Guerra in Iran, LIVE sul QdS: tutte le ultime news e gli aggiornamenti in diretta sulle azioni di Usa e Israele, Iran e Paesi del Golfo di giovedì 2 luglio 2026.
Guerra in Iran, le notizie in diretta del 2 luglio 2026
Punti chiave
- Iran, Araghchi: "Esercito Usa ha portato insicurezza nella regione"
- Libano, media: raid israeliano contro ospedale nel sud
- Libano, Idf: eliminato miliziano Hezbollah uscito da tunnel nel sud
- Usa offrono ricompense per evitare pedaggi Hormuz ma Teheran non cede
- La risposta degli USA: "La pazienza di Trump non è illimitata"
- Teheran avverte USA e Israele: "Attaccarci sarebbe errore di valutazione"
- Iran: da Teheran a Mashad i funerali di Khamenei tra simboli religiosi e potere politico
- Libano, Crosetto: "Unifil? Serve missione simile ad Afghanistan"
- Teheran: "Stretto di Hormuz non è parco giochi dell'America"
- Ghalibaf: "Partecipare in massa a funerali Khamenei per vendicarne morte"
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) di essere una fonte di instabilità in Medio Oriente, dopo il confronto sulla sicurezza regionale tenuto in Bahrain dal comando americano con i vertici militari di 12 Paesi.
“Il Centcom ha portato sicurezza o insicurezza nella nostra regione? La risposta è chiara – ha scritto Araghchi su X – le nostre potenti forze armate hanno dimostrato che gli stranieri non sono nemmeno in grado di proteggere se stessi”. Il capo della diplomazia iraniana ha quindi sostenuto che la pace nella regione potrà essere garantita solo se sarà “globale e inclusiva, senza interferenze esterne”.
Un raid aereo israeliano ha colpito l’ospedale Ghandour a Nabatiye, nel sud del Libano. Lo riferisce l’agenzia statale libanesse Nna, secondo cui al momento non si registrano vittime.
L’aeronautica militare israeliana, sotto il comando delle forze dell’unità Egoz, ha annunciato di aver eliminato un miliziano di Hezbollah che era uscito da uno dei cunicoli della struttura sotterranea creata ad Ali Taher, nel Libano meridionale. L’area si trova all’interno della zona cuscinetto in cui operano le forze di difesa israeliane (Idf). Lo ha riferito il portavoce delle Idf citato dai media israeliani.
Gli Stati Uniti hanno offerto all’Iran l’accesso a fondi congelati, se accetta di non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Ma Teheran non cede e insiste nella sua volontà di mantenere il controllo dello Stretto. Lo scrive il Wall Street Journal spiegando che gli Usa, insieme all’Oman, hanno promesso, durante i colloqui indiretti, di sbloccare parte dei 100 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Durante i negoziati a Doha, secondo quanto riferito gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero proposto all’Iran uno scambio: rinunciare alle proprie pretese di controllo dello stretto e al pagamento dei pedaggi in cambio dello sblocco di miliardi di dollari di fondi congelati.
Ma ieri l’Iran ha fatto intendere che la ricompensa non era sufficiente a fargli cambiare posizione. Hormuz ”è sotto il comando dell’Iran” e non degli Usa, ha scritto al suo ritorno da Doha il negoziatore iraniano, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. In definitiva, l’Iran vuole imporre un pedaggio per ogni nave che attraversa lo stretto in cambio di servizi come la sicurezza e spera di ottenere la maggior parte dei 40 miliardi di dollari annui che potrebbe generare. Ma la richiesta è stata respinta dagli Stati Uniti e dai suoi vicini del Golfo.
L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Michael Waltz, ha avvertito il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che la pazienza del presidente Donald Trump nei confronti dell’Iran “non è illimitata”, mentre cresce la tensione nel Golfo Persico dopo i recenti attacchi attribuiti a Teheran contro Bahrain e Kuwait.
“L’Iran non può tenere in ostaggio l’economia mondiale e non possiamo permettere che lo faccia”, ha dichiarato Waltz nel corso di una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza, accusando Teheran di ostacolare la navigazione nello Stretto di Hormuz e di bloccare il transito di navi dirette a diversi Paesi, tra cui carichi di “fertilizzanti per gli agricoltori in Africa, aiuti per il Sudan, carburante per il Giappone”.
Il diplomatico ha quindi chiesto a Teheran di cessare le azioni contro i Paesi vicini e di garantire la libertà di passaggio nella rotta strategica, ricordando che l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo stima possibili effetti di lungo periodo su 61 economie in via di sviluppo. Pur lasciando aperta la porta a una soluzione diplomatica, Waltz ha ribadito di non poter “sottolineare abbastanza che una reale e trasformativa opportunità positiva per la nazione e il popolo iraniano è sul tavolo. Ma la pazienza del presidente Trump non è illimitata”.
Il Comando centrale Khatam al-Anbiya ha avvertito “i nemici dell’Iran, in particolare Stati Uniti e Israele”, di “evitare qualsiasi errore di valutazione e di tenere conto della dura rappresaglia che le nostre forze armate sferrerebbero contro qualsiasi minaccia e aggressione nei confronti del nostro Paese”. Lo ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi, in un comunicato diffuso dai media statali.
Le esequie dell’ex Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nel primo giorno di guerra, si articoleranno dal 4 al 9 luglio in un percorso altamente simbolico che attraverserà i principali centri del potere politico e religioso della Repubblica islamica e del mondo sciita, dall’Iran all’Iraq, per concludersi nella città santa di Mashad. Un percorso che non ha solo una funzione funeraria, ma anche un forte significato politico e identitario: ogni tappa rappresenta un diverso livello dell’autorità di Khamenei, dalla legittimazione dello Stato iraniano alla dimensione religiosa del potere.
La prima tappa è la Mosalla di Teheran, grande complesso destinato alle preghiere del venerdì e alle cerimonie ufficiali di Stato. Qui la salma sarà esposta in uno dei luoghi più rappresentativi della Repubblica islamica, tradizionalmente utilizzato per eventi che uniscono dimensione religiosa e potere politico. A seguire, la capitale ospiterà la processione funebre lungo le sue principali vie: un passaggio dal forte valore istituzionale, che coinvolge il cuore politico del Paese – governo, Parlamento e vertici militari.
Il corteo proseguirà a Qom, cuore teologico dell’Iran e sede delle principali scuole religiose sciite. È qui che si formano gli ayatollah e la classe dirigente clericale del Paese. La cerimonia in questa città rafforza la dimensione religiosa del ruolo di Khamenei, legando la sua figura all’establishment dottrinale della Repubblica islamica. Qom ospita inoltre il mausoleo di Fatima Masoumeh, uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio sciita.
“Se gli Stati Uniti sceglieranno di mantenere un ruolo attivo, potrebbe aprirsi la strada a una missione internazionale diversa da Unifil, con capacità operative e regole d’ingaggio più efficaci, pur restando nel quadro del diritto internazionale. Più simile all’Afghanistan”. Così il ministro della Difesa Guido Crosetto parlando, in una intervista a La Stampa, della situazione in Libano. “Nessuno – ha sottolineato – vuole andare in guerra con Hezbollah. Una forza internazionale serve esattamente a evitare una guerra, non a provocarla. Ma quando una forza internazionale viene percepita come incapace di reagire alle violazioni, perde la propria funzione di deterrenza. E quando viene meno la deterrenza, aumenta il rischio del conflitto, non diminuisce”. Per Crosetto, questa missione dovrebbe nascere “attraverso una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, con un mandato chiaro, condiviso e sostenuto dal governo libanese. Nessuna missione internazionale – evidenzia – può essere efficace se percepita come una forza di occupazione”.
A proposito dell’Iran, il ministro sottolinea come “rappresenta da anni uno dei principali fattori di destabilizzazione del Medio Oriente e del mondo. Il giorno che avesse la bomba atomica nessuno potrebbe sentirsi davvero al sicuro”. E su un possibile nuovo accordo sul nucleare aggiunge: “Il semplice fatto che Stati Uniti e Iran siano tornati a negoziare sulla fine del programma nucleare è estremamente positivo. I giudizi si emettono alla fine”.
“Lo Stretto di Hormuz non è un parco giochi per gli Stati Uniti, bensì territorio sovrano di Teheran. Tutte le petroliere e le navi commerciali sono obbligate a transitare esclusivamente lungo la rotta designata”. Lo ha dichiarato il Comando militare di Emergenza iraniano Khatam al-Anbiya, aggiungendo che “qualsiasi violazione dei protocolli di navigazione iraniani nello Stretto di Hormuz sarà accolta con una risposta immediata e decisa da parte delle forze armate. La continua presenza di aerei da combattimento americani sullo Stretto di Hormuz mette in pericolo la sicurezza dell’intera regione”.
Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha esortato gli iraniani a partecipare in massa ai funerali della Guida Suprema, Ali Khamenei, ucciso negli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele all’inizio della guerra, il 28 febbraio. In una nota, Ghalibaf ha esortato “tutto il popolo iraniano” a “scrivere una pagina gloriosa nella storia dell’Iran islamico” prendendo parte alle cerimonie funebri che inizieranno sabato.
“La richiesta di vendetta della Nazione deve risuonare nelle orecchie del mondo intero”, ha aggiunto Ghalibaf, collegando la mobilitazione popolare alla risposta per la morte della Guida Suprema.
Prezzi in discesa per il petrolio. Il Brent, riferimento in Europa, è sceso dello 0,74% a 70,83 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è sceso dello 0,72% a 67,86 dollari al barile.
I negoziatori americani e iraniani hanno compiuto “progressi positivi” durante i loro colloqui indiretti a Doha, con una prossima serie di discussioni prevista dopo i funerali dell’ex-guida suprema iraniana Ali Khamenei. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari.
“I mediatori qatarioti e pakistani hanno concluso oggi a Doha incontri separati con i negoziatori americani e iraniani, con progressi positivi sulle questioni relative al memorandum d’intesa di Islamabad, basandosi sui risultati del vertice del Lago di Lucerna”, ha scritto su X al-Ansari.
I negoziatori statunitensi e iraniani hanno compiuto “progressi positivi” durante i colloqui indiretti a Doha, e il prossimo round è previsto dopo i funerali dell’ex leader supremo iraniano Ali Khamenei: lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari. “I mediatori del Qatar e del Pakistan hanno concluso oggi a Doha incontri separati con i negoziatori statunitensi e iraniani, registrando progressi positivi sulle questioni relative al Memorandum d’intesa di Islamabad, sulla base dei risultati del Vertice del Lago di Lucerna”, ha dichiarato Al Ansari.
“Le parti hanno concordato di proseguire le discussioni nel prossimo periodo, e il prossimo incontro sarà programmato il prima possibile dopo le esequie dell’ex leader supremo iraniano”.
Cosa succede tra Iran, Stati Uniti, Israele e Libano: le ultime notizie
I colloqui indiretti a Doha tra Stati Uniti e Iran sarebbero stati “positivi” e avrebbero aperto la strada alla fase dei negoziati tecnici. Secondo Axios, che cita due fonti regionali, non è chiaro però se l’inviato americano Steve Witkoff e Jared Kushner abbiano avuto contatti diretti con rappresentanti iraniani.
Secondo le stesse fonti, l’incontro avrebbe contribuito a creare un clima più favorevole al dialogo. Tra i principali temi affrontati figurano la situazione nello Stretto di Hormuz, lo sblocco degli asset iraniani all’estero e il cessate il fuoco in Libano.
Intesa per allentare tensione a Hormuz
I negoziatori di Washington e Teheran hanno “concordato di mantenere la calma per la prossima settimana”nello Stretto di Hormuz “in modo da poter lavorare sui progressi relativi a tutti gli aspetti del memorandum d’intesa in un ambiente produttivo, senza missili che volano”, ha spiegato un funzionario statunitense ad Axios, precisando che i colloqui indiretti nella capitale del Qatar si sono concentrati prevalentemente sulla questione di Hormuz.
“Il presidente è stato chiaro: ogni volta che spareranno, noi risponderemo con più colpi – e contro obiettivi che indeboliscono ulteriormente la loro posizione nello stretto”, ha aggiunto il funzionario statunitense.
Gli inviati americani Witkoff e Kushner starebbero intanto cercando di convincere l’Iran che la richiesta di introdurre pedaggi nello Stretto rischierebbe di compromettere un accordo con Washington molto più vantaggioso per Teheran, riporta ancora Axios citando un funzionario statunitense, secondo il quale il messaggio trasmesso agli interlocutori iraniani sarebbe stato riassunto in una frase: “Think bigger”, pensare in modo più ampio. L’obiettivo della Casa Bianca sarebbe quello di spingere Teheran verso un’intesa complessiva, evitando soluzioni limitate al solo tema del transito nello Stretto.
Sì a sblocco parziale asset iraniani congelati
Una parte dei sei miliardi di dollari di asset iraniani congelati sarà utilizzata per l’acquisto di “beni necessari” per Teheran, ha annunciato quindi il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, al termine dei colloqui.
Nel corso degli incontri con i funzionari del Qatar, inclusi della Banca Centrale, sono state esaminate – secondo il negoziatore iraniano – alcune questioni relative alla gestione degli asset bloccati. “È stato quindi deciso che alcuni beni necessari saranno acquistati e messi a disposizione dell’Iran in base alle esigenze indicate dal nostro Paese“, ha dichiarato Gharibabadi, ribadendo che a Doha non c’è stato alcun incontro diretto tra le delegazioni iraniana e statunitense.
Secondo l’Irna, le parti avrebbero anche concordato la creazione entro oggi di un canale di comunicazione per segnalare e registrare eventuali violazioni del memorandum d’intesa.
Rimane il nodo Libano
Intanto l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, ha incontrato i negoziatori statunitensi, ha reso noto l’ufficio dell’emiro, secondo il quale i tre hanno discusso dello “stato di avanzamento dei negoziati” tra Stati Uniti e Iran, nonché della situazione in Libano e dell’”importanza di consolidare il cessate il fuoco” nel Paese dopo l’accordo quadro raggiunto con Israele a Washington.
Trump, la “vittoria” e gli incontri “positivi”
“Sto portando avanti una guerra che sto vincendo molto facilmente“, quanto ha detto intanto Donald Trump riferendosi al conflitto con l’Iran, nel discorso all’inaugurazione della Theodore Roosevelt presidential library in North Dakota.
“La de-nuclearizzazione dell’Iran sta procedendo bene. Ci sono stati incontri molto positivi e vedremo“, aveva affermato il tycoon parlando ai giornalisti prima della partenza. “Li abbiamo colpiti molto duramente per tre notti – ha aggiunto – ma ora siamo in ottimi rapporti”.
Nyt: “Frizioni tra Trump e il principe ereditario saudita”
La guerra in Iran avrebbe intanto aperto una crepa nei rapporti tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, mettendo in evidenza divergenze profonde sulla gestione del conflitto e sulla sicurezza del Golfo. A rivelarlo è il New York Times, secondo cui il rapporto tra Washington e Riad si sarebbe progressivamente complicato nel corso delle operazioni militari contro Teheran.
All’inizio della crisi, infatti, l’Arabia Saudita avrebbe sostenuto una linea dura, spingendo per un’azione americana più incisiva contro la Repubblica islamica. Il quadro sarebbe cambiato rapidamente con l’escalation del conflitto e soprattutto dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana, evento che ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici e sulla sicurezza del traffico marittimo globale.
Da quel momento, secondo la ricostruzione del quotidiano americano, Riad avrebbe progressivamente abbandonato l’ipotesi di un inasprimento degli attacchi contro l’Iran, orientandosi verso un cessate il fuoco e una de-escalation, nel timore che il conflitto potesse estendersi e colpire direttamente i suoi interessi e la stabilità regionale.
Le tensioni tra le due capitali non si sarebbero limitate al livello politico, ma avrebbero coinvolto anche la dimensione militare. Nel pieno della crisi, durante una missione degli Stati Uniti per proteggere le rotte commerciali nello Stretto di Hormuz, funzionari sauditi avrebbero inizialmente negato l’utilizzo del proprio spazio aereo alle forze americane. Una decisione che avrebbe colto di sorpresa il Pentagono e innescato una serie di contatti urgenti tra Washington e Riad, con la Casa Bianca costretta ad attivare un canale diplomatico diretto con Mbs, l’acronimo con cui il principe ereditario è noto in Occidente.
Secondo il New York Times, in quei giorni si sarebbero susseguite telefonate tra Trump e Mohammed bin Salman, insieme a colloqui separati del vice presidente JD Vance, dell’inviato speciale Steve Witkoff, del consigliere e genero del presidente Jared Kushner e del team per la sicurezza nazionale guidato da Marco Rubio.
Sul piano politico, la guerra avrebbe accelerato una tendenza già in corso: l’Arabia Saudita sta diventando sempre più autonoma nelle sue scelte strategiche e sta ampliando i propri contatti diplomatici. Negli ultimi anni Riad ha rafforzato i rapporti anche con Cina e Pakistan, che hanno avuto un ruolo nella mediazione tra Arabia Saudita e Iran nel 2023. Allo stesso tempo, la leadership saudita avrebbe avviato un dialogo più diretto con Teheran su temi delicati, come il controllo dello Stretto di Hormuz, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati nella regione, considerati da Riad una crescente minaccia per la stabilità del Golfo.
Nonostante le tensioni, il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Arabia Saudita non appare compromesso nei suoi pilastri fondamentali. Cooperazione energetica, forniture militari e progetti strategici – incluso il programma per lo sviluppo di un settore nucleare civile saudita – restano al centro del dialogo tra le due capitali. Tuttavia, secondo il Nyt, la guerra ha reso evidente una nuova fragilità politica: la percezione, da entrambe le parti, di un’alleanza sempre meno automatica e sempre più condizionata dagli eventi.
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