Bisogna ammetterlo con franchezza: il referendum è stato affrontato male, soprattutto dai sostenitori della riforma, che non hanno colpevolmente comunicato con un’ampia fetta di elettori, i quali, quindi, sono arrivati o sono tornati alle urne sprovvisti delle informazioni necessarie ad esprimere un voto consapevole, ed ai quali è arrivata solo una sorta di suggestione, strumentale e minacciosa, che li ha disorientati.
Nessuno, soprattutto tra le forze favorevoli alla riforma, ha parlato ai giovani a cui non è stata spiegata la Costituzione, né la sua storia, almeno quella del secolo scorso, né i guasti e i drammi umani provocati da una magistratura spesso faziosa e documentatamente politicizzata; nessuno ha provato a comunicare con gli analfabeti funzionali, molti dei quali erano impauriti, perché minacciati da chissà quali stravolgimenti; nessuno ha preso in considerazione il peso degli antagonisti, che hanno scambiato e sostituito il legittimo dissenso con la violenza. I pauperisti hanno avuto un peso notevole, anche se non comprendono che non si può pretendere di andare avanti guardando indietro, soprattutto in un mondo globalizzato. Nessuno ha calcolato il peso degli invidiosi sociali, che non hanno ben chiare le dinamiche dell’economia e della società. Per non parlare dei vari “pro Pal”, “no Tav”, “no Ponte”, “no Nucleare”, tutte persone abilmente coltivate da chi vuole affossare il nostro Paese e alle quali i messaggi della politica favorevole alla riforma e della politica in genere sono arrivati dietro la lente deformante della propaganda e della suggestione, non della ragione e della corretta informazione.
Parlare agli elettori: serve un linguaggio diretto, non il politichese
Data la situazione, oggi, per esempio, se si vuole parlare, farsi capire, riuscendo a toccare le corde giuste, con qualsiasi interlocutore, non bisogna più pensare alle cumulative fasce di reddito, non alle generiche categorie, e nemmeno ad altri indistinti corpi sociali, ma bisogna pensare alle persone fatte di carne, di ossa e di anima, dunque fatti di bisogni e di aspettative reali, ma anche di suggestioni. Oggi bisogna pensare a imprese alla ricerca di mercati, a dipendenti e titolari delle stesse ad ai rispettivi problemi, sempre più difficili. Bisogna parlare a soggetti umani e giuridici attraverso l’uso di un linguaggio diretto, non certo burocratico, come accade quando non ci si vuole fare capire e si utilizza il politichese.
Anch’io proverò adesso a farmi capire meglio: negli ultimi tre anni il Governo ha recuperato oltre 100 miliardi di tasse evase: è certamente un buon risultato. Tuttavia non basta annunciare enfaticamente questi importanti traguardi, bisogna andare oltre e spiegare bene che cosa significhino, e in concreto, che cosa sia stato fatto per i cittadini e per le imprese con quella cifra, vale a dire come, con quei soldi, sia stata migliorata la loro situazione, perché in caso contrario tutto resta nebuloso. Sempre per restare sul piano degli esempi, oggi siamo in una fase in cui la gente si occupa poco della grande viabilità o delle grandi infrastrutture, che vanno assolutamente realizzate, ma che vengono poco percepite perché lontane nel tempo. La gente, infatti, si occupa e si preoccupa molto di più delle buche nella strada sotto casa e dei marciapiedi dissestati, o del “caro parcheggi”.
Scuola, cultura e democrazia: la priorità per una politica che guarda al futuro
Sono questioni importanti, certo, ma bisogna andare oltre, con misure di carattere strutturale. Sono, ovviamente, solo esempi, ma per superare questa mentalità, invero piuttosto miope, per far capire bene che serve tutto, perché siamo ancora molto indietro, bisogna lavorare sull’istruzione, sulla scuola, sulla cultura e ci vuole tempo, ma ci vogliono pure attenzione, sensibilità e risorse. Come è stato dimostrato anche di recente, la conquista delle “casematte dello Stato” di gramsciana memoria: scuola, giustizia, università, sanità, informazione, sindacati, ha prodotto nella società italiana effetti evidenti e gravissimi, soprattutto se si pensa che c’è un abbandono scolastico pari a circa il 22%, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Sgombrare questi settori dalla loro occupazione ideologica è una priorità assoluta, soprattutto se si ha davvero a cuore la democrazia e la libertà, quelle vere, quelle nelle quali si può riconoscere chiunque, non quelle somministrate via talk show.

