Tra pochi mesi il testimone di giustizia Ignazio Aloisi sarà morto da 36 anni, ma non è ancora stato riconosciuto come vittima di mafia. La causa? Il mandante del suo assassinio: Pasquale Castorina. L’uomo era stato identificato da Aloisi in uno dei rapinatori del 3 settembre del 1979. Nonostante fosse stato definito collaboratore di giustizia “non attendibile”, in fase d’Appello, ovvero 16 anni dopo la rapina, accusò proprio Ignazio Aloisi di complicità “con l’obiettivo di aiutare il nipote, Pasquale Pietropaolo, esecutore materiale dell’omicidio” specifica la figlia Donatella al QdS.it.
“Senza cercare prove, i giudici gli credettero“. Venne quindi eseguito un procedimento per calunnia contro Castorina. Le dichiarazioni autonome di altri collaboratori di giustizia contribuirono a smentire le sue accuse, ma il procedimento, tuttavia, si concluse per prescrizione, “senza una pronuncia nel merito sulla responsabilità di Castorina”. Prescrizione, che Castorina, “non ha rinunciato, non gli sarebbe convenuto”.
Un paradosso che però alimentò il dolore della famiglia Aloisi, che si trovò davanti a un’altra battaglia: restituire dignità alla vittima. Il 20 novembre 1995 la Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti alle spese processuali e rendendo definitiva la sentenza sull’omicidio. Nelle motivazioni rimasero però le accuse di complicità: parole che ostacolarono il riconoscimento come vittima innocente di mafia da parte del Ministero dell’Interno. La famiglia impugnò il diniego davanti al TAR del Lazio che, impiegando ben cinque anni, indicò la competenza del Tribunale civile di Messina. Qui, sottolinea Donatella Aloisi al QdS: “Il giudice si è riservato di decidere e sono trascorsi altri tre anni. Questa attesa è una sospensione che pesa sulle nostre vite e prolunga il nostro dolore, tiene costantemente aperta una ferita che non si rimarginerà mai. La Memoria non può essere messa in riserva”.
La dinamica: il coraggio nonostante le minacce
Ignazio Aloisi riconobbe uno dei quattro rapinatori che il 3 settembre del 1979 lo assalì mentre, insieme ai colleghi, caricava gli ultimi sacchi di denaro al casello di Massina-Gazzi. Ignazio era una guardia giurata per l’Istituto di vigilanza di Messina che, da otto mesi, su incarico del Banco di Sicilia, si occupava del ritiro degli incassi dei caselli dell’autostrada Palermo-Messina, lungo il tratto compreso tra Messina e Rocca di Capri Leone.
L’attacco avvenne intorno alle 12.30. Uno dei rapinatori privò Aloisi dell’arma di servizio e delle chiavi di casa, lo colpì con il calcio di una pistola e lo costrinse a stendersi a terra tenendogli un’arma alla tempia. Aloisi però osservò il volto di quest’uomo.
Il colpo venne portato a termine, ma durante la fuga le guardie riuscirono a segnare la targa della loro automobile. Il giorno successivo Aloisi descrisse i tratti dell’uomo ai carabinieri del Reparto operativo di Messina: “circa un metro e settanta di altezza, corporatura robusta, volto rotondo, labbra pronunciate, sopracciglia nere e barba appena accennata”. La collaborazione proseguì con il riconoscimento fotografico e, successivamente, con un confronto diretto e senza il vetro di separazione. L’uomo venne riconosciuto e accusato. Si trattava però di Pasquale Castorina, affiliato al clan Costa.
Quell’incontro senza tutele fu il luogo della prima minaccia. “Probabilmente anche all’epoca poteva essere usata una maggiore attenzione. Quel giorno stesso, Pasquale Castorina lo minacciò davanti a tutti. Il magistrato, che era lì presente, disse a mio padre di non preoccuparsi, che erano cose dette nei momenti di rabbia”. Le minacce però non terminarono.
La verbalizzazione davanti al giudice istruttore è datata 24 ottobre 1979, e già Aloisi aveva ricevuto le prime telefonate intimidatorie, che diventarono sempre più insistenti mentre si avvicinava la data del processo del 7 novembre 1980. Alle 6.30 di quel mattino, la minaccia si fece concreta come un proiettile. Tornato dal turno di notte, Ignazio Aloisi parcheggiò l’auto sotto la propria abitazione, quando un proiettile lo mancò per poco. Lui non riuscì a vederlo, ma la moglie affacciata al balcone, che ormai contava i minuti che separavano il posto di lavoro dal rientro a casa, riuscì a scorgere una vespa verde, prima che si dileguasse.
Nonostante la paura dovesse stringergli il respiro, Ignazio Aloisi non desistette: credeva profondamente nella giustizia, valori che ancora oggi portano avanti le figlie Cinzia e Donatella. Così testimoniò. E Castorina venne condannato a 8 anni di reclusione. Quelle minacce, però, non vennero dimenticate.
27 gennaio 1991: dall’omicidio alle accuse
Intanto gli otto anni passarono in fretta e, dopo la scarcerazione, con il clan Costa ormai disgregato, Castorina entrò nel clan Sparacio, diventando capozona. Passarono ancora tre anni.
Il 27 gennaio 1991, intorno alle 16.30, Aloisi stava tornando a piedi nella sua abitazione, nel rione dei Condottieri del quartiere Minissale, insieme alla figlia quattordicenne Donatella. Avevano assistito allo stadio alla partita di serie B Messina-Verona, conclusa con la vittoria dei padroni di casa per 3-1. Durante il tragitto, lungo circa due chilometri, un uomo con il volto coperto si avvicinò e sparò tre colpi di pistola: due raggiunsero Aloisi alla testa e uno al torace. Morì sul colpo, sotto lo sguardo sconvolto della figlia che, fino a un attimo prima, camminava sorridente stringendo la mano di suo padre.
Nonostante la sera stessa «mia madre venne interrogata in questura indicando subito Castorina, perché l’unico episodio che aveva segnato la vita di mio padre era quello e inoltre era stato ripetutamente minacciato», per due anni le indagini non portarono all’individuazione dei responsabili. La svolta arrivò dalle dichiarazioni, rese separatamente e concordanti, di tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò. I loro racconti indicarono come movente la vendetta per la testimonianza con cui Aloisi aveva contribuito alla condanna di Castorina per la rapina del 1979.
Il 15 aprile 1994 la Corte d’assise di Messina condannò a 26 anni di reclusione Pasquale Castorina, individuato come mandante, e il nipote Pasquale Pietropaolo ritenuto l’esecutore materiale. Entrambi si dichiararono innocenti e presentarono appello. Nel corso del giudizio di secondo grado, però, cambiarono posizione: ammisero le proprie responsabilità e iniziarono a collaborare con la giustizia.
La confessione di Castorina si allontanava di netto dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sulla dinamica dell’omicidio e sul movente. Sosteneva di aver sparato personalmente ad Aloisi, attribuendo a Pietropaolo soltanto un aiuto logistico: reperimento dell’arma e piano di fuga. Soprattutto, presentò la vittima come il quinto complice della rapina al casello, sostenendo che Aloisi avrebbe denunciato perché insoddisfatto del bottino.
Il paradosso
La Corte d’Assise, di cui facevano parte i giudici togati Bruno D’Arrigo, presidente ed estensore, e Benito Romano De Grazia, ritennero credibile questa versione del movente. Il ragionamento partì dalla presunta conoscenza tra i due, coetanei e residenti nello stesso rione: se Aloisi conosceva Castorina, perché non indicarne subito nome e cognome? Venne persa di vista la dinamica dei fatti: fu Ignazio Aloisi a recarsi in questura per la denuncia, avendo in mente i tratti del volto ma non il nome. E lo fece nonostante le minacce, lottando persino contro la cultura dell’omertà.
“Mia madre – chiarisce Donatella Aloisi – conosceva tutti gli amici di mio padre, e non aveva mai sentito parlare di Castorina prima del processo. Voglio sottolineare anche che Castorina non accusò mio padre durante il primo confronto del 24 ottobre 1979. Avrebbe potuto farlo, fosse stato vero. Non accusò mio padre nemmeno durante il processo per rapina, né durante il giudizio di primo grado del 1994 per l’omicidio”.
In quest’ultima occasione i giudici respinsero anche un tentativo di depistaggio affidato a un falso testimone, che aveva cercato di ricondurre il delitto a una vicenda di infedeltà coniugale.
Ribadisce Donatella Aloisi: “Solo quando Castorina e il nipote Pietropaolo vennero condannati a 26 anni, perché i collaboratori di giustizia con autonome dichiarazioni ribadirono che mio padre venne ucciso per aver testimoniato, in corte d’Appello cambiarono strategia processuale per ottenere uno sconto di pena. Eppure Castorina non era considerato un collaboratore di giustizia attendibile. Nelle motivazioni della sentenza, gli stessi giudici definirono la sua ricostruzione della dinamica dell’omicidio ‘tendenzialmente fuorviante’ e ‘non utile all’accertamento della verità’. Nonostante questo, hanno riconosciuto nella confessione un segnale di pentimento, accettando la dichiarazione che offendeva la dignità di mio padre”.
Nello specifico, considerarono fuorvianti le dichiarazioni di Castorina e prive di utilità per quanto riguardava l’accertamento della verità sulla dinamica dell’omicidio, ma lessero nella sua confessione un segnale di pentimento, accettando quindi le dichiarazioni contro Aloisi “senza prove a favore, ma considerando vere le parole di un collaboratore ‘non attendibile’”. A Castorina venne concessa una riduzione della pena di quattro anni.
Un riconoscimento che tarda ad arrivare
Donatella Aloisi si batte da anni per difendere la memoria del padre, sostenuta dall’Associazione Antimafie Rita Atria e dall’avvocato Fabio Repici, che ripresentò al ministero dell’Interno, tramite la Prefettura, la richiesta di riconoscimento di Aloisi come vittima di mafia. Intanto non mancano i sostegni della comunità, come l’intitolazione a Ignazio Aloisi di un presidio di Libera per custodire la sua memoria.
“Insieme a mia madre e mia sorella continuiamo a lottare. Ho scritto direttamente a Chiara Colosimo, nella speranza di essere ascoltata e che potesse intervenire per sollecitare il Tribunale civile di Messina. Mi hanno chiesto le generalità per poter trattare il caso: le ho inviate, ma da allora non ho ricevuto altre risposte. Il giudice deve pronunciarsi sul riconoscimento di mio padre come vittima di mafia: il 22 novembre saranno tre anni che attendiamo lo scioglimento della riserva. Non conosco le ragioni di questa attesa. Gli atti sono quelli, la storia di mio padre è chiara. E noi siamo ancora qui ad aspettare”.
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