ROMA – La violenza giovanile non è un mistero, ma è di sicuro un nervo scoperto. A cadenza quotidiana, nei telegiornali ma anche nei Tik tok, scorrono immagini di rapine, accoltellamenti e risse che vedono protagonisti i giovanissimi di questo Paese. Immagini che si basano su fatti e numeri. Tra i 14-17enni, dal 2014 al 2024, secondo il Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno è cresciuto il numero di reati violenti (tra tutti, sono in aumento del 90% denunce e arresti per omicidio e del 190% per porto abusivo d’armi). E c’è un dato, in particolare, che arriva come un elefante in una stanza di cristalli: 46 i minori, solo nei primi sei mesi del 2025, invischiati in storie di mafia. Nel 2024 erano 49 in tutto l’anno. La Sicilia scala i gradini del podio, contando che Catania è la prima città “affetta” dal fenomeno, con 15 persone coinvolte (a Palermo se ne contano due e a Messina zero). I dati emergono dall’analisi di Save the children che, nei giorni scorsi, ha pubblicato un rapporto dal nome “(Dis)armati – Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”.
Perché i minori entrano nelle cosche mafiose
Secondo l’analisi condotta dalla Dia (Direzione investigativa antimafia) ci sono tre fattori che inducono i più piccoli a ingrossare le fila delle cosche: il desiderio di affrancarsi dai vecchi boss, l’ambizione di ottenere riconoscimento e avanzamento all’interno dell’organizzazione criminale e l’uso indiscriminato della violenza. I ragazzi che non hanno alternative educative e che, contestualmente, si trovano intrappolati in contesti territoriali – e familiari – in cui vigono le logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, entrano in contatto precoce con le armi da fuoco anche per affermarsi all’interno del proprio gruppo o quartiere. Spesso i gruppi violenti si ispirano alle organizzazioni criminali, cercando a volte l’affiliazione, altre volte il riconoscimento come gruppo autonomo. Per questi giovani che vivono in alcuni angoli del Paese in cui la luce della legalità arriva poco e male, c’è di sicuro il tema dell’emulazione. Ma soprattutto c’è una propensione al riscatto: una forma di riscatto che non ha niente a che vedere con l’emancipazione, ma che segue le logiche del business, dell’estetica della violenza, del dominio. E questo avviene, senza dubbio, nei contesti in cui lo Stato fallisce.
Dispersione scolastica e criminalità minorile a Catania
Catania ne è l’esempio plastico: la dispersione scolastica rappresenta un’emergenza sociale con un tasso di abbandono che si attesta intorno al 26,5%, una percentuale significativamente più alta rispetto alla media nazionale che si attesta sotto il 10%. Il fenomeno è particolarmente acuto nelle periferie, come Librino e San Cristoforo, dove si arriva a picchi del 44,9% (Openpolis su dati Istat).
Violenza giovanile in crescita: dati e tendenze
Proprio su questa congiuntura, a cavallo tra fragilità e violenza armata, si basa l’analisi di Save the children. Il quadro che emerge è di un Paese che, seppur attestandosi tra i meno “pericolosi” su scala europea dal punto di vista della criminalità giovanile, allarma nel prossimo futuro per la stabile crescita dei numeri. Così come è in crescita il tempo di permanenza dei giovanissimi pregiudicati nel sistema penale di giustizia minorile, specie dall’introduzione del Decreto Caivano che ha facilitato il trasferimento in carcere e contestualmente inasprito le pene per porto d’armi e spaccio. Nei primi sei mesi del 2025 i minori e giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (Ussm) sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti. Contestualmente crescono i reati che presuppongono dinamiche ad alta intensità di violenza: a farla da padrone le lesioni personali con 4.653 casi nel 2024 (quasi il doppio rispetto a dieci anni fa); seguono rapine e risse. In Sicilia tra il 2014 e il 2024, seppure è diminuita l’incidenza di minori segnalati per rapina e per associazione per delinquere, è aumentata l’incidenza dei segnalati per lesioni personali (+0,57 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e porto d’armi (+0,41 ogni mille abitanti tra i 14 ei 17 anni).
Social, droga e armi: la diffusione della cultura criminale
Dalle armi, ai coltelli fino all’utilizzo e la gestione di droghe: sono queste le dinamiche che concorrono a diffondere, tra i piccoli, l’idea della criminalità come una via praticabile. A volte persino l’unica via, resa ancora più “estetica” dalla narrazione (spesso in modalità live) che gli stessi violenti costruiscono sui social. Come ha spiegato Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children, “per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi”.
Punire senza educare significa mettere le toppe a un fiume in piena. Ma l’educazione passa anche per la prevenzione e nei casi estremi in cui i minori sono artefici ma al tempo stesso vittime di dinamiche mafiose, si può ricorrere a metodi estremi. È il caso di “Liberi di scegliere”, un progetto nato nel 2012 dal lavoro di Roberto Di Bella, allora presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e, attualmente, di Catania. Il cuore del progetto è allontanare i minori dai contesti mafiosi, ricorrendo talvolta anche alla decadenza della genitorialità.
Liberi di scegliere: il progetto contro la mafia minorile
“Abbiamo provato a censurare i modelli educativi mafiosi nello stesso modo con cui si censurano le condotte dei genitori maltrattanti: intervenendo con misure civili, di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale -, ha spiegato il presidente del tribunale per i minorenni di Catania -. I provvedimenti sono emessi caso per caso, a seconda della gravità, e comunque a tempo, per far stare ragazzi e ragazze fuori dal loro contesto d’origine; un altrove dove dotarli di strumenti culturali, per renderli, appunto, liberi di scegliere”. I distretti giudiziari attualmente coinvolti sono Catania, Reggio Calabria, Napoli, Palermo, Catanzaro e Milano.
Famiglie mafiose e ruolo dello Stato
L’iniziativa ha riguardato circa 200 ragazzi e più di 30 mamme nei distretti di Catania e Reggio Calabria. Proprio intorno alla figura della donna, della madre, ruota l’anima del progetto: allontanare il minore significa anche dare la possibilità alla parte “sana” della famiglia di avere un nuovo futuro, lontano dalla sopraffazione mafiosa. “Alcune sono diventate testimoni o collaboratrici di giustizia; altre si presentano in tribunale e chiedono aiuto per poter andare via insieme ai loro figli”, ha raccontato Di Bella. L’effetto è diretto anche sul mafioso stesso, da quanto raccontato: “Tre importanti boss hanno deciso di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia, proprio grazie all’allontanamento dei loro cari”. Seppur si tratti di un numero esiguo, dimostra che il deterrente è efficace.
Il distacco affettivo come arma contro i mafiosi. Per quanto si possa avere una grande considerazione del valore della famiglia, parimenti se ne dovrebbe avere uno grande dello Stato. Non perchè esista una gerarchia tra le due “sfere”, ma perchè le istituzioni possano realmente intervenire dove la famiglia non arriva o non vuole arrivare. Alla ribalta dell’informazione, allora, oltre al caso della Famiglia nel bosco, sarebbe doveroso vedere anche un qualsiasi mafioso che dal carcere piange perchè gli è stato sottratto un figlio. Quando anche parlare di famiglie mafiose sarà così semplice, così poco misterioso, allora forse avremo vinto una battaglia di onestà intellettuale.

“La risposta penale arriva quando il problema è già esploso”
Domani è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Parla la presidente di Libera, Francesca Rispoli
ROMA – Il fenomeno della violenza giovanile è tanto poco misterioso che chiunque oggi saprebbe spiegare cosa si intende per “maranza”, “baby gang” o “baby boss”. Ma se tanto facile è affibbiare un’etichetta, molto più difficile è riconoscere le cause da cui scaturiscono e prendono forma queste definizioni. La forma, che sfocia spesso in luogo comune, è che la violenza per i più giovani è un modo di esprimersi per prevaricare. La sostanza è che molti di questi minori si trovano spesso soli e senza strumenti (specie educativi) per far fronte alle complessità della vita.
O, peggio ancora, si trovano in contesti in cui a essere organizzato ed efficiente è il clan del quartiere, non lo Stato. Non è un caso, come emerge dal report di Save the children, che proprio il Meridione (compresa Napoli che è al secondo posto per minori denunciati per mafia: sono sei) sia la culla della baby mafia: meno welfare, più dispersione scolastica, controllo criminale del territorio. Proprio di ciò abbiamo parlato con la presidente di Libera, Francesca Rispoli. L’associazione sarà domani in piazza a Torino per la manifestazione nazionale: un momento di memoria, ma soprattutto di impegno.
Gli adolescenti sono sempre più “armati” e fragili: i minori denunciati per mafia sono in crescita. Il problema è la giustizia, la scuola, la famiglia?
“Ridurre tutto a un solo fattore sarebbe un errore. Quando ragazzi così giovani entrano in circuiti di violenza o di criminalità organizzata significa che si è creato un vuoto: educativo, sociale e spesso anche di prospettive. La famiglia può essere fragile o attraversata da difficoltà, la scuola da sola non riesce a colmare disuguaglianze profonde e la risposta penale arriva quando il problema è già esploso. La questione centrale è quindi la prevenzione. Bisogna investire nei territori, nelle scuole, negli spazi educativi e culturali, offrendo ai ragazzi opportunità reali di partecipazione e di futuro. Le organizzazioni criminali sono molto abili nel riempire i vuoti con un falso senso di appartenenza, potere e riconoscimento. Per questo Libera insiste molto su un approccio comunitario. L’educazione non è mai il compito di un singolo soggetto, ma un lavoro di rete che tiene insieme scuola, famiglia, associazioni, educatori, realtà del territorio. Il nostro modo di agire prova proprio a tendere un filo tra questi mondi: attraverso percorsi nelle scuole, l’impegno degli educatori, i campi E!State Liberi e le attività sui beni confiscati alle mafie, i presìdi territoriali, anche quelli studenteschi e universitari. Sono esperienze che mostrano ai ragazzi che esiste una comunità che si prende cura di loro e con loro e che la crescita personale può avvenire solo dentro un orizzonte collettivo di responsabilità e partecipazione”.
Baby gang, maranza e altre definizioni che raccontano un “modello” di violenza collettivo ed estetico. Oltre i social, come si previene questo fenomeno?
“Le etichette rischiano spesso di semplificare fenomeni molto complessi. È vero che oggi la violenza può assumere anche una dimensione performativa, amplificata dai social, dove il gesto diventa spettacolo e ricerca di visibilità. Ma dietro c’è quasi sempre un bisogno di riconoscimento, di identità e di appartenenza. Per questo la prevenzione non può limitarsi alla repressione o alla narrazione emergenziale. Occorre creare contesti educativi in cui i ragazzi possano trovare spazi di protagonismo positivo. Libera lavora da anni proprio in questa direzione: con percorsi di educazione alla cittadinanza e alla legalità democratica nelle scuole, con campi di volontariato e impegno sui beni confiscati alle mafie, formazione e partecipazione, con progetti territoriali che coinvolgono associazioni, amministrazioni locali e comunità educanti. Un aspetto molto importante del nostro lavoro riguarda anche il rapporto con il circuito penale minorile. Crediamo che anche quando un ragazzo ha già commesso un reato non si debba rinunciare alla dimensione educativa. Collaboriamo con istituzioni, servizi e realtà del territorio per costruire percorsi che offrano nuove opportunità: esperienze di responsabilità, attività sociali, percorsi di formazione e inserimento lavorativo, di impegno civico, che aiutino i ragazzi a rileggere i propri vissuti e a immaginare un futuro diverso. L’idea è semplice ma fondamentale: nessun giovane deve essere definito solo dal suo errore. La sicurezza di una comunità passa anche dalla sua capacità di recuperare, accompagnare e reintegrare chi è inciampato, trasformando la sanzione in un’occasione di cambiamento”.
Domani, 21 marzo, è la Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime di mafia. Perché un giovane dovrebbe partecipare?
“Il 21 marzo non è solo una giornata di ricordo: è un momento in cui la memoria diventa responsabilità collettiva. Leggere i nomi delle vittime innocenti delle mafie significa restituire loro dignità e ricordare che dietro ogni nome c’è una storia, una famiglia, una comunità colpita. Un passaggio molto importante della giornata è l’incontro tra i giovani e i familiari delle vittime innocenti delle mafie, che aprono il corteo. È un momento di grande forza civile e umana: persone che hanno subito una perdita enorme scelgono di trasformare il dolore in impegno pubblico e di condividerlo con le nuove generazioni. In quell’incontro si crea un vero e proprio passaggio di testimone. La memoria non resta qualcosa di distante o simbolico, ma diventa una responsabilità concreta: quella di continuare a costruire una società più giusta, libera dalle mafie e dalle disuguaglianze che le alimentano. Per questo Libera ha sempre considerato il lavoro con i giovani una priorità. Quest’anno, proprio a Torino, circa 150 ragazzi e ragazze provenienti da diverse parti d’Italia si ritroveranno dal 20 al 22 marzo per vivere insieme queste giornate: partecipare alla manifestazione del 21, incontrarsi in assemblea, confrontarsi sui percorsi di impegno nei territori e iniziare a preparare il prossimo raduno estivo dei giovani di Libera. Partecipare al 21 marzo non è prendere parte a una commemorazione. È entrare in una comunità che sceglie di non essere indifferente e che prova a trasformare la memoria in impegno quotidiano. Per molti giovani può essere il primo passo per sentirsi davvero parte di un cambiamento possibile”.

