Il “saper fare” diffuso nel popolo - QdS

Il “saper fare” diffuso nel popolo

Marco Vitale

Il “saper fare” diffuso nel popolo

mercoledì 11 Agosto 2021 - 00:00

Nella primavera del 1981 ci trovavamo in una delle tante gravi crisi che colpiscono la nostra economia

Nella primavera del 1981 ci trovavamo in una delle tante gravi crisi che, in modo ricorrente, colpiscono la nostra economia, al termine di un decennio terribile, i terribili anni ‘70. Anche allora ci si interrogava sul futuro che ci attendeva e molti facevano il solito terrorismo intellettuale. In una conversazione al Rotary Club di Lecco del 13 maggio 19813 io dissi parole che voglio ripetere qui oggi, interamente, dopo 40 anni, trovandole adatte anche al momento che stiamo vivendo:

“le radici dell’economia italiana sono solide, profondamente radicate in un popolo che, al di là di parentesi più o meno lunghe, conosce il valore del lavoro, di un popolo dove le conoscenze tecnologiche sono largamente diffuse in ampi strati della popolazione, di un popolo dunque al quale nessun ragionevole obiettivo economico è negato. Perché è in questa diffusione e qualità del “saper fare” che affondano le radici di una solida economia. Questo è il vero segreto del popolo italiano. Ed è per questo e non per un generico e improbabile stellone (in realtà l’Italia è un paese assai sfortunato, se la fortuna o la sfortuna di un popolo viene commisurata anche alla qualità della sua classe politica) che il nostro paese ha sempre dimostrato la sua capacità di risorgere dai periodi più neri, dai saccheggi più tremendi, dalle guerre più distruttrici. Così, per alti e bassi, la nostra economia che non è nulla di astratto e di diverso dalla capacità di fare diffusa nel nostro popolo, mostra la sua capacità di ricominciare sempre daccapo, proprio perché le sue radici sono solide e profonde. La capacità tecnologica di un popolo non la si crea in tempi brevi, ma, grazie al cielo, neppure la si perde in tempi brevi. Lo straordinario sviluppo degli anni Cinquanta è stato sempre liquidato dagli economisti da ufficio studi come un fenomeno effimero basato esclusivamente sul presunto vantaggio del basso costo del lavoro. E invece si è trattato di una nuova fase del grande processo di industrializzazione realizzato a cavallo dell’Ottocento e del Novecento e, nello stesso tempo, di una vera e propria rivoluzione di portata storica, che ha liberato formidabili energie latenti, che ha rimescolato le classi sociali dal profondo, che ha trasformato in industriali centinaia di artigiani e operai, che ha dotato il nostro paese di una struttura industriale importante, che ha fatto compiere passi decisivi verso l’unificazione culturale del paese, segnando, per sempre, la nostra storia.

Ma se la capacità tecnologica di un popolo, il suo livello di industrializzazione, la vitalità e flessibilità di un’economia non si perdono in tempi brevi, il livello di benessere raggiunto può certamente, come effetto di fattori specifici, esterni o interni, regredire profondamente. Si può, anche in tempi brevi, distruggere il frutto del lavoro di un’intera generazione. Ma se ciò è avvenuto si tratta di prenderne atto: questa ricchezza non esiste più e dunque non è più spartibile; si tratta di ricostruirla. La nostra economia, sarebbe più corretto dire la nostra società, si trova ora in un momento decisivo. Il nostro futuro è, come non mai, nelle nostre mani. Le previsioni economiche e i connessi megapiani che ci propinano a ogni piè sospinto, non possono tenere conto delle decisioni e dei comportamenti che, come collettività, prenderemo o non prenderemo in relazione a problemi in buona misura nuovi, la cui evoluzione, anche solo probabile, ci rimane largamente sconosciuta e imprevedibile”.

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