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Innovazione “motore” di ricchezza: il Pil corre nei Paesi Ue che investono di più nella ricerca

Innovazione “motore” di ricchezza: il Pil corre nei Paesi Ue che investono di più nella ricerca

Incrociando i dati Eurostat e Upb, emerge che in Stati come Germania e Svezia, dove la spesa pubblica in R&S è maggiore, il Prodotto interno lordo accelera. Altrove, come in Italia, la crescita è invece più faticosa

ROMA – Scommettere sul futuro, sfruttare ciò che le conoscenze legate al progresso scientifico e tecnologico hanno da offrire per rilanciare la competitività di un Paese, sostenere le imprese sulla via dello sviluppo e implementare servizi pubblici sempre più performanti per migliorare la vivibilità e la sostenibilità dei centri urbani. Sembrano innumerevoli le porte che possono aprirsi grazie a investimenti mirati nel campo dell’innovazione e della ricerca. Una buona gestione delle risorse economiche nel settore dell’R&S (ricerca e sviluppo), può svolgere un ruolo chiave nella formazione di nuove competenze professionali, rivitalizzando il mercato del lavoro. E, se accompagnata da una strategia territoriale efficace, la spinta all’innovazione può anche contribuire al superamento dei divari tra le aree interne di un Paese (tra Nord e Sud, nel caso italiano), frenando l’esodo dei giovani dalle regioni meno sviluppate.

Ai risvolti concreti degli investimenti in innovazione, in effetti, sembra corrispondere anche una maggiore vitalità dal punto di vista degli indicatori economici. In molti casi, infatti, a budget maggiori che alcuni Stati mettono a disposizione dell’R&S, si affianca un aumento del Prodotto interno lordo sempre più veloce. Viceversa, i Paesi che, pur in presenza di una crescita del Pil, assistono comunque a un rallentamento delle loro economie rispetto ai cicli precedenti, sono anche quelli che dedicano sempre meno attenzione (e risorse) all’innovazione. Un “filo rosso” tra ricerca e produttività che, se non può dirsi diretto nel senso stretto del termine, comunque esiste e va ignorato. La continuità tra spesa pubblica nella ricerca e crescita economica, emerge infatti incrociando i dati Eurostat sugli investimenti in R&S con le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sull’andamento del Pil per il 2026.

Investimenti pubblici in R&S, l’Italia sotto la media Ue

L’anno scorso, secondo l’ufficio statistico europeo, lo Stato italiano ha allocato risorse per la ricerca e lo sviluppo pari allo 0,58% del proprio Pil: gli impegni maggiori sono stati presi nel settore dell’università (0,24%), seguito da quello della salute (0,7%), dell’esplorazione spaziale (0,7%) e, in coda, della produzione industriale e tecnologica (0,5%). Le quote più basse, invece, sono state riservate a comparti come trasporti, telecomunicazioni e infrastrutture (0,01%), o all’innovazione nel campo della difesa (ancor meno del valore precedente, di fatto circa 1,40 euro per abitante).

In generale, però, nel 2025 in Italia l’investimento pubblico complessivo per l’innovazione (come detto lo 0,58% del Pil) non solo è inferiore alla media Ue (0,69%), ma è anche in retromarcia rispetto sia al dato nazionale del 2024 (0,61%) che a quello del 2023 (0,63%). Di contro, l’Upb prevede per il 2026 una crescita del Pil italiano pari al +0,58% (poi rivista al rialzo nella nota congiunturale di agosto), di poco più consistente rispetto a quella del 2025, che ammontava a +0,56%. Insomma, nel contesto di una spesa pubblica in R&S modesta e in calo, la tendenza pare essere quella di una crescita economica altrettanto contenuta.

Spagna e Francia, crescita economica e ricerca

Una dinamica simile accade in altre grandi economie. In Spagna l’investimento pubblico in R&S nel 2025 è stato dello 0,55% del Pil (più basso che in passato), e le stime Upb prevedono per il 2026 una crescita economica del +2,2% (risultato importante, ma comunque in frenata rispetto al +2,8% dell’anno precedente). La Francia, secondo l’Ufficio parlamentare, vedrà la propria crescita del 2026 sostanzialmente invariata rispetto al 2025 (+1% in entrambi gli anni), e anche in questo caso siamo in presenza di un budget pubblico per l’innovazione tra i più bassi dell’Unione europea: lo 0,59% del Pil nel 2025, in calo rispetto allo 0,61% del 2024.

Dall’altra parte, invece, i Paesi che in Europa investono le maggiori quote di Pil in innovazione e ricerca, tendono anche a conservare volumi elevati di crescita. Tra questi c’è un’altra grande potenza economica, la Germania, che con l’1,03% del proprio Pil è il Paese dell’Eurozona che nel 2025 ha destinato il budget più consistente al settore dell’R&S. Parallelamente, le stime dell’Upb prevedono per il 2026 un incremento del Pil tedesco (+1,04%) di molto superiore a quello dell’anno precedente (+0,24%). Uno schema simile si realizza in Svezia, altro Paese per cui l’Upb stima l’impennata della crescita Pil tra il 2025 e il 2026 (dal +1,54% al +2,81%), e nel quale Eurostat rintraccia una delle spese pubbliche per l’innovazione più consistenti (0,73% del Pil).

Germania, Finlandia ed Estonia: più ricerca, Pil in crescita

Un altro esempio ancora è la Finlandia, con un investimento in R&S pari all’1,02% del Pil e una crescita che in un anno è aumentata dallo 0,17% allo 0,60%. Casi su cui vale la pena porre l’accento sono poi quelli di Estonia e Slovenia, che spendono rispettivamente lo 0,93% e lo 0,92% del Pil in innovazione, collocandosi tra i Paesi che più di tutti hanno incrementato l’investimento nel tempo: entrambi gli Stati, infatti, fino al 2016 investivano in R&S lo 0,65% e lo 0,41%. A fronte di questa maggiore spesa, l’Upb prevede per l’Estonia un incremento della crescita del Pil dal +0,6% del 2025 al +2,3% del 2026. Stessa storia in Slovenia, in cui si prevede un aumento del Pil del +2%, rispetto al +1,05% dell’anno scorso.

Nel complesso, in quei Paesi che investono di più nell’innovazione, o che hanno incrementato sensibilmente la portata dell’investimento negli anni, la crescita del Pil potrebbe guadagnare un punto percentuale (a volte anche di più) rispetto all’aumento dell’anno precedente. Sebbene questo non implichi necessariamente l’esistenza di un rapporto causa-effetto, resta il fatto che tra innovazione e crescita economica ci sia una corrispondenza comunque incoraggiata dalla stessa Commissione Ue, che nel report metodologico European innovation scoreboard 2026 ha scritto: “La spesa in ricerca e sviluppo rappresenta uno dei principali motori della crescita economica”. Per questo motivo, nello stesso documento, alle tendenze dell’indicatore di spesa in R&S viene riconosciuto un ruolo fondamentale nel fornire “indicazioni chiave sulla futura competitività e ricchezza dell’Ue. La spesa in ricerca e sviluppo – si legge – è essenziale per effettuare la transizione verso un’economia basata sulla conoscenza e per migliorare tecnologie di produzione e stimolo alla crescita”.

La Penisola resta dietro agli altri Stati per spesa in innovazione delle imprese: pesano ostacoli economici e normativi

In base al quadro generale, come visto, pare esserci una certa “armonia” tra l’intensità della spesa pubblica in innovazione e la crescita del Prodotto interno lordo. Tuttavia, una buona parte dei fondi per la ricerca e lo sviluppo nei Paesi dell’Unione europea resta legata agli investimenti sostenuti dalle imprese, ancor prima che alle scelte finanziarie compiute dagli Stati. È anche il privato, insomma, a scommettere su ciò che il futuro ha da offrire. Da questo punto di vista, però, l’Italia rientra tra i Paesi meno avanzati d’Europa per volume degli investimenti.

Secondo Eurostat, infatti, nel 2024 (anno del monitoraggio più recente) la spesa privata in R&S nella Penisola è stata pari allo 0,79% del Pil, a fronte di una media europea dell’1,49%. Un dato che piazza il nostro Paese alle spalle di tutte le altre grandi economie europee: in Spagna gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore delle imprese ammontano allo 0,84% del Pil, in Portogallo all’1,09%, in Francia all’1,44%. In cima alla classifica dell’Eurozona, come nel caso della spesa pubblica, c’è ancora una volta la Germania, con investimenti privati in R&S pari al 2,14% del proprio Pil.

Perché l’Italia investe meno in ricerca e sviluppo

Una possibile spiegazione del gap tra gli investimenti privati italiani e quelli degli altri Paesi è stata fornita da Istat che, nel recente rapporto intitolato La tecnologia e il sistema produttivo, pone l’accento sulla natura delle attività economiche della Penisola. “La minore intensità di R&S del sistema delle imprese italiane – si legge nello studio di Istat – è parzialmente spiegata dalle caratteristiche del sistema produttivo, perché l’attività di R&S è condotta principalmente dalle imprese di dimensioni maggiori e nei settori industriali a tecnologia medio-alta e dei servizi a elevata intensità di conoscenza, caratteristiche entrambe meno rilevanti nella struttura dell’economia italiana, a confronto di Francia e Germania”.

Ciononostante, altri studi mettono in evidenza come il tessuto produttivo italiano, in questi anni, si stia preparando a compiere un balzo in avanti in termini di innovazione. Secondo un rapporto pubblicato da Unioncamere a inizio agosto, nel triennio 2026-2028 il 76,3% delle medie imprese italiane prevede di investire in miglioramenti di prodotti, servizi o processi già esistenti. E, in particolare, si stima un aumento del numero di medie imprese intenzionate a investire in soluzioni basate su tecnologie avanzate (dal 28,2% del 2023-2025, al 34,9% del 2026-2028): incremento che, sottolineano da Uniocamere, “segnala un progressivo spostamento verso forme di innovazione più trasformative, legate ad ambiti come intelligenza artificiale, robotica, cloud, big data e tecnologie avanzate”.

Deep-tech e produttività, la sfida dell’innovazione di qualità

C’è di più: il report mette in evidenza l’importanza di puntare su un’innovazione di qualità. Le stime indicano che la produttività del lavoro crescerà del 6,1% nelle aziende che investono in deep-tech, contro l’1,6% di quelle che puntano alla sola innovazione incrementale (quella, cioè, che aggiorna o migliora servizi e prodotti, senza però stravolgere i processi già esistenti). Questo, secondo lo studio, significa che sono le tecnologie più avanzate quelle capaci di generare un salto di produttività più rilevante.

Il rovescio della medaglia è che, se più di tre quarti delle medie imprese italiane è pronto a scommettere sull’innovazione, dall’altra parte un buon 73% delle aziende lamenta di incontrare ostacoli agli investimenti. In primo piano, a scoraggiare la spesa privata ci sono gli elevati costi iniziali (segnalati dal 41,2% delle medie imprese), seguiti dall’incertezza normativa (34%) e dalla necessità di destinare risorse ad altre priorità aziendali (32,5%). Nodi critici sono anche le competenze e il credito: un quarto delle medie imprese segnala la mancanza di competenze interne e manageriali (25,3%), mentre il 18% indica difficoltà di accesso al credito. In definitiva, per quanto la spinta all’innovazione nel settore privato in questi anni abbia acquisito maggiore vigore, in Italia il percorso resta ancora fortemente condizionato da vincoli economici, normativi e organizzativi.