Il secondo principio della Termodinamica - QdS

Il secondo principio della Termodinamica

Carlo Alberto Tregua

Il secondo principio della Termodinamica

giovedì 02 Luglio 2020 - 00:00

“Ogni qualvolta la materia si trasforma in energia, una parte di questa energia diventa non più utilizzabile e va ad aumentare il Disordine dell’ambiente. La misura del Disordine si chiama Entropia”. La citazione è di Luciano De Crescenzo, nel suo “Sono stato fortunato”.
La stessa merita una riflessione, perché spiega in modo semplice e lineare il disastro ambientale che ha compiuto l’umanità negli ultimi cinquant’anni.
Facciamo un esempio: il petrolio estratto viene trasformato prima in benzina e poi in energia cinetica. Che ha fatto l’homo sapiens? Ha incrementato il Disordine, perché la parte maggioritaria dell’energia contenuta nel petrolio si è dispersa nell’aria sotto forma di anidride carbonica che, allo stato attuale della scienza, è ancora poco utilizzabile dal punto di vista energetico.
Il guaio peggiore di questo processo è che la parte non utilizzata dell’energia è maggioritaria rispetto a quella che serviva. Infatti è noto che i motori usano circa un terzo del carburante; il resto alimenta l’inquinamento.

Del peggio c’è il peggiore, sosteneva una persona saggia. Il carbone è ancora più inquinante del petrolio, ma nonostante ciò, la Cina (secondo Paese al mondo per Pil, 14,14 mila miliardi di dollari nel 2019) e gli Stati uniti, primo Paese al mondo per Pil (21,44 mila miliardi di dollari), ancora ne fanno uso abbondante.
Ciò accade per l’egoismo delle comunità nazionali, che pur di stare meglio non tengono conto del danno che hanno fatto (e stanno facendo) al pianeta che, a lungo andare, fra qualche tempo (un milione o un miliardo di anni) cancellerà le specie viventi fra cui quella umana.
Si dirà: “Che ci importa di quello che accadrà tra un milione o un miliardo di anni?”. E se invece il disastro accadesse fra cento o mille anni, sarebbe diverso? Non ci sembra, perché il citato egoismo continua a imperversare e impedisce il rispetto dei valori etici che vorrebbero ognuno di noi attento al futuro che vedrà impegnate le generazioni seguenti.
Ma, si sa, i valori etici sono pressoché sconosciuti perché i cittadini del pianeta complessivamente leggono poco e non sono portati a valutare ciò che è accaduto e, per conseguenza, ciò che accadrà.
Vi è stato qualche barlume di accordo fra i principali Paesi del mondo per limitare l’inquinamento (per esempio l’accordo di Parigi nel 2015). Ma si tratta di convenzioni che non tengono conto con realismo della loro attuazione. Servono più per fare passerella e per dire che i capi di Stato e di Governo si occupano e si preoccupano dell’ambiente e del futuro, mentre poi concretamente e nella sostanza non se ne preoccupano affatto.
Perché, si chiedono in molti, dato che il pianeta dispone di fonte energetiche quasi gratuite, come il sole, il vento, le maree, i gas sotterranei ed altri, non ci si preoccupa di utilizzarli, anziché fare uso dei carburanti fossili, enormemente inquinanti?
La risposta è semplice: perché il costo dell’energia fossile è molto inferiore a quello dell’energia naturale. Quanto precede si spiega anche con l’indirizzo delle ricerche che fino a oggi si è orientato verso i prodotti fossili anziché quelli naturali. Ciò è accaduto per l’egoismo, ribadiamo, e la cecità di generazioni che continuano e guardare fino alla punta del proprio naso.

Presi dai tanti problemi di tutti i giorni, i governanti del pianeta continuano a rinviare la soluzione drastica che bisognerebbe adottare per affrontare la drammatica diffusione dell’inquinamento ambientale.
Ogni tanto nasce qualche persona che riesce a portare all’attenzione mondiale la questione, come il caso dell’ex sedicenne Greta Thunberg, la quale inevitabilmente poi viene strumentalizzata per fini di perversi politicanti.
E tuttavia questa ha il merito di avere portato per l’ennesima volta la questione all’ordine del giorno. Ora, la svolta dovrebbe venire dalla decisione planetaria di tassare i carburanti fossili, in misura ben maggiore di quella attuale, per agevolare la ricerca e l’utilizzo di quelli naturali. Solo dal riequilibrio dei costi fra le due fonti si può pensare a un futuro nel quale le seconde possano prevalere sulle prime.
La speranza è l’ultima a morire, ma di speranza si può morire perciò occorre agire subito sotto la risvegliata coscienza mondiale. Un’utopia? Chi vivrà, vedrà!

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