Guerra in Iran, LIVE sul QdS: tutte le ultime news e gli aggiornamenti in diretta sulle azioni di Usa e Israele, Iran e Paesi del Golfo di domenica 17 maggio 2026.
Guerra in Iran, le ultime news in diretta del 17 maggio 2026
“Per l’Iran il tempo stringe. Farebbero meglio a decidere velocemente o di loro non rimarrà nulla”, ha scritto Donald Trump su Truth dopo aver parlato con il Premier israeliano Benjamin Netanyahu dell’Iran. “Il tempo è essenziale”, ha aggiunto il presidente americano, con ampio uso di lettere maiuscole.
Donald Trump ha parlato al telefono con Benjamin Netanyahu, rende noto il giornalista di Axios Barak Ravid in un tweet, citando fonti israeliane. Il Presidente americano e il Premier israeliano hanno discusso dell’Iran, ha aggiunto. Stando a quanto riferito dai media israeliani, “hanno discusso di possibile ripresa attacchi contro Teheran”.
Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu si riunisce con il gabinetto di sicurezza dopo aver parlato al telefono con Donald Trump. I media israeliani fanno trapelare che il Presidente americano e il Premier israeliano sono pronti a riprendere la guerra contro l’Iran.
L’attacco con droni di oggi, uno dei quali ha colpito un generatore di energia elettrica della centrale nucleare di Barakah, negli Emirati arabi uniti, “è una pericolosa escalation”, ha denunciato il ministero degli Esteri emiratino in una nota. “Gli Emirati arabi uniti sottolineano che non tollereranno in alcuna circostanza minacce di qualsiasi tipo alla loro sicurezza e sovranità”, si legge inoltre nel comunicato.
Il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore con gli Usa nelle trattative mediate dal Pakistan, è stato nominato rappresentante speciale per le questioni con la Cina, rende noto l’agenzia iraniana Fars, un lancio pubblicato con evidenza sul Global Times cinese.
In precedenza, era l’ambasciatore in Cina, Rahmani Fazli ad avere questo incarico. Prima ancora, di il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ALi Larijani, ucciso in un raid lo scorso marzo. La nomina segue di pochi giorni la visita di Donald Trump a Pechino dove ha cercato di coinvolgere Xi Jinping negli sforzi per esercitare pressioni su Teheran per la fine del blocco dello Stretto di Hormuz.
La chiusura dello stretto di Hormuz mette a rischio la fornutura di gpl per cucinare, utilizzato da 3,4 miliardi di persone nel mondo. E’ quanto emerge dal focus dell’Agenzia internazionale per l’energia, ‘La crisi energetica minaccia le popolazioni più vulnerabili del mondo, mentre cresce la carenza di combustibile per cucinare’. La guerra tra Iran e Usa ”ha messo in luce i rischi per la sicurezza energetica di un bisogno fondamentale: la possibilità di cucinare un pasto”. ”l conflitto in Medio Oriente ha innescato una crisi energetica globale di portata senza precedenti”, secondo l’Aie. ”I volumi giornalieri di petrolio persi per i mercati globali nel marzo 2026 hanno superato le perdite massime di offerta registrate durante i due principali shock petroliferi degli anni ’70 messi insieme”.
Le precedenti crisi energetiche, ricorda l’Agenzia, hanno avuto ”un impatto profondo su economie e società, costringendo spesso le famiglie a razionare il carburante per le auto e il riscaldamento domestico”. La crisi del 2026 ”si sta facendo sentire in tutto il mondo e le famiglie nei paesi emergenti e in via di sviluppo si trovano ora ad affrontare una sfida particolarmente difficile: avere abbastanza carburante anche solo per cucinare un pasto e poterselo ancora permettere”.
Al centro di tutto ciò si trova il gas di petrolio liquefatto (gpl), il combustibile per cucinare più utilizzato al mondo. Circa 3,4 miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo utilizzano il gpl come principale fonte di energia per cucinare. Nel 2025, il 30% di tutte le esportazioni di gpl via mare transitava attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Asia in via di sviluppo rappresenta la quota maggiore di utilizzo del gpl per cucinare, con quasi 2,4 miliardi di persone che lo utilizzano come combustibile principale. India e Indonesia hanno fatto ampio ricorso al gpl nelle loro campagne per ampliare l’accesso a sistemi di cottura puliti, consentendo a oltre 800 milioni di persone di abbandonare l’uso di legna, carbone, cherosene e altri combustibili nocivi dal 2010.
Kaja Kallas è tornata a Tallinn nella veste di Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, ruolo che la obbliga a mediare tra ventisette governi, gestire crisi simultanee su più fronti e trattare con interlocutori che, come ha detto senza giri di parole, preferirebbero non avere a che fare con lei in quanto rappresentante dell’Ue. La sua conversazione con Edward Luce, editorialista e National Editor per gli Stati Uniti del Financial Times, nel corso della Lennart Meri Conference 2026, ha toccato Iran, Ucraina, rapporti transatlantici e sfida cinese.
Iran: il problema non è solo il nucleare
Il punto di partenza è la crisi iraniana. Trump è rientrato dal vertice con la Cina, Teheran ha rifiutato il quadro negoziale proposto dagli americani, e Israele preme per riprendere l’Operazione Epic Fury. Kallas ha delineato la posizione europea in tre fasi: cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, poi i negoziati sui temi più difficili a partire dal nucleare. Ha però insistito su un punto che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico occidentale: “Non dobbiamo tenere gli occhi fissi solo sul nucleare”, perché il programma missilistico iraniano, gli attacchi ibridi e il supporto militare a Mosca sono minacce altrettanto concrete per i Paesi vicini.
Sul fronte economico, ha ricordato che la chiusura dello Stretto di Hormuz non è una questione bilaterale tra Washington e Teheran: il 54% dei fertilizzanti destinati al Sudan transita da quel corridoio. Un’interruzione prolungata si tradurrebbe a breve termine nella mancata semina, e in una carestia in Africa nell’arco di un anno. Quanto all’opzione militare, Kallas ha argomentato che colpire le infrastrutture civili iraniane non risolve il problema dello Stretto (che rimane il principale strumento di pressione nelle mani di Teheran) e rischia anzi di rendere più difficile qualsiasi soluzione diplomatica.
Rapporti transatlantici: unità o frammentazione
Luce ha sollevato la questione dell’ostilità dell’amministrazione Trump verso l’Unione, esplicitata dal discorso di Vance a Monaco l’anno scorso: un’infilata di accuse contro l’Europa mentre Russia e Cina non venivano neanche menzionate. Kallas ha risposto con una domanda retorica: perché anche Pechino e Mosca mostrano la stessa ostilità verso le istituzioni europe? “Perché se restiamo uniti e operiamo insieme, siamo una potenza pari a loro. Invece, dal loro punto di vista, è molto più semplice trattare con Paesi molto più piccoli”.
Il rischio concreto, secondo Kallas, è che alcuni Stati membri cedano alla logica bilaterale, accettando di fatto la tesi che i rapporti individuali con Washington valgano più della coesione europea. Ha citato Paul-Henri Spaak: “In Europa ci sono solo due tipi di Paesi: quelli piccoli e quelli che non si sono ancora resi conto di esserlo”. Una citazione che usa spesso, ha ammesso, e che si applica oggi anche al contesto globale. Ha anche segnalato un dato di opinione pubblica: a ottobre 2025 (prima delle minacce sulla Groenlandia e prima di molti altri episodi) solo il 14% degli europei considerava gli Stati Uniti un alleato, contro il 42% degli americani che consideravano l’Europa tale. “Anche nei paesi europei che storicamente sono più grati e più pro-americani, le cose stanno cambiando”.
L’Aiea, Aenzia internazionale per l’energia atomica, esprime “grave preoccupazione” per l’attacco di un drone vicino a una centrale nucleare degli Emirati Arabi Uniti, che ha provocato un incendio, pur affermando che i livelli di radiazione sono rimasti nella norma. Per il direttore generale l’organismo di controllo atomico delle Nazioni Unite, Rafael Grossi, “un’attività militare che minaccia la sicurezza nucleare è inaccettabile”. “Gli Emirati Arabi Uniti hanno informato l’Aiea che i livelli di radiazione presso la centrale nucleare di Barakah rimangono nella norma e non sono stati segnalati feriti”, afferma l’Agenzia.
Un drone ha causato un incendio alla centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti, senza causare feriti né ripercussioni sulla sicurezza. Lo rendono noto le autorità di Abu Dhabi, intervenute per domare l’incendio causato dall’attacco di un drone a un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra.
Non sono stati segnalati feriti, i livelli di sicurezza radiologica non sono stati influenzati e l’Autorità federale per la regolamentazione nucleare ha confermato che i sistemi essenziali dell’impianto funzionano normalmente.
Il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi ha incontrato il presidente iraniano a Teheran, secondo quanto riferito dall’ambasciata pakistana nella capitale.
Naqvi, giunto a Teheran ieri, ha trascorso quasi tre ore al palazzo presidenziale. All’incontro erano presenti anche il ministro dell’Interno e il ministro degli Esteri iraniani.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parlerà oggi con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo ha dichiarato il premier all’inizio della riunione settimanale del gabinetto a Gerusalemme.
“Siamo ben consapevoli della situazione in Iran”, ha detto Netanyahu. “Certamente ascolterò le sue impressioni sul viaggio in Cina e forse anche altre cose. Di certo ci sono molte possibilità e siamo preparati a ogni scenario”.
Gli Stati Uniti non sono riusciti a fare alcuna concessione concreta nella loro risposta alla proposta iraniana di avviare negoziati per porre fine alla guerra. Lo riportano i media iraniani. L’agenzia di stampa Fars ha riferito che Washington ha presentato una lista di cinque punti che includeva la richiesta all’Iran di mantenere in funzione un solo sito nucleare e di trasferire le sue scorte di uranio altamente arricchito agli Stati Uniti.
Nel frattempo, l’agenzia di stampa Mehr ha dichiarato: “Gli Stati Uniti, senza offrire concessioni concrete, vogliono ottenere quelle che non sono riusciti ad avere durante la guerra, il che porterà a una situazione di stallo nei negoziati”.
Le autorità di Abu Dhabi sono intervenute in seguito a un incendio divampato in un generatore elettrico all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra, causato dall’impatto di un drone. Non si sono registrati feriti e non vi sono state ripercussioni sui livelli di sicurezza radiologica. Lo rende noto su X l’ufficio stampa di Abu Dhabi.
Sono state adottate tutte le misure precauzionali necessarie e ulteriori aggiornamenti saranno forniti non appena disponibili. L’Autorità federale per la regolamentazione nucleare (FANR) ha confermato che l’incendio non ha compromesso la sicurezza della centrale né la funzionalità dei suoi sistemi essenziali e che tutte le unità sono operative a pieno regime.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha respinto le dichiarazioni dei funzionari americani sulla destabilizzazione del mercato energetico mondiale dovuta alle azioni dell’Iran nello Stretto di Hormuz.
“Tale retorica è un’ulteriore grande menzogna degli Stati Uniti per fomentare la guerra. Sembra che la prossima mossa degli Stati Uniti, per giustificare la loro guerra illegale di scelta contro l’Iran, sarà l’affermazione di ‘preservare la pace e la stabilità nel mercato energetico globale’”, ha dichiarato.
E ha aggiunto: “È stata la sconsiderata politica bellicista degli Stati Uniti e dei regimi israeliani a distruggere i processi diplomatici e a causare insicurezza nelle vitali rotte energetiche”.
Nuova denuncia di Hezbollah contro i colloqui diretti tra Israele e il Libano, definiti “un vicolo cieco”. La critica del gruppo armato pro-Iran giunge mentre le Idf stanno bombardando il Libano meridionale e orientale, nonostante la nuova proroga del cessate il fuoco.
“I negoziati diretti che le autorità libanesi hanno condotto con il nemico israeliano li hanno portati in un vicolo cieco che non porterà ad altro che a una concessione dopo l’altra”, ha dichiarato il parlamentare di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan. “Né loro né nessun altro sarà in grado di realizzare ciò che il nemico vuole, soprattutto per quanto riguarda il disarmo della resistenza”, ha aggiunto, affermando che le autorità stanno portando il Paese in “situazioni molto difficili”.
Il Kazakistan ha consegnato 30 vagoni di aiuti umanitari all’Iran, mentre il Paese continua a lottare contro una grave crisi economica in seguito a mesi di guerra con Stati Uniti e Israele. Lo riferisce l’agenzia di stampa iraniana Tasnim. La spedizione, inviata su ordine del presidente del Kazakistan, comprendeva carne in scatola, zucchero, farina, attrezzature mediche e medicinali. Gli aiuti sono stati consegnati alla Mezzaluna Rossa iraniana presso la stazione ferroviaria di Sarakhs.
L’ambasciatore kazako in Iran, Ontalap Onalbayev, ha dichiarato durante la cerimonia che “l’Iran è uno dei più importanti partner politici, economici e umanitari del Kazakistan in Medio Oriente e nel mondo islamico”, aggiungendo: “I veri amici si riconoscono nei momenti difficili”.
La consegna avviene in un momento in cui l’Iran sta affrontando gravi difficoltà economiche. Le perturbazioni legate alla guerra hanno spinto l’inflazione annua a circa il 53,7%, con i prezzi dei generi alimentari in aumento di oltre il 115% rispetto all’anno precedente, secondo il centro statistico ufficiale iraniano.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e recentemente emerso come principale negoziatore nei colloqui con gli Stati Uniti, è stato incaricato di sovrintendere alle relazioni con la Cina. Lo riferiscono i media iraniani. “Mohammad Bagher Ghalibaf è stato recentemente nominato rappresentante speciale della Repubblica islamica dell’Iran per gli affari cinesi”, ha riferito l’agenzia di stampa Tasnim, citando “fonti informate”, e aggiungendo che si occuperà di “coordinare vari settori delle relazioni tra Iran e Cina”.
L’esercito israeliano ha reso noto di aver identificato “un bersaglio aereo sospetto” dopo che le sirene d’allarme sono risuonate nella zona di Misgav Am, nel nord di Israele. L’aereo è precipitato vicino alle forze israeliane che operano nel Libano meridionale, senza che si siano registrate vittime, ha dichiarato l’esercito su X, aggiungendo che Hezbollah ha lanciato razzi e droni esplosivi contro le forze israeliane che operano nel Libano meridionale durante la notte.
I ministri degli Esteri del Qatar e dell’Arabia Saudita hanno discusso di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran in una telefonata. Secondo un comunicato stampa diffuso da Doha, il Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha avuto un colloquio telefonico con il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, il Principe Faisal bin Farhan bin Abdullah Al Saud.
Secondo quanto riportato nel comunicato, i due funzionari hanno discusso delle relazioni bilaterali e degli sviluppi regionali, tra cui il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, nonché degli sforzi per la de-escalation. Lo sceicco Mohammed ha invitato tutte le parti a rispondere agli sforzi di mediazione in corso per affrontare le cause profonde della crisi attraverso il dialogo, puntando a un accordo duraturo che impedisca una nuova escalation.
La USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, è rientrata in Virginia dopo una missione di 11 mesi, la più lunga dalla guerra del Vietnam, durante la quale ha supportato la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e la cattura di Nicolás Maduro quando era presidente del Venezuela.
La più avanzata nave da guerra statunitense e i due cacciatorpediniere di scorta hanno attraccato alla base navale di Norfolk con circa 5.000 marinai in attesa di rivedere le proprie famiglie per la prima volta da giugno. Oltre alle operazioni di combattimento e alla traversata dei continenti, i marinai a bordo della portaerei hanno dovuto affrontare un incendio non legato al combattimento che ha lasciato centinaia di persone senza un posto dove dormire e ha imposto lunghe riparazioni sull’isola greca di Creta.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth era presente all’arrivo delle navi da guerra, tra cui il cacciatorpediniere USS Bainbridge. Hegseth si è congratulato con l’equipaggio della Bainbridge per l’ottimo lavoro svolto.
“Non avete semplicemente portato a termine una missione, avete fatto la storia”, ha affermato Hegseth sul ponte del cacciatorpediniere. “Avete reso orgogliosa una nazione.” Hegseth ha parlato anche con gli equipaggi del cacciatorpediniere USS Mahan e della USS Ford.
Hezbollah ha lanciato diversi razzi e droni esplosivi contro le truppe israeliane nel sud del Libano durante la notte e questa mattina. Lo ha riferito l’Idf, aggiungendo che i proiettili hanno colpito vicino alle forze armate, ma non hanno causato feriti. Un drone ha fatto scattare le sirene nella comunità di confine di Misgav Am.
Il ministero della Salute del Libano ha registrato 18 morti e 124 feriti negli attacchi israeliani delle ultime 24 ore, nonostante la proroga del cessate il fuoco per 45 giorni. Questo il tragico bilancio diffuso.
La stampa locale riferisce di bombardamenti delle Idf in corso anche questa mattina nel Libano meridionale, in particolare sulla città di Zawtar al-Sharqiyah, colpita da raid aerei.
Intanto, l’esercito israeliano ha annunciato che un drone di Hezbollah è stato individuato sopra un’area del Libano meridionale in cui operano truppe israeliane. Il drone è precipitato senza causare feriti ma l’incidente ha fatto scattare le sirene a Misgav, una comunità di confine.
Nel frattempo, Hezbollah ha comunicato che i suoi combattenti hanno fatto detonare una trappola esplosiva contro un terzo bulldozer dell’esercito israeliano, che stava cercando di avanzare dalla città di Rashaf alla città di Hadatha, nel Libano meridionale. Il gruppo armato pro Iran ha aggiunto che un’altra trappola esplosiva è stata fatta detonare da un quarto bulldozer israeliano che tentava la stessa avanzata. I combattenti hanno anche preso di mira un assembramento di veicoli e soldati israeliani alla periferia della città di Hadatha con un lancio di razzi, ha affermato Hezbollah.
Cosa succede tra Iran, Stati Uniti e Israele e in Libano, le ultime notizie
“La calma prima della tempsta”. Donald Trump archivia l’incontro in Cina con Xi Jinping e riprendono gli ultimatum all’Iran. Gli Stati Uniti, secondo il New York Times, potrebbero avviare un nuovo attacco contro Teheran già nel corso della prossima settimana. Il dialogo tra gli Usa e la Repubblica islamica non decolla e Trump, alla fine, potrebbe optare per l’escalation. Il presidente degli Stati Uniti, dopo la parentesi di Pechino, rientra in patria e torna ai toni abituali: “L’Iran attraverserà un periodo molto difficile” se non si raggiungerà presto un accordo di pace, dice il numero 1 della Casa Bianca all’emittente francese BFMTV in un’intervista telefonica.
Quindi il messaggio “cifrato” dal social Truth: “La calma prima della tempesta” campeggia su un’immagine di Trump con espressione minacciosa e il dito puntato dalla tolda di una nave militare. Sullo sfondo una nave e una imbarcazione da guerra con la bandiera di Teheran nel pieno di una tormenta.
Teheran, come dichiarano a ciclo continuo esponenti del regime, è pronta ad un nuovo scontro con Usa e Israele. I pasdaran tirano dritto e continuano a far leva sull’asset principale, lo Stretto di Hormuz. L’Iran “ha messo a punto un meccanismo professionale, che verrà presto reso noto, per la gestione del transito nello Stretto, lungo una rotta predefinita”, annuncia il capo della Commissione Sicurezza nazionale del Parlamento di Teheran, Ebrahim Azizi, in un post su X.
Conflitto in Iran e stretto di Hormuz, la posizione dell’Italia
La premier Giorgia Meloni assicura che ““l’Italia è pronta a fare la propria parte per contribuire, non appena ve ne saranno le condizioni, alla sicurezza della navigazione” nello Stretto di Hormuz, “nel solco di quanto già fatto nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano con le missioni Aspides e Atalanta”. È questa la posizione illustrata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo quanto si apprende, nell’intervento allo Europa Gulf Forum di Navarino, in Grecia.
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