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Fed, la procuratrice: è solo Powell a parlare di incriminazione

Fed, la procuratrice: è solo Powell a parlare di incriminazione

Jeanine Pirro attacca su X. FT solleva nuovi dubbi sulla procedura

Roma, 14 gen. (askanews) – Dopo le levate di scudi a sostegno del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, innescate dalla durissima reazione dello stesso banchiere centrale a quella che ha indicato come una “minaccia di incriminazione” da parte del Dipartimento di Giustizia Usa, la procuratrice federale responsabile, Jeanine Ferris Pirro (il cognome si presta ovviamente a facili giochi di parole con la tipica espressione degli antichi romani) si è mossa al contrattacco via social.

E’ intervenuta con messaggio via X, su una procedura aperta, sostenendo che “il termine ‘incriminazione’ è uscito dalla bocca di Powell e solo dalla sua”. Secondo Pirro l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti aveva contattato la Federal Reserve “in varie occasioni per discutere dei costi eccessivi” della ristrutturazione dell’istituzione monetaria “e dell’audizione del presidente”, ma queste comunicazioni “sono state ignorate e questo richiede l’uso di procedure legali, che non sono una minaccia”.

“Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se avessero semplicemente risposto alle nostre richieste”, conclude la procuratrice.

Riavvolgendo il nastro: domenica notte Powell ha lanciato una ‘bomba’: con un videocomunicato sul portale della Fed, la banca centrale degli Stati Uniti, denunciava di aver ricevuto un mandato di comparizione davanti al grand jury per la questione dei costi di ristrutturazione dell’istituzione. Pari a 2,5 miliardi di dollari, sono molto lievitati rispetto alle stime iniziali. Powell ha parlato di una manovra “pretestuosa”, che puntava ad incriminarlo per minare l’indipendenza decisionale dell’istituzione monetaria.

Un allarme che ha innescato una serie di prese di posizione a difesa di Powell da più parti, tra cui dalla maggior parte delle banche centrali occidentali. Ieri è stato pubblicato un comunicato di “totale sostegno” al banchiere centrale con le firme della presidente della Bce, Christine Lagarde, a nome di tutto il Consiglio direttivo – a cui partecipano i governatori e presidenti delle banche centrali di Italia, Germania, Francia e tutti i Paesi dell’area euro – più quelle dei governatori delle Banche centrali di Gb, Canada, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda (la governatrice è stata poi sgridata dal ministro degli Esteri), Australia, Svizzera e altri. Mancava la firma del governatore della Banca centrale del Giappone.

Nel frattempo, secondo le ricostruzioni del Financial Times, diverse delle indagini di alto livello avviate dal Dipartimento di Giustizia Usa sotto l’amministrazione Trump, tra cui sull’ex direttore dell’Fbi, James Comey, sull’ex procuratrice generale di New York, Letizia James, e sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Trump, John Bolton, hanno avuto una tendenza ad “azzopparsi” nel procedere.

Sul mandato di comparizione a Powell, il quotidiano cita “una persona vicina alla vicenda”, su cui mantiene l’anonimato, secondo cui dall’ufficio del procuratore federale sono state inviate due email nel corso delle vacanze natalizie alla Banca centrale “senza menzionare incriminazioni e senza trasmettere senso di urgenza”.

Alcune fonti giudiziarie riconoscono che Powell potrebbe aver commesso degli errori sulla vicenda dei costi della sede. “Ma un errore è una cosa, un falso è un’altra”. E dimostrare una falsificazione in tribunale è molto difficile. Senza indizi evidenti, spiegano queste fonti, semplicemente sulla base di errori di valutazione su un progetto di ristrutturazione, sarà difficile riuscire a convincere il grand jury che serve una incriminazione formale.

Parallelamente il quotidiano riporta che a luglio, in una lettera di quattro pagine il presidente della Fed avrebbe fornito ulteriori dettagli ai senatori in merito al progetto di ristrutturazione della sede. Due settimane dopo l’audizione finita ora sotto i riflettori.

Questo elemento, dice ancora il Ft, potrebbe ulteriormente complicare la procedura al grand jury, avviata in base alle tesi sostenute da Russell Vough, direttore dell’Office of Management and Budget, secondo cui Powell avrebbe fornito informazioni fuorvianti al Congresso.

E ora potrebbe saltare la prossima audizione semestrale di Powell al Congresso. O almeno così sostiene il deputato repubblicano French Hill, presidente del della Commissione servizi finanziari citato dei media Usa. Solitamente queste audizioni si svolgono una a febbraio-marzo e l’altra a giugno.

Nei mesi scorsi Powell è stato sistematicamente bersagliato da attacchi e insulti da parte del presidente Usa Donald Trump. Il titolare della casa Bianca è frustrato per l’assenza di tagli ai tassi di interesse a dispetto, a suo dire, dei netti calmieramenti dell’inflazione. Un rigore monetario che impedirebbe il rafforzamento della crescita economica, mentre si avvicinano le elezioni mid term, laddove durante la presidenza Biden la Fed avrebbe tenuto un orientamento più accomodante alla politica.

La vicenda del rifacimento degli edifici Fed è stata oggetto di una improvvisa visita dello stesso Trump, nel corso della quale, a beneficio di telecamere, ha platealmente consegnato a Powell un documento sui costi dell’opera, fornendo cifre che il presidente della Fed ha contestato in diretta.

In questi giorni Trump ha negato di essere coinvolto nell’iniziativa del Dipartimento di Giustizia. Ma dopo l’esplosione del caso sul mandato di comparizione, ha continuato a criticare duramente il presidente della Fed. Oltre a innescare le reazioni scandalizzate di opposizione e banche centrali di mezzo mondo, Trump ha ottenuto reazioni negative anche da diversi esponenti di primo piano del settore bancario privato. Come Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, secondo cui la vicenda rischia di favorire rialzi dell’inflazione. (fonte immagine: The White House).