Il dibattito sul cosiddetto “emendamento fake” del deputato regionale Ismaele La Vardera, al centro dell’inchiesta di Piazza Pulita, è ancora più acceso e soltanto la notizia della richiesta di arresto per corruzione del deputato regionale forzista Michele Mancuso ha in parte distolto l’attenzione politica siciliana dal caso finito in Gazzetta Ufficiale. Opinioni divise – con prevalenza di critica – per il metodo usato da La Vardera che non a caso ha chiamato il movimento politico fondato lo scorso anno “Controcorrente”. A tentare di riportare al centro dell’attenzione la luna invece del dito è il segretario di Anci Sicilia, Mario Emanuele Alvano: “Io non vorrei che questa vicenda passasse come una sterile polemica tra chi pensa che La Vardera abbia fatto bene a fare quello che ha fatto e chi pensa che abbia sbagliato; onestamente credo che questo sia l’aspetto meno interessante della vicenda”.
Secondo Alvano, quella di La Vardera non era l’unica norma: “Ce ne sono tante altre norme prive di senso, scritte male, inattuabili, che hanno degli errori sostanziali, gravi, che generano effetti distorsivi”. Il segretario Anci Sicilia rilancia quindi l’istituzione, anche in Sicilia, del Consiglio delle autonomie locali. Il metodo provocatore usato da La Vardera però ha dimostrato che non è a monte, nella fase utile al confronto per la redazione delle norme efficaci sui territori e sulle Autonomie locali, che si verifica il problema; ma quando gli accordi politici e lo scadere del tempo, magari in tarda notte, consente al “mucchio” di emendamenti di finire in Manovra senza nome e senza verifiche. Così si costituiscono quelle che dovrebbero essere norme e commi per il sostegno dei territori e che infine vengono – forse giustamente – etichettate come “mancette”.
Norme “prive di senso” e l’appello alla trasparenza dell’Ars
A settembre dello scorso anno, il deputato regionale del Movimento 5 Stelle Adriano Varrica aveva lanciato un monito sulla trasparenza dell’Ars: “Sarà pure il Parlamento più antico d’Europa, ma quanto a trasparenza dell’attività parlamentare, l’Ars non è il massimo ed è lontana dagli standard di Roma e Bruxelles, adeguiamoci a loro. La trasparenza non può ridursi a un mero adempimento burocratico, ma deve tradursi nella possibilità per cittadini, stampa e comunità democratica di accedere con facilità agli atti parlamentari di interesse pubblico”.
Sulla trasparenza infatti l’Ars non brilla, e pur paragonandosi costantemente al Parlamento nazionale per statuto e prerogative, a Palazzo dei Normanni non è possibile seguire la diretta streaming dei lavori delle Commissioni. Intorno alle Commissioni parlamentari siciliane c’è infatti una barriera degna della Commissione antimafia, che per le audizioni e gli argomenti che affronta ha diritto di tutela fino a relazioni conclusive.
Cosa non funziona
Alla stampa non è consentito sostare nelle vicinanze della aule di Commissione, i lavori non possono essere seguiti da remoto e i resoconti delle sedute vengono pubblicati in modo sommario dopo svariati giorni o addirittura settimane. In certe occasioni, come già rilevato, anche dopo mesi. Così, anche per la definizione della Manovra finanziaria – in questo caso da quasi 1,5 miliardi di euro – si lavora al buio, di fretta e con il sacco in cui mettere le letterine non indirizzate a Babbo Natale ma alla maggioranza con supervisione del governo. La Vardera ne ha messo una nel sacco, ed era una “supercazzola“ che è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana. Una magra ma storica figura per le istituzioni regionali che ha fatto torcere il naso anche all’opposizione. Di fatto, l’emendamento di La Vardera in favore dei “Comuni che risultano dotati di ‘ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale’, istituiti nell’ambito dei piani comunali di assetto organizzativo” ha bloccato un milione di euro, che resterà nelle casse della Regione per essere reindirizzato con la prossima variazione di bilancio.
Con il metodo di lavoro dell’Ars però è impossibile – o quasi – verificare cosa va in finanziamento: non c’è tempo per visure, approfondimenti, e decine di milioni di euro volano via senza comprenderne i reali effetti. Nel caso della legge di stabilità, inoltre, è stato difficile anche per gli stessi deputati stare dietro al definitivo disegno di legge. Nei giorni di Sala d’Ercole, prima della fumata bianca pre-natalizia, il nostro giornale aveva titolato sulla “manovra delle riscritture”. La manovra finanziaria 2026-2028 è stata infatti riscritta in Aula, norma dopo norma, nella parte approvata. Tutto il resto era stato stralciato e verrà riproposto a febbraio riproponendo, dopo il precedente andato in diretta nazionale con Ismaele La Vardera a Piazza Pulita, lo stesso problema di metodo e trasparenza per l’impiego di risorse pubbliche. La norma fake finita al comma 8 dell’articolo 56 della legge di stabilità è quindi passata da un abbandono dell’aula di Commissione Bilancio da parte dell’opposizione per il modo in cui stavano confluendo richieste e istanze per le quali non c’era il tempo per vagliarle e decidere. Ma per caso, ad un certo punto, Sala d’Ercole l’ha notata e si è fermata.
L’episodio lo racconta Luigi Sunseri, del M5S, ricordando come il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno – pur non essendo sua competenza specifica durante i lavori d’Aula – abbia notato la vistosa supercazzola invitando il deputato a esprimere un parere. Da lì a breve si era formato un capannello per cercare l’autore della norma e discutere il contenuto nonsense. La norma sarebbe saltata, malgrado la relativamente convinta difesa di La Vardera, indicato quale firmatario. Ma gli accordi su cosa approvare e cosa stralciare o bocciare hanno fatto sì che nel mucchio ci fosse anche l’emendamento. I capigruppo del Movimento 5 stelle e del Partito Democratico hanno infatti sottolineato che l’articolo 56 è stato approvato dalla maggioranza con il voto contrario dell’opposizione e che queste hanno chiesto voto palese proprio per dissociarsi dal contenuto senza dubbi sul caso. Resta che Ismaele La Vardera non ha ritirato il proprio emendamento e il resto è storia.
La Webtv del Senato e della Camera dei deputati, come il Multimedia Centre dell’Europarlamento, erano stati il modello proposto anche per il “Parlamento più antico d’Europa”, ma a un certo punto, nel corso della precedente legislatura, il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché ne aveva molto contingentato l’efficienza limitando le dirette streaming dei lavori delle commissioni a singole e specifiche su esplicite preventive richieste. Anche il regolamento di Palazzo sulle aree di libero movimento della stampa parlamentare si è perso strada facendo, lasciando di sé soltanto ricordi a peritura memoria sui muri con cartelli che indicano dove è consentito il transito ai giornalisti mentre i commessi ne impediscono il movimento. E la trasparenza, talvolta, costa. Anche milioni di euro.

