PALERMO – L’efficienza della Pubblica amministrazione degli uffici comunali in Italia e, più in generale, nella nostra regione è una delle questioni che tocca più da vicino i cittadini nella vita di tutti i giorni. Praticamente ognuno di noi può dire di essersi “scontrato”, almeno una volta, con i limiti della Pubblica amministrazione locale e di aver affrontato un proverbiale percorso a ostacoli anche per portare a termine il più elementare degli atti. L’obiezione spesso addotta per giustificare ritardi, inefficienze ed errori, è quella della mancanza di personale. Dati alla mano, soprattutto in Sicilia, questa sembra essere la scusa buona per ogni stagione, il paravento dietro cui nascondere limiti ben più gravi e strutturali.
Personale nei comuni italiani: dati e analisi Ifel 2026
A dare conforto alla nostra affermazione ci sono i dati del più recente rapporto “Il personale dei Comuni italiani-Edizione 2026”. Il documento, pubblicato dall’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale, Fondazione istituita nel 2006 dall’Associazione nazionale dei Comuni italiani), analizza tutti i dettagli relativi al personale presente in 7.722 Enti del Paese. I numeri presentati nel rapporto, che si riferiscono all’anno 2024 (ma sono stati pubblicati nei giorni scorsi), testimoniano una prima inversione di tendenza rispetto a quanto avvenuto dal 2007 in poi: “Dall’analisi dei dati del Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato-Igop, emerge che nel 2024 il personale in servizio delle amministrazioni comunali ammonta a 343.200 unità distribuite su 7.722 comuni. Come previsto dalle stime Ifel, il personale comunale per la prima volta, dal 2007, è cresciuto rispetto all’anno precedente (quando ammontava a 341.659 unità) con un aumento di poco più di 1.500 persone complessivamente”.
Trend del personale comunale e riduzione dal 2007
Un incremento che – si precisa ancora nel rapporto – non muta il trend generale, visto che “il dato 2024 è più basso del 28,4% rispetto al 2007. Anche ponderando il personale comunale in servizio per 1.000 abitanti nell’intero intervallo temporale osservato, si registra una riduzione del dato, passato da 8,04 nel 2007 a 5,85 nel 2024”.
Uffici comunali in Sicilia: numeri e confronto con le altre regioni
Fin qui il quadro nazionale, ma la situazione cambia se focalizziamo l’attenzione su quello siciliano. Infatti, sia nella precedente rilevazione (di cui abbiamo parlato nell’inchiesta pubblicata l’11 aprile 2025) che in quella attuale, l’Isola si piazza nelle prime posizioni sia per numero di unità di personale che nel rapporto proporzionale con gli abitanti. La Sicilia, infatti, con la sua truppa di 36.673 tra dipendenti, dirigenti, segretari e direttori in forza agli Enti di primo livello, è seconda solo alla Lombardia, che ne ha 51.593, impiegati però in oltre 1.400 Comuni a fronte dei 391 siciliani. Emblematico, da questo punto di vista, anche il caso del Lazio, che ottiene il terzo gradino del podio con 36.423 unità di personale in 376 comuni. Tornando al caso siciliano spicca, come si diceva in premessa, anche il numero di dipendenti comunali in servizio per 1.000 abitanti, pari a 7, 57. Si tratta del quinto valore più alto su scala nazionale. Prima si posizionano, con numeri sorprendenti rispetto alla media settentrionale ma dovuti, probabilmente, a fattori storici e sociali nonché allo Statuto speciale Valle D’Aosta (9,85), Trentino–Alto Adige (9,35) e Friuli-Venzia Giulia (7,77). Significativo anche il dato della Liguria (7,76). Interessante, su un altro versante, il paragone tra la Sicilia e due regioni che si possono considerare, per motivi diversi, punto di riferimento, che stanno sotto la media nazionale. Ci riferiamo alla Lombardia, cui è giusto guardare in termini di efficienza amministrativa, che si attesta a 5,21 e il Veneto, sovrapponibile all’Isola per numero di abitanti, che mette a referto un 5,01. Significativi i dati di Puglia (3,79) e Campania (4.01), i più bassi dello Stivale.
Efficienza amministrativa: qualità del personale e competenze
Dunque, al netto di un processo di progressiva riduzione del personale nel panorama complessivo nazionale, emerge ancora una volta una specifica considerazione relativa alla nostra regione: non è tanto una questione di quantità ma di qualità e di competenze. A dare conforto a questa considerazione sono, ancora una volta, i dati del rapporto Ifel. Particolarmente interessante è l’analisi relativa alla distribuzione del personale comunale per area operativa. “Ciò che emerge – si legge nel documento – è un impegno nel 2024 di oltre il 28% del personale nell’area ‘Organizzazione generale dell’amministrazione, Gestione finanziaria, contabile e Controllo’, un dato in linea rispetto al 2015 (27,7%). La seconda area operativa per numerosità di personale impiegato è la Polizia municipale e la Polizia amministrativa locale (16%); seguono gli uffici tecnici che si occupano di pianificazione urbanistica ed edilizia (il 15,4%). Proprio rispetto a quest’ultima area operativa emerge un dato significativo: anche nel 2024 si rileva la diminuzione degli addetti negli uffici tecnici dedicati alla progettazione delle opere pubbliche, ossia il bacino di unità responsabili di seguire più direttamente la complessa filiera degli investimenti comunali. Dal 2015 al 2024 il personale comunale impegnato nella pianificazione si è ridotto, infatti, del -17,2%. Il dato non è trascurabile, soprattutto se letto insieme alla crescita costante degli investimenti comunali, la cosiddetta onda lunga, alimentata in particolare negli ultimi anni dalla chiusura della politica di coesione 2014-2020, che aveva tempi di rendicontazione fino ai tre anni successivi dalla fine del ciclo settennale (‘regola N+3’), nonché dagli interventi Pnrr”.
Reclutamento personale qualificato e sfide della PA
Ne deriva una conseguenza ovvia, ma fin troppo trascurata: un’evidenza che “riflette la sfida attuale che i Comuni italiani affrontano nel reclutare personale qualificato in settori tecnici specifici, indicando anche una generale riduzione dell’attrattività dell’impiego pubblico comunale”.
Titoli di studio e formazione nella pubblica amministrazione
Altro elemento da tenere in considerazione quello relativo ai titoli di studio. “Poco più della metà dei dipendenti comunali a tempo indeterminato, il 51,3%, è in possesso – rileva l’Ifel – di un diploma di scuola superiore come massimo titolo di studio conseguito. Il 13,4% ha terminato gli studi con la scuola dell’obbligo, il 35,2% ha conseguito la laurea (breve o magistrale) o titoli superiori”.
Formazione personale comunale e aggiornamento competenze
Per chiudere il cerchio vale la pena soffermarsi anche sul grande tema della formazione del personale. Una questione complessa, che il rapporto analizza nel dettaglio partendo da questa considerazione: “La presenza di blocchi occupazionali, soprattutto se protratti nel tempo, oltre a ridurre il numero di addetti nel comparto dei comuni, ha modificato profondamente la struttura della forza lavoro innalzando soprattutto l’età media del personale”.
Età media dipendenti pubblici e ricambio generazionale
In questo scenario si inseriscono inoltre i dati sull’età media dei dipendenti comunali a tempo indeterminato che nel 2007 era pari a 47 anni, contro i circa 51 anni del 2024. “Tale condizione – spiega il Rapporto – ha prodotto inevitabilmente conseguenze dirette sull’adeguatezza in termini di qualificazione degli addetti e sulla capacità di sostenere nuovi impegni lavorativi. Le reiterate norme sul blocco del turnover hanno mortificato infatti le politiche di ricambio generazionale, l’autonomia organizzativa e la ricerca di nuove professionalità in grado di far fronte alle crescenti richieste di competenze indispensabili per l’operatività dei comuni, veri enti di prossimità nell’erogazione dei servizi ai cittadini”.
Investimenti in formazione e spesa pubblica nei comuni
In questo contesto hanno pesato parecchio anche anni di imposizione, da parte del legislatore, di vincoli alle spese per la formazione del personale comunale. Una tendenza che si è interrotta a partire dal 2021, con “una ripresa di tali spese che superano i 23 milioni di euro, pari a 68 euro per unità di personale, un dato ancora molto distante dal periodo pre 2012, ma che prosegue a crescere negli anni successivi, fino a raggiungere in valore assoluto gli oltre 33 milioni di euro, ossia 98 euro per unità di personale che si presenta come il valore più alto della serie storica”.
Pubblica amministrazione inefficiente: criticità e conclusioni
“Gli anni di tagli sulle spese di formazione – è l’inevitabile conclusione di Ifel – hanno rischiato di determinare un’oggettiva difficoltà da parte delle amministrazioni comunali di adeguare conoscenze e competenze del proprio organico alle esigenze determinate dalle nuove sfide che coinvolgono i comuni in quanto protagonisti dello sviluppo locale”.
Insomma, al netto delle differenze territoriali e della generale condizione di arretratezza delle realtà meridionali, l’elemento predominante a livello nazionale può essere riassunto in una considerazione elementare, ma spiega bene l’impossibilità di cambiare rotta: “Per la Pa si spende tanto e male”. Le risorse non mancano, ma non vengono investite come si dovrebbe, con il risultato di un’amministrazione pubblica paragonabile a una “macchina scassata” che non può certo camminare sulla “retta via”.
Gestire il lavoro della Pa fissando obiettivi reali e cronoprogrammi
PALERMO – Riportando il focus sulla Sicilia e sulle performance della Pubblica amministrazione e degli uffici comunali risulta particolarmente interessante consultare l’Indice della qualità dell’amministrazione comunale (Maqi) che aggrega undici indicatori statistici suddivisi in tre dimensioni (strutturali, comportamentali e finanziarie) fondamentali per valutare la performance dei governi locali, vale a dire degli oltre settemila Comuni tricolore. Gli elementi presi in considerazione, per ciò che concerne la prima dimensione sono: i dati sul capitale umano, il turnover del personale, la dotazione organica, l’assenteismo. In merito alla seconda dimensione vengono invece analizzati: le caratteristiche strutturali della leadership locale (anni di istruzione del sindaco e degli altri rappresentanti come vicesindaco, assessori e presidente del consiglio), la parità di genere negli organi politici, la quota di amministratori con profili white-collar (impiegati, professionisti, manager). Infine, per quanto riguarda la terza dimensione si prendono in esame: l’efficacia gestionale, l’autonomia esecutiva e la sostenibilità finanziaria degli enti locali tramite gli indicatori sulla rigidità della spesa (incidenza delle spese fisse sul bilancio), sulla capacità di spesa (rapporto tra spese effettive e accertate) e di riscossione (% raccolta delle entrate) e sulla quota di investimenti in bilancio.
Indice Maqi e qualità amministrazione comunale in Italia
Lo strumento, ideato da un gruppo di ricercatori di Istat, Università La Sapienza e Gran Sasso Science Institute, viene pubblicato annualmente dal Sole24Ore – che estrapola in particolare i dati relativi ai capoluoghi di provincia – e rappresenta uno dei parametri che vengono integrati e rielaborati per stilare la classifica della qualità della vita. I dati relativi alla nostra regione restituiscono un quadro in chiaroscuro, con i due esempi estremi di Ragusa, che spicca addirittura a livello nazionale piazzandosi 19^ e con Catania, che è invece fanalino di coda italiano in 112^ posizione. In mezzo ai due estremi si posizionano: Siracusa (51^), Caltanissetta (64^), Messina (71^), Palermo (77^), Enna (93^), Trapani (109^), Agrigento (111^). Al netto dell’eccezione iblea, che da anni si distingue positivamente nel panorama isolano anche per altri parametri, i capoluoghi di provincia siciliani non possono certo vantare risultati lusinghieri.
Performance enti locali e criticità della PA in Sicilia
Ma quali sono le cause di queste performance? Oltre a quelle accennate nell’articolo di apertura, possiamo individuare anche la scarsa efficacia di uno strumento che era stato ideato allo scopo di amplificare, integrare la programmazione e orientare l’azione amministrativa al “Valore Pubblico”, migliorando i servizi per cittadini e imprese. Si tratta del Piao (Piano integrato di attività e organizzazione), il documento unico di programmazione e governance pubblica, introdotto dal Dl n. 80/2021 (convertito in Legge n. 113/2021), obbligatorio per le Pubbliche amministrazioni italiane. Una bella idea che, come troppo spesso succede nel nostro Paese, è rimasta tale. Infatti, all’atto concreto, questi documenti vengono redatti in maniera generica e poco approfondita, senza fissare gli obiettivi della PA da raggiungere né, tanto meno, premialità o sanzioni legate al conseguimento o meno dei suddetti traguardi.
Piao, obiettivi e cronoprogrammi nella pubblica amministrazione
Insomma, il Piao diventa un mero atto burocratico che non è in grado di assolvere agli ambiziosi compiti per cui era nato e che, quindi, diventa quasi un inutile orpello che permette di poter dire, a questa o quella Amministrazione comunale, di aver “fatto i compiti a casa”, anche se certe disfunzioni rimangono immutate a danno dei cittadini.

