabinieri di Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, hanno eseguito un ordine di carcerazione nei confronti dell’uomo – 53 anni – accusato di aver supportato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro.

Era già ai domiciliari dal marzo 2023

Il provvedimento, emesso dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Palermo, dispone la custodia in carcere in sostituzione degli arresti domiciliari a cui l’uomo era sottoposto dal marzo 2023. Bonafede è stato condannato per reati di associazione di stampo mafioso, favoreggiamento e patrocinio o consulenza infedele.

Secondo le indagini, l’uomo avrebbe fatto parte della rete di protezione che ha garantito la clandestinità del capomafia castelvetranese fino al suo arresto.

In carcere a Trapani

Dopo la notifica del provvedimento i militari hanno provveduto al trasferimento di Bonafede presso la casa circondariale di Trapani.

L’arresto

A metà marzo del 2023 i carabinieri del comando provinciale di Trapani arrestarono Emanuele Bonafede e la moglie Lorena Ninfa Lanceri. Il primo è parente di Andrea Bonafedeil geometra che avrebbe prestato l’identità a Messina Denaro. Con l’accusa di concorso per favoreggiamento personale e procurata inosservanza di pena, reati aggravati per avere agevolato Cosa nostra.

Secondo gli inquirenti, la coppia avrebbe ospitato “in via continuativa e per numerosi giorni”, nella sua casa di Campobello di Mazara, il padrino all’epoca latitante. Abitualmente, dunque, il boss sarebbe andato a pranzo e a cena nell’appartamento dei due, entrando e uscendo indisturbato grazie ai controlli che i Bonafede svolgevano per scongiurare la presenza in zona delle forze dell’ordine.

I coniugi – secondo i pm – avrebbero dunque fornito al boss “prolungata assistenza finalizzata al soddisfacimento delle sue esigenze personali e al mantenimento dello stato di latitanza”. Lorena Ninfa Lanceri, inoltre, secondo gli inquirenti, era inserita nel circuito di comunicazioni che ha consentito all’ex latitante di mantenere contatti con alcune persone a lui particolarmente care.

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