Home » Cultura » Enrico Guarneri, il volto nascosto dietro Litterio: «Sono pigro e amo la solitudine»

Enrico Guarneri, il volto nascosto dietro Litterio: «Sono pigro e amo la solitudine»

Enrico Guarneri, il volto nascosto dietro Litterio: «Sono pigro e amo la solitudine»
Enrico Guarneri

L’amatissimo attore porta in scena la novella verghiana al Teatro Abc da oggi all’1 novembre

Attore di forte personalità, ha costruito un percorso artistico in cui comicità e intensità interpretativa si intrecciano, conquistando il pubblico ben oltre i confini regionali. Dal palcoscenico al piccolo schermo, la sua carriera restituisce il ritratto di un artista che ha fatto delle proprie radici una cifra distintiva, senza rinunciare alla capacità di parlare a tutti. Perché, nelle interpretazioni di Enrico Guarneri, la Sicilia non è soltanto un luogo: è un modo di sentire, di sorridere e di guardare il mondo. Mattatore della scena in Rosso Malpelo di Giovanni Verga, apre la nuova stagione teatrale Turi Ferro 2026-2027 all’Abc di Catania. Da oggi all’1 novembre, sarà protagonista dello strepitoso adattamento di una delle novelle più celebri della letteratura verista italiana, diretto magistralmente da Guglielmo Ferro con la collaborazione alla regia di Giampaolo Romania. Lo spettacolo, prodotto dall’Associazione culturale Progetto Teatrando, verrà rappresentato anche al Golden di Palermo dal 27 al 29 novembre 2026.

Enrico Guarneri interpreta Rosso Malpelo: una storia senza tempo

Si alza il sipario un personaggio che è diventato il simbolo degli emarginati e degli ultimi. Perché abbiamo ancora la necessità di raccontare questa storia?
“Purtroppo è una storia eterna, che non finirà mai. Accompagna l’uomo dalla nascita e chissà per quanti millenni ancora lo accompagnerà. È sempre stato così e, anche se in molti casi le distanze si accorciano e le disuguaglianze diminuiscono, temo che ci saranno sempre”.

Malpelo viene marchiato dal pregiudizio prima ancora di poter dimostrare chi sia davvero. Quanto è pericolosa la tendenza della società a etichettare le persone, soprattutto le più fragili?
“Credo che sia qualcosa di insito nell’essere umano, una reazione istintiva. L’educazione e l’istruzione potrebbero forse contribuire, col tempo, a migliorare le cose. La scuola è stata fondamentale in tanti ambiti, ma in altri ha fallito. Oggi ne vediamo, amaramente, le conseguenze: episodi aberranti, con alunni che accoltellano gli insegnanti, ragazzi che si danno appuntamento per picchiarsi. È capitato pure che un ragazzo più fragile intervenisse per chiedere che cosa fosse successo e venisse brutalmente aggredito. Sempre più spesso assistiamo a scene in cui prevalgono gli istinti più animaleschi e l’intolleranza. Ecco, bisognerebbe combattere l’intolleranza, in tutte le sue forme”.

Come si interpreta un uomo che sembra aver perso ogni possibilità di essere amato, senza limitarsi a rappresentarne la sofferenza?
“A teatro diciamo spesso a un attore: ‘Sei troppo esterno. Cerca di vivere dentro di te quello che vuoi che il pubblico veda. Non devi dichiararlo apertamente, ma deve comunque arrivare’. È questo il punto: un uomo che non si sente più amato e finisce per rinunciare all’amore. Sono dinamiche delicate e complesse, tutte interiori. Devi sentirle dentro. Se le vivi davvero, poi emergono e arrivano al pubblico filtrate nel modo giusto”.

Accanto a lei c’è un cast articolato. Quanto conta il confronto tra generazioni nel dare nuova vita a una storia che continua a interrogare il presente?
“È fondamentale. C’è un aspetto di cui si parla poco e che raramente viene preso in considerazione: il ruolo del caposcuola. I capiscuola sono essenziali, perché un ragazzo di talento, se non incontra qualcuno a cui guardare, rischia di non sapere che cosa fare del proprio dono. Ha bisogno di un’ispirazione, di un punto di riferimento, di un grande artista da amare e da emulare, con la speranza, un giorno, persino di superarlo”.

Che cosa spera di aver trasmesso al giovane Ruggero Rizzuti?
“Ruggero è giovanissimo e ha ancora poca esperienza. In scena affronto un lungo monologo. Non è proprio un monologo assoluto, perché lui interviene con un paio di battute. Ricordo che, durante le prove, alla fine mi guardò e disse: ‘Ma quanto è bello quello che dici!’. Significa che quelle parole hanno fatto breccia in lui. E questa, sopra ogni altra cosa, è la soddisfazione più importante”.

Teatro Abc Catania, la nuova stagione 2026-2027

Rosso Malpelo inaugura la stagione 2026-2027 dell’Abc, un modo di fare teatro che vuole essere non soltanto intrattenimento, ma anche presidio culturale del territorio. Come si costruisce un cartellone capace di parlare a un pubblico con sensibilità e gusti differenti?
“C’è un proverbio che dice: ‘Non c’è funerale senza risate, così come non c’è matrimonio senza pianti’. Posso fare un teatro di ricerca, certo. Ma ricerca di che cosa? Anche di drammi – se mi va -, ma non posso proporre un’intera stagione drammatica. Il Teatro Abc si muove come un perfetto equilibrista, cercando di offrire al pubblico ciò che desidera. Le scelte artistiche nascono da un lavoro meticoloso di analisi, studio e ascolto dei gusti degli spettatori, perché la stagione possa rispondere alle loro esigenze e ai loro bisogni”.

Ha costruito una carriera importante senza rinunciare alle sue radici. Ha mai pensato che, per arrivare più lontano, avrebbe dovuto essere meno siciliano?
“Sì, probabilmente sì, ma il discorso riguarda soprattutto Litterio, la maschera che ho inventato. Al teatro ho sempre dato un respiro siciliano, isolano. Eppure, quando portiamo in scena Molière in una versione ambientata in Sicilia, oppure adattiamo L’ispettore generale, il pubblico del Nord apprezza moltissimo la nostra cadenza e questo slang straordinario che ci identifica. Lo ama, purché sia usato con maestria, naturalmente, e non si scada nella caricatura”.

C’è una parte di sé che ha sempre tenuto lontana dai riflettori?
“Ho bisogno anche di stare solo, spesso in compagnia dei miei pochi, grandi affetti. E poi ho un difetto enorme: l’accidia. Sono pigro! Ho rischiato di morire sul divano pur di non alzarmi a prendere una bottiglia d’acqua; aspettavo che qualcuno passasse vicino al frigorifero per chiedergli: ‘Per favore, me la prendi tu?’. Quanto alla vita mondana, alle feste, alle conferenze e a tutti questi appuntamenti… se mi volete un po’ di bene, lasciatemi a casa”.

Il tempo cambia il corpo, la voce e il modo di stare in scena. Ma che cosa cambia davvero nell’anima di un attore quando gli anni passano?
“In me sono cresciute moltissimo la sensibilità, la curiosità e l’introspezione. Oggi sento ancora di più il bisogno di scavare nell’animo e nella mente dei personaggi, siano essi buffi, delinquenti, mafiosi, vecchi, senili, ridicoli o eroi. Tutto passa dalla voce, dal modo in cui muovi le mani e le spalle, da come ti muovi sul palcoscenico o ti siedi. È la spiritualità della grande recitazione”.

Dopo una vita di maschere, applausi e trasformazioni, qual è la verità su Enrico Guarneri che vorrebbe che il pubblico comprendesse davvero?
“Il pubblico mi vuole bene: me ne accorgo per strada, dall’affetto con cui mi saluta e si avvicina. Eppure, ormai prossimo ai 73 anni, sto vivendo una fase di amaro disincanto. Quante volte sarà capitato di pensare: ‘Ormai è tutto perduto’. È successo a tanti. Ci si chiede se, forse, non avremmo potuto aspettarci qualcosa di più. Dico ‘avremmo’ perché – nello specifico – non parlo soltanto per me, ma anche per la compagnia e per la produzione dell’Abc, che riesce a organizzare e mettere in piedi uno spettacolo di grande bellezza, e per la regia di Guglielmo Ferro, che non sbaglia un colpo”.

Probabilmente, questo atteggiamento è legato all’età.
“Paragono la vita a un’opera teatrale e sento di essere arrivato al terzo atto del mio spettacolo personale. Non so quando calerà il sipario, ma mi piacerebbe che, ancora una volta, ad accompagnarmi fosse una folata di vento, insieme a un roboante scroscio di applausi”.