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Sanzioni e invio delle armi: i “paradossi” di un conflitto che rischiamo di alimentare

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Sanzioni e invio delle armi: i “paradossi” di un conflitto che rischiamo di alimentare

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sabato 16 Luglio 2022 - 14:37

Una guerra iniziata sì dalla Russia, ma che si teme che le scelte compiute a livello internazionale possano contribuire ad alimentare

Missili che piovono dal cielo, colonne di fumo che si innalzano dal terreno, città cosparse di macerie che nascondono migliaia di cadaveri.

È questo quello che rimane del campo di battaglia di una guerra che dura da 142 giorni, ha costretto alla fuga, secondo l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, 9 milioni di persone dall’Ucraina e ha fatto oltre 5.000 vittime tra i civili. Una guerra iniziata sì dalla Russia, ma che si teme che le scelte compiute a livello internazionale possano contribuire ad alimentare: sanzioni, invio di armi e provocazioni non lasciano alcuno spazio alle trattative diplomatiche.

Dall’avvio dell’Operazione speciale il 24 febbraio scorso, di fatto un’invasione, la situazione al fronte è certamente cambiata. La guerra si sta contenendo nell’est dell’Ucraina, a ridosso dell’autoproclamata Repubblica del Donetsk.

I bombardamenti avvengono ormai sia da un lato che dall’altro della linea di confine che divide l’esercito di Mosca da quello di Kiev. Gli ucraini colpiscono i depositi di munizioni nemici e i russi colpiscono abitazioni civili, campi di grano e depositi ucraini.

Nel frattempo, sull’altro fronte della guerra, che vede come mediatore principale il presidente turco Erdogan, si cerca di trovare un accordo per lo sblocco del grano lasciato a marcire in navi che stazionano nei porti del Mar Nero.

Mercoledì scorso sono iniziati i colloqui a Istanbul tra le delegazioni russe e ucraine, alla presenza dei rappresentati delle Nazioni Unite: qualche passo in avanti è stato fatto ma nulla, nel concreto, è cambiato.
Sul fronte del gas, invece, la situazione è molto più critica. Qualche giorno fa Gazprom ha rilasciato un comunicato in cui spiega che non può garantire il funzionamento dell’infrastruttura. “Gazprom non è in possesso di alcun documento che indichi che Siemens è in grado di portare la turbina a gas per la stazione di compressione di Portovaya fuori dal Canada, dove è in riparazione. In queste circostanze non è possibile garantire il funzionamento sicuro della stazione di compressione di Portovaya, che è una struttura fondamentale per il gasdotto Nord Stream”, afferma la nota, che viene diramata qualche ora dopo i dati ufficiali delle dogane cinesi.

L’import della Cina dalla Russia, in prevalenza petrolio e gas, è salito a giugno del 56,3% annuo, a 9,7 miliardi di dollari, in scia agli sconti sui prezzi offerti dal Cremlino dopo che Usa, Ue e alleati hanno sospeso la gran parte degli acquisti in risposta all’aggressione di Mosca ai danni dell’Ucraina. Una vera e propria guerra dentro la guerra.

A pagarne le conseguenze sono i cittadini: da quelli ucraini presi di mira dai missili russi (che hanno certamente la peggio) a quelli europei e americani che devono fare i conti con lo spettro della recessione e la realtà dell’impoverimento.

“Dobbiamo smettere di lamentarci e continuare a sostenere gli ucraini. Perché se noi paghiamo un prezzo in denaro, loro lo pagano ogni giorno in perdita di vite umane”: Sono le parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg durante l’audizione di mercoledì scorso in commissione Esteri al Parlamento europeo. Mentre sotto la bandiera Nato i Paesi europei continuano a ripetere lo stesso mantra da 142 giorni, sotto la bandiera dell’Ue hanno sostenuto economicamente anche la Russia attraverso l’acquisto del gas. Insomma, con una mano sanzionano gli oligarchi di Putin e le loro aziende, con l’altra hanno pagato ingenti forniture di gas.

Soldi e armi che finanziano entrambe le fazioni per tenere in vita un conflitto che forse politicamente conviene a qualcuno ma che economicamente sta danneggiando pesantemente tutti. Fino ad ora, una cosa è certa, le sanzioni verso Mosca non stanno portando nessun beneficio ai Paesi dell’alleanza atlantica, Italia compresa. E, come affermato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, “Difficilmente torneremo a un periodo di bassa inflazione. Si sono scatenate forze che cambieranno il paesaggio in cui operiamo”. Così, anche le prospettive di crescita del Governo Draghi (+2,8% del Pil nel 2022) iniziano a sfumare.

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