È deceduto oggi, lunedì 2 marzo, all’età di 87 anni nel carcere di Opera di Milano, dopo essere stato ricoverato presso l’Ospedale “San Paolo” di Milano. Nitto Santapaola, il cui vero nome era Benedetto, era uno dei boss mafiosi più temuti e spietati di Cosa Nostra. Si trovava detenuto al 41 bis nel carcere di Opera. Il suo ricovero in ospedale era avvenuto il 25 febbraio. La procura di Milano ha disposto l’autopsia. Venne considerato il mandante di diverse stragi e omicidi, tra cui l‘attentato di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Fu arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel Catanese, dopo 11 anni di latitanza.
Il processo che fece la storia
Il 19 aprile 1995 si presentò nell’aula bunker del carcere Malaspina di Caltanissetta per l’attesa prima udienza del processo per la strage di Capaci. Tuttavia, l’udienza fu subito rinviata a causa della mancata nomina dei giudici supplenti della Corte d’assise. In totale 41 imputati, tra capi e gregari di Cosa Nostra, furono accusati di aver orchestrato e compiuto l’efferato omicidio. Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso, sottolineò che il processo rappresentava solo l’inizio di un percorso di verità che doveva andare oltre il livello dell’organizzazione criminale, puntando a scoprire i “mandanti occulti”.
Alla seconda udienza, che segnò l’inizio della fase procedurale, erano presenti oltre al boss catanese anche i fratelli Graviano e i capimafia Ganci, noti per il loro controllo sul quartiere Noce, dove Totò Riina si nascose per anni. Dopo due anni e tre mesi di indagini, la procura di Caltanissetta portò alla sbarra tutti i presunti responsabili della strage, ritenuti membri di spicco di Cosa Nostra.
Le deposizioni dei 49 pentiti
La Procura ha raccolto deposizioni di 49 pentiti, tra cui tre esecutori materiali dell’attentato. Dopo aver chiamato a deporre 700 persone ha, infine, messo le basi per la ricerca di altri responsabili esterni a Cosa Nostra, esponenti di segmenti deviati delle istituzioni. Una pista ancora tutta da seguire e su cui sollecitano approfondimenti i familiari delle vittime.
La condanna all’ergastolo
Nel 1997 il boss mafioso fu condannato all’ergastolo in primo grado per il suo ruolo di mandante nella strage di Capaci, in qualità di membro della “Cupola regionale” di Cosa nostra. A inchiodarlo furono le testimonianze dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Maurizio Avola, Giuseppe Pulvirenti e Filippo Malvagna, i quali rivelarono che il boss catanese avrebbe partecipato, tra settembre e ottobre 1991, a riunioni di vertice nelle campagne di Enna. In questi incontri fu deciso l’attentato, con i giudici che basarono la condanna anche sulla circostanza che l’artificiere della strage, Pietro Rampulla, residente nella provincia di Catania, poté essere “usato” dagli attentatori solo con il permesso di Santapaola, in pieno rispetto delle regole di Cosa nostra.
L’attentato a Paolo Borsellino
Il 19 luglio 1992, il giudice Paolo Borsellino fu ucciso da un’autobomba che costò la vita anche agli agenti di scorta Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Santapaola fu tra gli imputati nel terzo processo per la strage di via d’Amelio, noto come “Borsellino ter”, sempre come mandante. Il 9 luglio 2003, lo stralcio del “Borsellino ter” e parte del procedimento per la strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d’assise d’appello di Catania, furono riuniti in un unico processo. Nel 2006, Santapaola fu condannato all’ergastolo per entrambe le stragi, con la sentenza che divenne definitiva nel 2008.
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