Il rischio di uno shock energetico e il caro carburante sono tra le conseguenze più macroscopiche della guerra che sta travolgendo il Medio Oriente e – con il blocco dello Stretto di Hormuz che prosegue – sta portando a significativi aumenti dei costi del petrolio. Tantissimi i settori toccati dai rincari del petrolio, che negli ultimi giorni ha anche superato la cifra esorbitante di 100 dollari a barile e costretto le autorità globali a mettere mano alle riserve petrolifere: tra questi ce n’è uno spesso oggetto di dibattito, per ben altre ragioni, e che oggi preoccupa soprattutto le grandi mete turistiche, cioè quello dei viaggi, che tra rimborsi, questioni di sicurezza e caro voli legati al prezzo del carburante rischia molto.
A livello globale, diversi Enti e associazioni hanno analizzato il problema sotto svariati punti di vista. Secondo Confesercenti, il caro del jet fuel e la raffica di richieste di rimborsi per voli annullati (soprattutto verso i Paesi ritenuti a rischio) potrebbero tradursi in pesanti rincari nel settore turistico.
Guerra in Iran e prezzi del petrolio, rischio caro voli e impatto sui viaggi
La prima conseguenza delle tensioni geopolitiche in corso è ben chiara a tutti: l’annullamento dei voli. Diverse compagnie hanno annunciato lo stop temporaneo a rotte ritenute rischiose. Il settore dell’aviazione, poi, deve fare i conti con un’altra conseguenza della guerra del Golfo: lo shock petrolifero e i rincari del carburante. Il prezzo medio mondiale del carburante per aviazione ha raggiunto lunedì i 173,91 dollari al barile, secondo l’indice di riferimento S&P Global Platts, cioè il doppio dei livelli del 2 gennaio e con un aumento persino superiore a quello del petrolio greggio.
Ci sono poi i viaggi annullati e rimborsi da erogare: secondo Assoviaggi Confesercenti, in caso di “circostanze inevitabili e straordinarie” (come l’attuale scenario geopolitico nell’area del Golfo) nelle aree di destinazione o di viaggio – in base a quanto previsto dal Codice del Turismo – il viaggiatore può “recedere dal contratto di pacchetto turistico senza il pagamento di penali”. E questo, soprattutto per le vacanze già pianificate, potrebbe rappresentare un problema.
C’è poi da considerare, per quanto riguarda Italia e Sicilia, la potenziale – anzi, probabile – riduzione dei turisti provenienti da Medio Oriente e Golfo, che comunque costituiscono una fetta non indifferente del mercato. Le stime sull’impatto del fenomeno sono ancora sommarie e provvisorie e la situazione volatile, ma di certo la situazione geopolitica attuale produrrà un risultato visibile.
I prezzi che si alzano a causa della guerra
I rincari del petrolio e le tensioni geopolitiche hanno già prodotto casi di “caro voli“. Diverse compagnie aeree nell’area Asia-Pacifico, tra cui Qantas, Air India e Cathay Pacific, si sono viste costrette negli scorsi giorni ad aumentare i prezzi per far fronte ai rincari del carburante. Anche Air India dal 12 marzo ha aggiunto un supplemento di 399 rupie (3,73 euro) sui voli interni e di 20 dollari (17 euro) sui voli verso il Sud-Est asiatico; poi, dal 18 marzo, il supplemento per l’Europa aumenterà del 25% arrivando a 125 dollari, mentre quello per il Nord America crescerà del 33% fino a 200 dollari. Anche Thai Airways, secondo le ultime informazioni disponibili, “potrebbe aumentare i prezzi dal 10 al 15% a causa dell’incertezza legata ai prezzi del carburante”.
Strategie di copertura finanziaria che permettono l’acquisto di carburante a prezzo fisso in anticipo, per adesso, “salvano” la maggior parte delle compagnie europee e low-cost più utilizzate dalle oscillazioni del mercato. Un blocco prolungato di Hormuz, però, potrebbe avere sulle compagnie aeree e i prezzi dei biglietti aerei un effetto molto più forte e globale.
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