Home » Cultura » Teatro » Francesco Scianna tra palcoscenico e regia: “Credo molto nell’artigianato del mestiere”

Francesco Scianna tra palcoscenico e regia: “Credo molto nell’artigianato del mestiere”

Francesco Scianna tra palcoscenico e regia: “Credo molto nell’artigianato del mestiere”
Francesco Scianna – foto Fabio Lovino

Il teatro Brancati di Catania ospiterà fino al 22 marzo la prima nazionale di “Hospitality Suite”

Volto tra i più intensi e riconoscibili del cinema italiano contemporaneo, incarna un raro equilibrio di eleganza mediterranea e profondità interpretativa. Con quel suo sguardo intenso e una recitazione sempre raffinata, Francesco Scianna continua a raccontare storie e personaggi con la forza discreta di chi sa lasciare il segno senza bisogno di eccessi.

Debutta in prima assoluta, al Teatro Vitaliano Brancati di Catania, con “Hospitality Suite” di Roger Rueff, che vede la regia e una superlativa prova d’attore del nostro palermitano, affiancato da Sergio Romano, Lorenzo Crovo e Fabrizio Romano. Tradotta in italiano da Paola Ponti e Paola Ermenegildo in accordo con Arcadia & Ricono Ldt per gentile concessione di Roger Rueff, la pièce è prodotta da Marche Teatro, Goldenart Production, Teatro Biondo Palermo e La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello di Roma. Lo spettacolo sarà in scena nel capoluogo etneo fino a domenica 22 marzo, per poi intraprendere la tournée nazionale.

Che emozione si prova a portare in scena un testo per la prima volta davanti al pubblico? E, per di più, davanti al pubblico della sua terra?
“Dopo un mese di prove sentiamo tutti che questo ‘parto’ deve finalmente compiersi. Abbiamo un grande desiderio di condividere il lavoro fatto e di iniziare quella fase meravigliosa del teatro che è la costruzione della messinscena insieme agli spettatori, fondamentale perché dà vita al testo e ai personaggi che respirano insieme alla platea. Debuttare a Catania, poi, per me, è non solo un onore ma una gioia. Conosco la grande tradizione teatrale di questa città e so che mi troverò davanti a un pubblico attento e intelligente. Sarà quindi una prova importante anche per capire come calibrare lo spettacolo”.

Una ‘lettura non lineare’ della messinscena. Cosa significa concretamente per lo spettatore?
“Questo testo può ingannare perché appare semplice. In realtà, per farlo risuonare pienamente nel presente senza tradirlo, ho sentito il bisogno di indagare in profondità i conflitti dei personaggi. Parlo di conflitti triplici: con sé stessi, con la situazione e con gli altri. La non linearità nasce da questo sguardo più profondo sull’essere umano. Non mettiamo in scena solo ciò che accade esplicitamente, ma anche ciò che potrebbe accadere dentro i personaggi: i desideri, i bisogni, le lotte interiori. Il viaggio nella loro scrittura diventa quasi labirintico. Quello che inizialmente può sembrare complesso, in realtà serve a esaltare l’universalità della storia e permette a ogni spettatore di riconoscersi”.

Tutta l’azione si svolge in una stanza d’albergo. È la metafora di chi, rinchiuso in sé stesso, non riesce più a vedere il mondo fuori?
“In qualche modo sì. Le quattro mura rappresentano proprio il chiudersi dentro la propria visione del mondo, nelle convinzioni a cui ci aggrappiamo. Questo però diventa un limite: impedisce di vedere davvero l’altro e di accoglierlo. Se invece riusciamo a uscire da quelle mura, allora possiamo comprendere meglio anche noi stessi. Ed è proprio questo il tema dello spettacolo: abbiamo aderito in modo quasi ossessivo alla società del capitalismo e del successo, alla maschera sociale del vincente, perdendo di vista l’essenza dell’essere umano”.

Nell’opera di Roger Rueff il successo sembra quasi un’ossessione. Pensa davvero che oggi la società ci stia educando più a ‘vincere’ che a vivere?
“Forse la parola più giusta è un’altra: sopravvivere. La società contemporanea ci costringe spesso a questo. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: guerre insensate, un’assenza di una vera esplosione culturale capace di educare alla vita e alla dignità umana. Lo vediamo anche in alcune forme di arretratezza culturale, come la violenza sulle donne. In questo senso sì, mi sembra più una società della sopravvivenza che della vita”.

Nelle sue note di regia parla di un’umanità che rischia di diventare sostituibile dai robot. Il vero pericolo è la tecnologia o la nostra rinuncia a restare umani?
“Non credo che gli esseri umani vogliano rinunciare alla propria umanità. Il problema nasce quando il potere spinge verso una società dominata dalla tecnica. Se la tecnologia sostituisce il lavoro umano, togliamo all’uomo non solo un’occupazione ma anche una parte del suo senso esistenziale. Se invece fosse usata per la medicina, ad esempio, per curare malattie ancora irrisolvibili o per interventi a distanza che migliorino concretamente la vita, allora sarebbe un progresso reale”.

‘Hospitality Suite’ racconta uomini che cercano disperatamente di essere riconosciuti. Quanto vede di questa fragilità maschile nelle nostre comunità?
“Questo tema mi porta a fare un parallelo con il mio stesso ambiente. Nel mondo dello spettacolo esiste il rischio di perdersi dietro la maschera del ruolo sociale: l’immagine della persona di successo, brillante, realizzata. Ma l’essere umano è molto più ricco. La fragilità è preziosa: può generare empatia, sensibilità, capacità di cogliere sfumature profonde della vita. Personalmente ho sempre cercato di non perdere di vista chi sono prima di ciò che faccio. Questo mi ha aiutato a evitare alcune derive pericolose, soprattutto nel rapporto con gli altri e con il pubblico. Credo molto nell’artigianato del mestiere, nel costruire passo dopo passo la propria esperienza”.

Anche per questo ha accettato la sfida di dirigere lo spettacolo e interpretarne uno dei protagonisti.
“Una sfida quasi folle, perché quando sei in scena non puoi vederti dall’esterno. Ma è una scuola straordinaria. È un percorso di crescita continua che passa anche dall’accettare la fragilità e dal non avere paura del risultato. Invito sempre a guardare più al contenuto che alla forma delle cose: a diventare, in un certo senso, gli artisti della nostra anima”.

Alla fine, resta una domanda aperta: ‘Dove stiamo andando?’. Lei che risposta si è dato?
“Questa è la domanda centrale del testo. Non so quale fosse l’intenzione originaria dell’autore negli anni Novanta, in un contesto americano diverso dal nostro. Ma, per come lo interpreto oggi, quella domanda è essenziale. Nel mio personaggio, Larry, mi piace pensare che emerga la consapevolezza di aver aderito a un sistema che potrebbe portarlo alla rovina. Da qui nasce il bisogno di spogliarsi di quella maschera sociale e di recuperare l’umanità che abbiamo sacrificato. Quando guardo allo ‘specchio’ dei personaggi vedo tre creature fragili che si scontrano. Ma proprio da quello scontro nasce nuova vita”.

E guardando sé stesso, invece?
“Vedo un uomo che comprende sempre di più quanto sia importante lasciare un segno nel nostro passaggio sulla Terra. Dobbiamo essere cittadini e creature consapevoli, rispettare il mondo che ci ospita e gli altri esseri umani. Siamo piccoli rispetto all’infinito, ma possiamo contribuire alla bellezza dell’esistenza”.