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Giappone, l’Ikebana insegna a fermarsi. E a Kyoto si può imparare

Giappone, l’Ikebana insegna a fermarsi. E a Kyoto si può imparare

A Milano il laboratorio sulla “Via dei fiori” con Keiko Ando Mei

Milano, 28 mag. (askanews) – Un laboratorio di Ikebana per avvicinarsi al Giappone da una porta laterale: un ramo, un fiore, una base di metallo e il tempo necessario per guardarli. A Milano JNTO, l’Ente nazionale del turismo giapponese, ha organizzato un incontro per giornalisti guidato da Keiko Ando Mei, direttrice del Centro di cultura giapponese, dedicato alla “Via dei fiori”.

In Occidente l’Ikebana arriva spesso con un’aria cerimoniale, un po’ formalistica: steli contati, rami inclinati, l’impressione di un codice riservato a chi lo conosce già. Il laboratorio milanese ha accorciato quella distanza: si sceglie un ramo, si taglia uno stelo, si valuta l’equilibrio prima ancora di avere finito. Ogni gesto merita attenzione.

Per andare alla fonte bisogna partire da Kyoto. Il tempio Rokkakudo, vicino alla stazione di Karasuma Oike, è considerato uno dei luoghi d’origine dell’Ikebana. Nel XV secolo Senkei Ikenobo, abate del tempio, offriva a Kannon, dea della misericordia, composizioni floreali che contribuirono a dare forma a una delle arti classiche giapponesi. Il tempio, ricostruito l’ultima volta nel periodo Meiji, deve il nome alla pianta esagonale dell’edificio principale. Ancora oggi la scuola Ikenobo, nata lì, è uno dei riferimenti centrali di questa tradizione.

A Milano Keiko Ando Mei ha parlato dell’Ikebana come pratica per rimettere ordine nello sguardo. Nella società contemporanea, ha spiegato, il tempo corre troppo in fretta e si rischia di perdere contatto con la propria forza interiore. L’immagine che usa è concreta: dentro ciascuno c’è “una pietra preziosa”, ma va lavorata, lucidata, portata fuori. L’Ikebana può diventare uno dei modi per farlo. Con le mani, prima che con le parole. Molti associano l’Ikebana a un’arte femminile, domestica, gentile. La sua storia attraversa però ambienti molto diversi. In Giappone si diffuse tra aristocratici e samurai. Prima della battaglia, ha ricordato Ando Mei, poteva essere praticata per cercare calma e concentrazione. Il fiore entrava in un addestramento interiore, in un tempo sospeso prima dell’azione.

Nel laboratorio si lavora sul kenzan, la base con piccoli aghi metallici dove si fissano rami e fiori. Sembra soltanto un attrezzo. Poi provi a sistemare uno stelo e ti accorgi che ogni movimento modifica la composizione. Un ramo troppo lungo porta via equilibrio, mentre un taglio incerto si vede subito. Uno spazio riempito troppo toglie respiro alla composizione.

Gli stili dell’Ikebana indicano epoche e sensibilità diverse. Il Rikka costruisce una forma verticale e simbolica, legata alla visione buddhista dell’universo. Il Nageire dà più libertà alla composizione. Il Chabana accompagna la cerimonia del tè con pochi elementi. Il Seika lavora sulla relazione tra cielo, uomo e terra. Il Moribana usa una ciotola larga e bassa. Il Gendaika, più recente, apre a soluzioni espressive meno vincolate.

Per chi viaggia in Giappone, l’Ikebana offre un ingresso inusuale nella cultura del paese. Da Tokyo a Kyoto si trovano lezioni pratiche, spesso in inglese, organizzate da scuole, templi o case storiche. Sono esperienze brevi, pensate per visitatori, ma aiutano a capire qualcosa che nelle visite più rapide sfugge: il Giappone lavora molto sul gesto, sulla ripetizione, sul rapporto tra pieni e vuoti.

Nel laboratorio milanese, questa idea arrivava da un tavolo, da qualche ramo e da un fiore reciso. Un fiore reciso dura poco. Proprio per questo obbliga a guardarlo adesso.