Il “Nuovo” serve per cambiare rotta - QdS

Il “Nuovo” serve per cambiare rotta

Carlo Alberto Tregua

Il “Nuovo” serve per cambiare rotta

sabato 26 Novembre 2022 - 08:45

Programmare a quindici anni

Dopo Mani pulite, cominciò l’era del Mattarellum con il “Nuovo”, cioè Silvio Berlusconi, nel 1994. Ero stanco di tutte le turpitudini del ceto partitocratico con coalizioni del pentapartito, del quadripartito, con l’appoggio esterno e altre invenzioni che miravano solo a turlupinare il Popolo.

Vi erano allora i famosi “accordi di caminetto”, cioè riunioni semi-segrete di quattro o cinque capoccia che decidevano come mettersi insieme e come spartirsi il potere a scapito dei cittadini/e.
Cosicché salutai il “Nuovo” e lo votai. Ma esso non servì a cambiare rotta perché i meccanismi restarono uguali, seppure cambiò la legge elettorale semi-maggioritaria.

Il fallimento di Berlusconi come statista fu evidente perché, nonostante la grande maggioranza di cui disponeva, non riuscì a fare le riforme fondamentali di cui il Paese aveva bisogno, prima fra le quali quella della Pubblica amministrazione. Cosicché l’Italia continuò a rantolare.

Quasi vent’anni dopo, era il 2013, arrivò il rottamatore (intelligente), grande comunicatore, e cioè Matteo Renzi. In un epico duello televisivo con Pier Luigi Bersani, lo battè sessanta a quaranta, si prese il Partito Democratico, fece nominare Enrico Letta presidente del Consiglio, per poi toglierli il cadreghino un anno dopo, figurativamente ricordato con il rancoroso scambio della campanella, fissato in tutte le immagini televisive.

Anche in questo caso votai Renzi perché era il “Nuovo”. Ulteriore delusione perché il giovane rampollo di Firenze continuò nel tran tran senza, anch’egli, fare quelle riforme fondamentali per il Paese prima richiamate e soprattutto senza fare un piano strategico delle infrastrutture che riequilibrasse il relativo tasso da Nord a Sud, isole comprese.

Dopo il traumatico referendum del 2016 Renzi si dimise, arrivò Gentiloni, che guidò un Governo senza nerbo. Poi si arrivò al 4 marzo 2018, quando arrivò il terzo “Nuovo” e cioè il Movimento cinque stelle, che prese il 32,7 per cento dei voti.
Anche in questo caso votai il “Nuovo”, stanco del “Vecchio”. Mal me ne colse e con me tutti gli italiani/e.

I due Governi pentastellati hanno dato pessima prova di governo perché anche in questo caso, per la terza volta, la Maggioranza non ha affrontato le grandi riforme istituzionali, né il piano delle infrastrutture né il sostegno allo sviluppo con la creazione di nuovo lavoro e di ricchezza.
Anche in questo caso Conte ha fatto provvedimenti per distribuire sussidi a destra e a manca, che sono il narcotico, o meglio il veleno, dell’economia e del benessere dei cittadini/e.

A scarico del giovane Presidente bisogna dire, però, che gli capitò fra capo e collo l’epidemia da Covid-19, che ha affrontato con pressappochismo, affidandosi a soggetti carnivori che hanno effettuato spese a destra e a manca senza alcun controllo, sulle quali si sono aperte inchieste della Magistratura requirente.

Terza delusione e arriva il quarto “Nuovo”, Giorgia Meloni e la sua Maggioranza, votata dal popolo italiano. Anche in questo caso ho votato il “Nuovo” e per il momento non posso esprimere alcuna valutazione perché è passato appena un mese dall’insediamento del Governo conservatore, che procede con la giusta cautela.

Posso solo dare una impressione della giovane Giorgia perché l’ho conosciuta personalmente quando venne a trovarmi qui, al Quotidiano di Sicilia, nel 2018. Durante le due ore di colloquio ho apprezzato il suo buonsenso pratico e la sua tenacia nel perseguire una strada di coerenza, che ha portato il Partito da lei fondato a raccogliere un quarto dei voti, lo scorso 25 settembre, e che ora i sondaggi stanno portando verso il trenta per cento dei consensi.

Dobbiamo augurarci che il suo Governo affronterà, questa volta con serietà, sia il problema della riforma della Pubblica amministrazione – per trasformarla da palla di piombo a locomotiva dello sviluppo – che la costruzione di tutte le infrastrutture, ferroviarie, stradali, autostradali, nonché la riparazione di tutto il territorio, soprattutto quello del Sud, perché finalmente l’Italia divenga unita, come in atto non è.

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