Fondi Ue “Il re è nudo, programmare la ripartenza” - QdS

Fondi Ue “Il re è nudo, programmare la ripartenza”

Ivana Zimbone

Fondi Ue “Il re è nudo, programmare la ripartenza”

sabato 18 Aprile 2020 - 08:00

Santi Tomaselli, presidente siciliano dell'Osservatorio romano ai fondi Ue spiega come questi siano una risorsa ancora “inutilizzata”, L'Italia ha ricevuto già 350 mld, ma le regioni del Mezzogiorno sono le meno sviluppate in Europa

CATANIA – L’emergenza sanitaria sta mettendo ulteriormente in ginocchio l’economia della nostra Regione e la classe dirigente chiede a gran voce che il Governo precisi l’allocazione e la destinazione regionale dei fondi europei, per scongiurare eventuali “scippi” a danno del Meridione.

Santi TomaselliIl professore Santi Tomaselli, economista siciliano e presidente dell’Osservatorio romano ai Fondi Europei, denuncia – in un’intervista al QdS – quanto la mancanza di competenza abbia influito negativamente sull’investimento dei fondi strutturali fino ad oggi. Ma spiega anche come ripartire, adottando una “prospettiva scientifica”.

LA CRISI ECONOMICA IN ITALIA E I SUOI RAPPORTI CON L’UE

La nuova emergenza sanitaria ha comportato, indirettamente, un braccio di ferro con i Paesi Ue, perché l’Italia ha urgente bisogno di nuovi finanziamenti per affrontare la crisi. A tal proposito, non sono mancati i tentativi di additare della presunta “scarsità di risorse” del nostro Paese la stessa Unione Europea. Lei è d’accordo?

“Una celebre fiaba di Hans Christian Andersen, ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’, racconta la vicenda di un re che – amante dei vestiti – cadde nella trappola di due impostori. Questi, millantando la straordinarietà dei propri tessuti, dissero all’imperatore che le stoffe da loro prodotte risultavano invisibili a coloro che non fossero all’altezza di osservarle. I truffatori finsero di lavorare tessuti inesistenti e nessuno osò denunciare la beffa, per non dichiararsi stupido o incapace. L’epilogo? Il re finì per sfilare nudo per le vie della città, tra la gente che – per essere considerata intelligente – fingeva di ammirare la ‘meraviglia dei tessuti indossati dall’imperatore’.
Volendo parafrasare la fiaba, sarebbe fin troppo demagogico e – se mi consente – semplicistico attribuire all’Unione europea tutte le sventure economiche del nostro Paese. La verità è che l’Italia è stata l’unica responsabile di anni di politiche strutturali fallimentari, specie nella materia dei fondi Ue. Dalle autorità centrali, sino a quelle periferiche, con un richiamo particolare alle regioni del Sud, tra le quali la Sicilia. Possiamo scegliere se assecondare il ‘nostro imperatore’ – i nostri governanti degli ultimi 30 anni, tranne qualche rara eccezione – pur vedendolo nudo, accusando della nostre incapacità l’Unione europea, oppure guardare la realtà. I miei studi scientifici sono basati sulla ricerche delle domande rivelatrici delle problematiche e non sulle risposte convenzionali”.

L’USO DEFICITARIO DEI FONDI UE E IL MEZZOGIORNO

Quindi secondo Lei, i Fondi Ue non sono stati utilizzati a dovere. Chi sono i responsabili di questa “cattiva politica”? Quali dati lo dimostrerebbero?
“Il nostro ‘re nudo’ è rappresentato dallo Stato, dalle Regioni e anche dai Comuni. La loro inefficienza sull’uso dei fondi strutturali ha avuto una ricaduta drammatica sul nostro tessuto produttivo. Utilizzando una ‘lente d’ingrandimento’ sui dati disponibili, possiamo parlare di non-uso dei fondi europei, più che del loro utilizzo.

“Nel 1988, con il c.d. ‘Pacchetto Delors’ si volle aumentare la dotazione finanziaria, con nuove regole di indirizzo dei fondi strutturali dedicati alla politica di coesione. Si tratta del regolamento n.2052/88 (Regolamento CEE n.2052/88 del Consiglio del 24 giugno 1988, relativo alle missioni dei fondi a finalità strutturali, alla loro efficacia e al coordinamento dei loro interventi e di quelli della Banca europea per gli investimenti degli altri strumenti finanziari esistenti) e del regolamento n.4253 (Regolamento CEE n.4253/88 del Consiglio del 19 dicembre 1988, recante disposizioni di applicazione del regolamento n.2052/88 sul coordinamento tra gli interventi dei vari fondi strutturali e tra tali interventi e quelli della Banca europea, nonché tra gli altri strumenti finanziari esistenti).
Questo pacchetto venne ritenuto un vero e proprio piano Marshall per le ingenti somme erogate (sulla falsariga di quanto accaduto il 5 giugno nel 1947 con il piano per la ripresa europea – ‘European Recovery Program’ – annunciato in un discorso dal segretario di Stato stunitense George Marshall, dell’università di Harvard)”.

Da allora, quanti miliardi di euro sono stati erogati per l’Italia? Hanno contribuito alla crescita del Mezzogiorno?
“Da allora sono stati stanziati oltre 350 miliardi di euro in fondi europei, pari a un terzo di tutto il nostro Pil mediamente registrato dal 2017 (1.800 miliardi di euro). Alla fine di ogni programmazione, le Regioni – con la corresponsabilità delle autorità centrali – hanno quasi sempre decantato di essere state capaci di concretizzare altissime certificazioni, ovvero di aver utilizzato quasi per intero le risorse ricevute. Questo risulta impossibile da credere, visto che ancora nel 2020 le Regioni del Mezzogiorno rappresentano le Regioni Ex ‘Obiettivo 1’.
Infatti, nonostante l’erogazione di 350 miliardi di euro – tralasciando i fondi europei diretti, perché altrimenti le cifre supererebbero i 5mila miliardi di euro, ovvero quasi cinque volte il nostro Pil medio – le Regioni del Mezzogiorno d’Italia hanno un reddito procapite inferiore al 75% del reddito procapite medio dei Paesi Ue. Una vera ecatombe sociale! Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata e Puglia, adesso anche Sardegna e Molise, sono da trent’anni bollate come le regioni meno sviluppate d’Europa. Un’onta insopportabile”.

LA RADICE DELLA CRISI ECONOMICA

Com’è possibile che, con questi dati, gli economisti italiani non siano stati in grado di sollevare la questione adeguatamente? Spesso, si sente dire che la crisi economica sia il frutto di dinamiche internazionali non superabili in tempi brevi, è così?
“Ai mistificatori dell’economia, che in questi anni hanno additato la crisi dei sub-prime americani e il crollo delle principali banche statunitensi in quel famoso 2008 – paragonata per devastazione sociale alla Grande crisi del 1929 – come unica causa del crollo economico dell’Italia, vorrei dire che la storia dice altro. E che, se così fosse, la crisi internazionale rappresenterebbe una ‘calamità circoscritta alla sola Italia’, una ‘circostanza alquanto particolare’.
I dati non sono opinabili, sono fotografie rivelatrici di una verità. E raccontano di un’America che, nonostante sia stata fagocitata nel 2008 dal suo stesso surreale sistema capitalistico, con il fallimento di banche come la Lehman Brothers, è riuscita ad accrescere il suo Pil di oltre quattro punti percentuali in soli cinque anni, forte del credo ‘Tutto è possibile’.
Anche la Spagna, nonostante nel 2007 fosse indietro di oltre 10 punti percentuali di Pil rispetto all’Italia, era riuscita a raggiungerla – in termini di crescita – in soli dieci anni.

I governanti italiani? Giusto per non dar torto a nessuno, continuano ad attribuire ancora il declino economico del Paese alla sola crisi internazionale del 2008. La vera causa riguarda, invece, l’inettitudine della classe dirigente che non è stata capace di manovre economiche strutturali, né di utilizzare adeguatamente i fondi europei. Il risultato? Al Sud c’è una disoccupazione giovanile che supera anche il 57,2%; sostanzialmente, un giovane su due non lavora.

Il nostro Pil, dopo 30 anni di Fondi europei ricevuti, è salito solo dello 0,1% nel 2019; nel 2020, ha raggiunto una disastrosa decrescita del -6,4%. Questo significa che l’Italia sarebbe rimasta ultima per crescita all’interno dell’Ue a prescindere dal Coronavirus.
Nel frattempo, le nuove previsioni economiche della Commissione europea vedono l’Irlanda al top nel 2019 (+5,6%), seguita da Malta (+5%). Allora, la colpa è della crisi internazionale? Se sì, significa che tutto il resto dell’eurozona sia immune per grazia divina ricevuta”.

LA SCIENZA APPLICATA AI FONDI EUROPEI: “UNICA SOLUZIONE”

Cosa occorre fare, allora, per uscire dall’impasse?
“Credo che con oltre 100mila aziende fallite, più di 1 milione di posti di lavoro persi in questi ultimi dieci anni, più di mille imprenditori suicidi per motivi economici, occorra intervenire al più presto.
Non si può, come sta accadendo adesso, scadere in sterili slogan di circostanza che recitano sempre ‘adesso faremo’, davanti a calamità straordinarie.
Se questi 350 miliardi di euro in fondi europei fossero stati adeguatamente destinati a tempo debito – senza le infinite opere incompiute e gli sperperi nel corso degli anni – tutti gli operatori che oggi combattono in prima linea il Coronavirus avrebbero goduto di supporti maggiori.
Dopo la pandemia, ci sarà l’epidemia di una crisi economica derivante dal correlato blocco forzato di tutte le attività produttive. E sarà più cruenta di quella vissuta nel lontano 2008. La via da percorrere è quella parzialmente indicata dall’economista John Maynard Keynes, nel dopoguerra. Ma occorre ricordarsi anche che il problema cruciale non riguarda la quantità di finanziamenti arrivati dall’Europa, ma le modalità d’investimento: senza un approccio scientifico che riesca ad avere un impatto reale sui principali aggregati economici della nostra terra, non si uscirà dall’impasse.

Durante un confronto scientifico dell’anno scorso in presidenza del Consiglio, all’allora ministro Paolo Savona – oggi presidente della Consob – spiegai in sintesi la mia Teoria Quantistica applicata ai fondi europei. Illustrai che bisognasse partire da un’incisiva riforma strutturale a livello macroeconomico dell’intero comparto, in armonia però con le leve microeconomiche a sostegno delle dinamiche di economicità e sostenibilità delle pmi (visto che l’alibi degli indicatori di performance kpi in Italia hanno fallito)”.

Lei ha già vinto il premio internazionale Cartagine per la sua teoria applicata ai fondi strutturali. Ma come si può fare per garantire che a livello periferico si seguano le indicazioni del governo centrale?
“Intanto bisogna che si istituiscano degli Uffici Europa in seno agli istituti bancari più importanti del Paese, coinvolti in quasi tutte le erogazioni di fondi europei indiretti. Ad oggi, il 99% delle stesse sono prive di un Asset strategico. Gli stessi Uffici Europa sono da introdurre anche in seno a Regioni e Comuni, visto che i dirigenti risultano oberati dall’ordinario e non riescono a specializzarsi in una materia così complessa.
Agli economisti, invece, il compito di attuarla, di concerto con i ‘governanti di turno’, a prescindere dal colore politico”.

Gli economisti, come dovrebbero agire in primis?
“Il primo passo da compiere è quello di intervenire sull’occupazione e ridurre il tasso di disoccupazione. Non è più possibile consentire che le migliori leve del Paese vadano altrove, che comici e attori gestiscano le sorti dell’Italia, che i politicanti si assumano l’arduo compito di economisti senza averne specifica contezza. E gli economisti stessi devono recuperare il loro spazio, senza assumersi il ruolo nefasto di guide istituzionali con vergognose politiche di austerity, rimanendo comodamente seduti su poltrone per le quali non sono mai stati eletti, con volgarissimi indennizzi.

La ‘Grande Depressione’ del ’29 si riuscì a superare solo riportando tutti gli attori istituzionali al proprio ruolo, facendoli convergere insieme in armonia. In Italia, oggi, stiamo pagando il conto di una ‘girandola circense’ non funzionale che ci ha condotti a una vera entropica crisi sociale ed economica. E qualsiasi mancato intervento nella direzione indicata sarà un’ennesima pagina vergognosa della nostra storia”.

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