Il buon mercante, uomo di azione e studio - QdS

Il buon mercante, uomo di azione e studio

Marco Vitale

Il buon mercante, uomo di azione e studio

mercoledì 16 Febbraio 2022 - 08:11

"L’economista deve studiare il presente alla luce del passato e in vista dell’avvenire"

Il libro scritto nel 1458 da Benedetto Cotrugli, imprenditore mercante di Ragusa e attivo a Napoli e Barcellona contiene alcuni passaggi fondamentali ai fini del nostro discorso.

In primo luogo, per quanto riguarda la interdisciplinarità Cotrugli illustra cosa un imprenditore deve sapere con queste parole: il buon mercante è un uomo di azione, e insieme di studio; deve sapere “tutto quello può sapere uno homo” e deve essere addestrato “a ricordarsi delle cose passate, considerare le presenti, prevedere le future”. Quelle di Cotrugli sono parole che anticipano di 600 anni quelle che Keynes pronunciò nel discorso di commemorazione in onore di Alfred Marshall: “L’economista deve studiare il presente alla luce del passato e in vista dell’avvenire. Nessuna parte della natura e delle istituzioni dell’uomo deve essere fuori dal suo sguardo”.

In secondo luogo per quello che riguarda lo sviluppo socio-economico, il buon cittadino, dice Cotrugli, non nasce dalla mercatura (oggi diciamo: l’impresa e il suo sistema di valori non è autoreferente). E’ piuttosto il buon mercante che nasce dal buon cittadino, ma perché questo avvenga altre componenti formative civili, culturali e religiose sono essenziali. E’ di grande interesse la definizione di impresa (attività economica) di Cotrugli, posta a raffronto con quella definizione di un maestro contemporaneo di management (P.F. Drucker).

Su questo confronto ho scritto: “Per queste imprese e questi imprenditori l’antico capitalismo esiste ancora e le antiche virtù borghesi rimangono, come virtù personali, i presupposti generali del progresso economico. Per esse resta valida la definizione di Cotrugli: “mercatura è arte o vera disciplina intra persone ligiptime giustamente ordinata in cose mercantili, per conservatione dell’humana generatione, con ispereanza niente di meno di guadagno”. Paragoniamola a quella di un maestro della moderna teoria d’impresa “le imprese… sono organi della società. Esse non sono fine a sé stesse, ma esistono per svolgere una determinata funzione sociale… Esse sono strumenti per assolvere fini che le trascendono”. (P.F. Drucker, Manuale di Managent, Etas Libri, Milano, 1978). In entrambe, la legittimazione e l’obiettivo centrale non è il profitto ma l’assolvimento di un compito utile e legittimo nello sviluppo della società. E, dunque, per esse posso tranquillamente riprendere la definizione con la quale concludevo una delle mie lezioni: “Un’etica d’impresa non può essere derivata che dalla natura e dalla funzione dell’impresa nella società umana”. Le imprese, afferma Drucker, sono organi della società, non sono fine a sé stesse, ma esistono per svolgere una determinata funzione sociale, esse sono strumenti per assolvere “fini che le trascendono”. Quali fini? Essenzialmente quello di contribuire allo sviluppo attraverso una continua produzione di produttività. “Designiamo con il termine impresa le attività consistenti nella realizzazione di innovazioni, chiamiamo imprenditori coloro che le realizzano”.

(J.A. Schumpeter, Business Cycles, A Theoretical, Historical and Statistical Analysis of the Capitalist Process. 1939 – 1964, trad. It. Boringhieri, Torino, 1967).

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