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Giuseppe Sciacca

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giovedì 14 Gennaio 2021 - 00:00
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L’inizio dell'anno ebraico (Rosh HaShanà) è coinciso con il 19 settembre 2020

Il calendario ci ricorda che da qualche giorno siamo nell’anno 2021, ma non per tutti è così: per i Musulmani siamo nel 1442, per i Buddisti nel 2563, per i Cinesi nel 4719 e gli Ebrei, già da mesi, sono nell’anno 5781. Secondo la tradizione ebraica il decorso del tempo ha avuto origine dalla data della creazione e quindi 3761 anni prima dell’era cristiana.

L’inizio del loro anno nuovo (Rosh HaShanà) è coinciso con il 19 settembre 2020, con questa ricorrenza si festeggia, per due giorni consecutivi, anche la creazione del mondo ed è, in altre parole, il compleanno del pianeta Terra che ci ospita. Il calendario ebraico viene detto lunisolare, in quanto è strutturato sia su base lunare che solare.

La differenza tra la durata del mese solare rispetto a quello lunare, in un anno, genera un divario di undici giorni, che viene colmata con l’aggiunta di un mese ogni tre anni e per sette volte in un ciclo di 19 anni. Questa periodica rettifica comporta che ogni tre anni vi è un anno di tredici mesi, invece che di dodici e giacché questo mese aggiunto, segue il mese di Adar, viene chiamato Adar Secondo.

Anche gli ebrei per festeggiare il nuovo anno sono soliti consumare ricche cene in famiglia, nel corso delle quali gustano cibi molto sapidi per augurarsi un nuovo anno ricco di sapore. Alla fine del pranzo, in ossequio alla tradizione, non potrà mancare la mela intinta nel miele e tanta altra frutta zuccherina. Si consumano pane e dolci di forma rotonda per rappresentare la ciclicità del corso della vita, l’avvicendarsi delle stagioni ed il succedersi degli anni. Nella forma circolare è pure insito l’augurio di un anno senza spigoli e quindi senza conflittualità. La cena viene aperta dalla benedizione dei cibi da consumare da parte del padre di famiglia, giacchè gli alimenti vengono mangiati per iniziare ad affrontare il nuovo anno che arriva.

Proviamo ad immaginare cosa potrebbe dire quest’uomo dopo aver pronunciate le rituali parole di ringraziamento a Dio. Certamente al cospetto dell’anno che finisce, che verrà ricordato per i lutti, le limitazioni e le sofferenze che nel corso dei mesi il Coronavirus ha inflitto ed in attesa di un anno che comincia all’insegna dell’incertezza e di tante trepidanti aspettative, tra le quali il vaccino. Il tutto in presenza di una pandemia ancor oggi del tutto non domata, che ha inquietanti analogie con la c.d. febbre “Spagnola” del secolo scorso, che durò per tutto il primo conflitto mondiale ed oltre, e che con le sue tre distinte ondate ebbe a mietere tante vittime, quanto nè lasciarono, sui campi di battaglia, le armi.

Con il fardello non lieve dei giorni trascorsi, ritengo che quest’uomo, che se vogliamo possiamo immaginare attempato e con una bella barba bianca, potrebbe cominciare col dire che occorre sperare, che: “La fede ebraica è scritta nel futuro. E’ la fede in un futuro che non è ancora, ma potrebbe essere, se ascoltiamo la chiamata di Dio, obbedire alla Sua volontà e agire insieme come una comunità di alleanza. Il nome del futuro ebraico è speranza… Gli ebrei erano e sono chiamati ad essere la voce della speranza nella conversazione dell’umanità” (n.d.r.: parole di Jonathan Sacks, rabbino considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica in Gran Bretagna, da poco scomparso).

Parole ben difficili sia da pronunciare, che da ascoltare se pensiamo che ci siamo appena lasciati alle spalle un anno che ha stravolto in negativo le nostre vite, su tutti i fronti, compreso quello linguistico, basta pensare che oggi chi è negativo al virus, in realtà è positivo alla vita e viceversa. Il nostro interlocutore proseguirebbe col dire che la speranza è cosa ben diversa dall’ottimismo, specie se questo è ottuso e poco realistico. La speranza è una attesa fiduciosa non di un evento prodigioso e miracolistico, bensì dei frutti che con il proprio impegno personale possono raccogliersi dall’albero della rinuncia. Albero dalle radici assai amare, ma dai frutti molto dolci.

All’uomo dei tempi del Covid-19 che non ha tempo, per sedersi all’ombra delle ricche fronde di questo albero a meditare, viene chiesta la rinuncia ad abitudini di vita per lui importanti, indispensabili ed insostituibili, perchè da sempre scandivano i tempi della sua giornata e della sua vita, anche nelle relazioni con gli altri. A questo punto il nostro padre di famiglia dalla barba incanutita darebbe prova della sua antica arte di storytelling e comincerebbe a snocciolare storie di importanti rinunce: quella di Mosè, condottiero che liberò il popolo ebreo dalla schiavitù egiziana per condurlo alla terra promessa, ma che fu costretto a rinunciare e non entrò mai nella terra verso cui era diretto.

Lo stesso popolo che durante il lungo esodo dovette rinunciare al vitello d’oro per avere le tavole della legge e diventare una nazione. Seguirebbero tante altri racconti di rinunce importanti, consegnando a chi sta ad ascoltarlo la regola aurea che si deve rinunciare per guadagnare. Un ottimo suggerimento anche per tutti noi per affrontare nel modo migliore un problematico 2021.

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